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Divo (Il )
di
Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio
Bosetti, Flavio Bucci
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Il Tempo, 16 giugno 2008
Andreotti non è un potere cinico
Ho l'onore di conoscere il presidente Andreotti da oltre sessant'anni. Ho seguito con rispetto il suo lungo, fecondo cammino al servizio dello Stato, l'ho ammirato, con partecipazione solidale, quando l'ho visto affrontare con dignità e alto senso dello istituzioni una lunga, incresciosa e ingiustificata vicenda giudiziaria. Adesso sta per essere presentato al Festival di Cannes un film che Paolo Sorrentino ha pensato di dedicargli intitolandolo "Il Divo" in linea con quel "Divo Giulio" che un tempo era stato uno dei suoi appellativi. Si è cominciato a parlarne, e a scriverne, così a mia volta ritengo di poter dire la mia tanto da un punto di vista cinematografico - è il mio compito precipuo - quanto da quello del fondamento dei fatti su cui la trama del film si è voluta costruire.
Riconosco ad un autore di cinema il diritto di interpretare i gesti e le psicologie dei personaggi che ha deciso di creare e tanto più riconosco questo diritto a un autore come Sorrentino cui sono bastati due film, "Le conseguenze dell'amore" e "L'amico di famiglia", per imporsi con autorità e prestigio, ottenendo consensi unanimi, però il Personaggio da lui creato non partecipa del tutto di una finzione, esce - da vivo per la prima volta nel nostro cinema - con tutta una sua storia reale alle spalle. È sì Personaggio, ma è anche persona, ha un nome, un cognome, una moglie, degli amici, anch'essi con nomi e cognomi. Sorrentino, inventando il Personaggio, si è separato invece dalla persona e dalla sua verità scegliendo nella enunciazione di certi aspetti controversi della politica italiana ai tempi in cui direttamente vi operava e in quelli delle sue note vicissitudini processuali, le interpretazioni meno oggettive e perciò meno rispettose dell'autentico e del fondato, finendo per proporlo quasi soltanto come un emblema gelido e cinico del potere, solo votato a quello e pronto, per quello, a giustificare di tutto. Un finale, in primo piano, gli fa addirittura enunciare teorie di crudo e spietato machiavellismo...
Questi travisamenti e, peggio, questi tradimenti, nel momento stesso in cui fermamente li respingo, non mi impediscono tuttavia di attribuire al film, sia pure solo dal punto di vista della finzione, dei meriti cinematografici che non sarebbe possibile negargli del tutto.
Le pagine corali, per esempio, a cominciare da quella delle elezioni alla Camera del Presidente della Repubblica, ambientate, come altre dello stesso tipo, in cornici rievocate in luoghi se non autentici certo simili, e alcune, più private, come il rigido rituale, con scorta armata, che segue il Personaggio, quando, di buon mattino, va a sentir Messa e quelle, intime e raccolte, che lo vedono intrattenersi con una moglie in ansia. Affidate ad immagini in cui, pur con qualche scorcio luminoso, si tende a privilegiare il buio, creandovi in mezzo forti contrasti figurativi.
Meno convincenti invece le interpretazioni di cui sono pure responsabili attori noti (Anna Bonaiuto la cara signora Livia, la moglie; Piera degli Esposti, la compianta segretaria Enea; Flavio Bucci come Franco Evangelisti; Carlo Buccirosso come Paolo Cirino Pomicino). Si è cercata una possibile somiglianza, come nei film sovietici su Stalin e soci, ma oltre a raggiungerla con difficoltà, anche qui sono state quasi sempre male intese, anche all'interno della trama, le caratteristiche delle persone che si volevano ritrarre. Un errore addirittura macroscopico che si è poi fatto commettere al pur bravo Toni Servillo nelle vesti del protagonista. Oppresso nei movimenti e nella mimica da un trucco pesante fino alla caricatura, lo si vede recitare solo all'insegna di una immobilità che, oltre a non corrispondere alla Persona, questa volta non corrisponde nemmeno al Personaggio.
Un tradimento doppio.
Gian Luigi Rondi
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L'Espresso, 5 giugno 2008
Splendido Divo
Nel suo film bellissimo, Paolo Sorrentino (napoletano, 38 anni, già autore premiato de 'Le conseguenze dell'amore', de 'L'amico di famiglia') ha scelto Giulio Andreotti nella perfetta interpretazione di Toni Servillo come simbolo e totem del potere in Italia. L'ha scelto al declino, negli anni 1991-1995 che racchiudono il settimo governo Andreotti che dura appena un anno: poi la Democrazia cristiana viene travolta da Tangentopoli, lui deve affrontare a Palermo il processo in cui è accusato di associazione mafiosa (assolto dai reati prescritti sino al 1980, mentre la Cassazione lo assolve nel 2003 dall'accusa di essere stato mandante dell'uccisione di Mino Pecorelli).
È la prima volta nel Paese che si realizza un film critico su un leader politico vivente (Andreotti ha ora 89 anni, è senatore a vita, è stato sette volte presidente del Consiglio e 14 volte ministro, ha ricevuto 11 lauree honoris causa e pubblicato molti libri). Ma non sta in questo il pregio del film, né nella eccellente fusione del ritratto di Andreotti con le parti che si riferiscono ai morti, ai suicidi, alle tenebre repubblicane d'epoca.
Il punto è che il film è molto bello, capace di denuncia sociopolitica con una nuova espressività che mescola uno straordinario uso delle ombre, dei rumori, delle musiche, degli ottimi attori secondari (Carlo Buccirosso è Cirino Pomicino, Giulio Bosetti è Eugenio Scalfari, Flavio Bucci è Franco Evangelisti, Massimo Popolizio è Vittorio Sbardella, Paolo Graziosi è Aldo Moro prigioniero delle Br, Aldo Ralli è Giuseppe Ciarrapico). Scomparse le immagini nitide, energiche o espressioniste dei film di Rosi e di Petri, ne 'Il divo' (come pure in 'Gomorra') grava una nebbia che evoca il caos, la confusione delle menti. Con questi due film, il cinema italiano trova un linguaggio contemporaneo.
Lietta Tornabuoni
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Corriere della Sera, 6 giugno 2008
Finale di partita del mito Andreotti
aciato dal successo, come Gomorra, segno che il pubblico si fida del cinema italiano che parla della nostra storia, il film di Paolo Sorrentino è una ricostruzione del mito in finale di partita di Andreotti e dei suoi cari. Redatto non in forma di neorealismo né tanto meno di documentario, ma con la marcia in più di un senso surreale, fantastico e grottesco che spesso fa pensare, con gli stormi di paparazzi in moto perpetuo e i personaggi che parlano in macchina, al Fellini di una macabra Dolce vita. Film di memorabile prestanza espressiva, che sprigiona la fascinazione del Male (è difficile essere cattivi, diceva Brecht), s'esalta nel gruppo gregario (cast magnificamente trash) e titoli di coda su rosso cardinalizio. Tragedia elisabettiana, con voce off e monologo su Bene e Male, assai dispiaciuto all'interessato. Su Servillo basti dire che è psicosomaticamente memorabile.
Voto: 9,5
Maurizio Porro
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Panorama, n. 23 2008
Storie d'Italia e di potere
Decollo adrenalinico con una
carrellata sui delitti misteriosi d'Italia, come un'opera
rock apocalittica. La prima immagine è la
testa di Giulio Andreotti trafitta dagli spilli dell'agopuntura,
mentre lui sussurra allo spettatore: «È andata
sempre così. Mi pronosticavano la fine. Io sopravvivevo.
Sono morti loro». L'Andreotti di Paolo Sorrentino è un
impassibile battutista, cinico con
la sua corrente, misterioso e glaciale anche con la moglie
Livia (bravissima Anna Bonaiuto), e nel film è identico
al vero, anzi di più. Eppure, non diventa mai una
maschera grazie alla sottigliezza con cui Servillo gli
infonde vita da un remoto punto dell'anima. Il film addensa
con efficacia confessioni immaginarie di Andreotti («Bisognava
perpetuare il male per garantire il bene») e vere
dichiarazioni (Aldo Moro scrive: «Si può esser
grigi ma pieni di fervore. Ecco, a lei manca proprio il
fervore umano»), ma non pretende di spiegare o accusare, è piuttosto
una devastante divagazione attorno alla forza demoniaca
del potere. Andreotti ha la nobiltà feroce del Mostro,
gli altri, anche i buoni, sono Pupi vanitosi senza nemmeno
la dignità del mistero. Il talento visivo del regista,
che per fortuna ha in mente Elio Petri e Federico Fellini
e non le cento fiction tv, gli
consente di giocare spericolatamente con il grottesco e
Nosferatu senza mai perdere di vista la realtà,
l'indignazione. Ci vuole la giusta nera ironia, ma a Sorrentino
non manca.
Piera Detassis
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L'Unità, 30 maggio 2008
Un muro di gomma nell'orgia del potere
Il Divo Giulio Andreotti è stato un Muro di gomma
in mezzo a quell'Orgia del potere che aveva messo Le mani
sulla città e sul paese facendo persino sorridere,
sospirare ma per lo più incazzare milioni di italiani.
Quelli civilmente indignati e quelli semplicemente esclusi
dalla distribuzione delle prebenda.
Questa è stata l'Italia del dopoguerra, il romanzo
affascinante di una nazione ingenua, volenterosa, furba,
che guadagna tanto, spende di più, si ritrova piena
di debiti come dopo un viaggio di nozze (con la politica)
nel quale non ci si è regolati.
Cosa è rimasto di quella esperienza? Pochi pezzi
originali (un Cirino Pomicino che baccaglia dopo diverse
operazioni e trenta processi, il ritorno del "Ciarra" a
braccio teso) qualche figlio di (i Craxi equiripartiti),
tanti epigoni ed eredi politici, che hanno affinato le
tecniche o semplicemente perpetuano i vecchi modelli. La
percentuale dei laureati in Parlamento si è abbassata
drammaticamente.
Vi stupisce allora che il senatore a vita, laurea in legge,
27nne nell'Assemblea Costituente, sottosegretario a 29
del Premier De Gasperi, poi nel tempo capo della più potente
delle correnti nate per gemmazione nella Dc dei 50 anni
di governo, sette volte presidente del Consiglio, ministro
tutte le volte che poteva, quasi Presidente della Repubblica,
guardando al panorama dicesse: «Ho la coscienza di
essere di statura media ma se mi giro attorno non vedo
giganti»?
Opera folgorante, costruita come una scatola magica felliniana
piena di visioni di puro cinema (c'è molto di Roma
e un po' del lascivo Satyricon) Paolo Sorrentino si lancia
a ritmo dei Cassius nel racconto della parabola del gerarca
Dc. Ci sono saloni affrescati come nel Gattopardo e sangue
per terra come nei western.
Senza fare rivelazioni – tutti fatti noti, con la
consulenza di Giuseppe D'Avanzo della Repubblica – ma
con una voluttuosa libertà di rievocazione dell'ambiente
che da solo "disegna" il personaggio, Sorrentino
lo incastona come un motore immobile, un corpo apparentemente
inerme che invece ha mille terminali. Toni Servillo evita
l'impossibile mimesi e, sembra di vederlo ne Le conseguenze
dell'amore, recita con gli occhi, l'inflessione della voce
e pochi gesti. Speciale il lavoro filologico che fa parlare
il protagonista con un fuoco di fila di citazioni, un'ironia
talvolta immediata e fulminante, altre acida e pesante.
Un pistolero che spara sentenze.
I fatti della narrazione cronologica vanno dal '91, VII
governo Andreotti (lui era Premier, Ministro della funzione
pubblica e dei Beni culturali) fino ai processi per mafia
a Palermo e Perugia nel '93, quando i pentiti di mezza
Italia si misero a cantare il suo nome perché forse
si era rotto un pattoIl film non vive dei fatti rievocati
ma dell'atmosfera che riesce a creare. Scuotere il senatore è come
agitare un nido di vespe. Come niente dal vaso di Pandora
sbucano omicidi e suicidi, attentati e rapporti "problematici" a
partire dai settanta: Aldo Moro (il suo più grande
cruccio), Sindona, Calvi, Riina, Falcone, Mino Pecorelli,
Dalla Chiesa, Lima, Buscetta. «A parte le Guerre
puniche, mi hanno accusato di tutto». E vero. Però Andreotti è stato
il mago del «Non c'ero, non so, non mi risulta, non
ricordo».
Indecifrabile, con quell'a plomb che t'ammazza con "nastri
di seta, garbo e intelligenza" diceva la Fallaci,
da quella bocca golosa di gelati non è mai uscita
informazione utile. "Meglio non ammettere le cose
nemmeno con se stessi per non lasciare tracce", sorrideva
sornione.
Nella sostanza quest'uomo "spericolato" per
la sua segretaria Enea, "mondano" per Cirino
Pomicino (A. al Piper e in crociera), "sconosciuto" forse
anche alla moglie, meritava una lettura pubblica dopo essere
stato il "nostro uomo" per 40 anni. E' toccato
ad uno dei nostri autori migliori, immaginifico e documentato,
tecnicamente solido e consapevole (a Cannes premiato anche
il direttore della fotografia Arnaldo Catinari e del suono
Angelo Raguseo), col suo Dottor Jekyll e Mr Hide, il film
preferito da A., una partitura rock sui tramonti romani.
Resta da capire, come ci hanno raccontato, a quali immagini
del film durante la sua proiezione privata sia sbottato
il senatore, arrivando a ipotizzare la prima querela della
sua vita (perché prima riteneva di «avere
il senso dell'umorismo»). Quando Buscetta lo tirava
in ballo per i delitti Moro e Pecorelli? Alla scena in
cui viene "pungiutu" o quando bacia Riina? O
nel monologo – scritto da Sorrentino, naturalmente – in
cui alza la voce, parla del male che si fa per il bene. «Dio
lo sa e lo so anch'io».
Pasquale Colizzi
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Corriere della Sera, 30 maggio 2008
Andreotti, l' inspiegabile
C'era una volta (e c' è ancora,
quasi nonagenario...) Giulio Andreotti, romano, degasperiano,
imprescindibile in parlamento dal dopoguerra agli anni
' 90, 17 volte ministro, 8 volte presidente del consiglio,
senatore a vita dal ' 91. Processato per associazione mafiosa,
ha goduto della prescrizione per fatti precedenti il 1980
ed è stato
assolto per quelli successivi; condannato a 24 anni come
mandante dell' omicidio del giornalista Pecorelli è stato
prosciolto in Cassazione. Sulla sua figura, accanto a una
montagna di carte processuali che solo il suo avvocato
Giulia Bongiorno si vanta di aver scalato, esiste ormai
un' abbondante bibliografia pro e soprattutto contro. Da
vari decenni il personaggio è considerato onnipotente,
intoccabile e pressoché inconoscibile. Ha fatto
buona impressione il coraggio da lui dimostrato affrontando
nei tribunali di Perugia e Palermo le infamanti accuse
piovutegli addosso, evitando a differenza di altri di fuggire
all' estero o di sollecitare leggi a proprio favore. Le
sue battute rappresentano una gran riserva del folklore
giornalistico; e i libri che pubblica di continuo ne fanno
il solo politico italiano che potrebbe vivere con i diritti
d' autore. Siamo evidentemente di fronte a una figura troppo
complessa per venire giudicata in base a un film. Di Il
divo è meglio quindi parlare come di una favola
un pò nera, nella fosca ammirevole fotografia di
Luca Bigazzi, o meglio grigia: ma di un grigio assunto
a velame dell' ambiguità. E' così che hanno
visto, amato e premiato la pellicola di Paolo Sorrentino
gli stranieri a Cannes, senza sapere niente di Andreotti.
Il divo è un titolo brechtiano, da leggere alla
rovescia. Anche se è chiamato in tal modo per assonanza
con «il divo Giulio (Cesare)» non c' è niente
di divistico nell' immagine e nei comportamenti di un anti-divo
per eccellenza. Tale lo impersona, lavorando di fantasia
su spunti colti qua e là, il talentoso Toni Servillo,
intonandosi al progetto di un film che vuol essere un ritratto
piuttosto che un racconto. E magari un ritratto come quello
di Churchill eseguito da Bacon, che la vedova irritata
condannò al rogo. Nerovestito, curvo, impassibile,
laconico, con le braccia in grembo o dietro la schiena,
protetto dietro gli occhiali da una maschera di estraneità al
limite del disgusto, indifferente al gran carnevale delle
maschere intorno a lui. Se negli atteggiamenti in cui coglie
il suo antieroe Sorrentino è acre ma rispettoso,
non lo è altrettanto per quanto riguarda il contesto.
Il coro dei cortigiani, tutti con nomi e cognomi veri,
si direbbero caricature di Giannelli rimbalzate vive dalla
pagina grazie all' arcivernice di Lambicchi. Gli interpreti
che sfruttano le occasioni più ridanciane sono Carlo
Buccirosso (Pomicino), Flavio Bucci (Evangelisti) e Massimo
Popolizio (Sbardella). Fanno da contrappeso due aggraziate
figure femminili, Anna Bonaiuto (la moglie Livia) e Piera
Degli Esposti (Enea, la segretaria). Giulio Bosetti è uno
Scalfari da confondere con quello vero. Credo poi di aver
riconosciuto l' impeccabile Pietro Biondi che rende a Cossiga
un buon servizio soprattutto fungendo da spalla nel duetto
in cui il marpionesco Giulio, con l' aria di confidare
un segreto di stato, confessa il suo innamoramento giovanile
per Mary Gassman sorella di Vittorio. Lungi dall' essere
grato per il bonario trattamento, l' ex-presidente ha lanciato
contro Sorrentino l' epiteto di «registucolo».
Avrà voluto mettere le mani avanti di fronte all'
eventualità che a Il divo possa far seguito Il picconatore?
In tal caso può starsene tranquillo. Perché di
Giulio Andreotti, la talpa politica che pur continuando
a scavare i suoi cunicoli nella realtà è riuscito
ad abitare la favola, ne esiste soltanto uno.
Tullio Kezich
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Il Giornale, 30 maggio 2008
L'Andreotti privato diventa spettacolo
Curiale e in apparenza invertebrato, specie negli anni
della decadenza, il potere democristiano è durato
mezzo secolo, durante il quale l'Italia, che aveva perso
la guerra, vinceva la pace. Dettaglio non trascurabile. È infatti
dall'alto di una democrazia matura, tale anche grazie alla
Dc, che Il Divo di Paolo Sorrentino compendia l'ultimo
decennio dc nella figura di Giulio Andreotti (Toni Servillo),
alle prese con lo sfaldamento di una lunga egomonia e con
le accuse, dimostratesi poi tutte infondate, di vari, gravissimi
reati.
Per le leggi degli uomini, dunque, Andreotti - oggetto
di una persecuzione politica, giornalistica e giudiziaria
- rimane uno dei padri della patria repubblicana. Ma ciò non
lo mette al riparo dallo sguardo beffardo di Sorrentino.
Però, per fortuna, questo non è un film-invettiva,
alla maniera di Giuseppe Ferrara o di Paolo Benvenuti,
quindi Il Divo non lo accusa di ulteriori reati con toni
da inquisitore; si limita a tentare di coglierne il carattere
e di farne spettacolo, accentuandone i modi più preteschi
di quelli dei preti, a echeggiarne arguzie e realismo.
Non lo rende diabolico, come invece Nanni Moretti fece
con Berlusconi nel Caimano, altro film italiano passato
per il Festival di Cannes, ma senza premi, a differenza
del Divo.
Trecentomila italiani votavano Andreotti, trovando in lui
qualcuno che li conosceva quasi uno per uno, che li guardava
negli occhi e non dal video. Per discutibili che siano
stati, quegli Arcana Imperii - buffi, squallidi, episodicamente
letali - hanno retto alla prova. Ora se ne può sorridere
con distacco e talora, silenziosamente, rimpiangerli.
Maurizio Cabona
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La Repubblica, 30 maggio 2008
"Il Divo", quando l'arte
rende grande la cronaca
Soddisfazione per il doppio riconoscimento al cinema italiano
dal festival di Cannes. La fotografia che ritrae insieme
Matteo Garrone e Paolo Sorrentino resterà nella
memoria. Ognuno ha la sua spiccata personalità ma
lanciano insieme un messaggio di novità: con loro
il cinema italiano recupera una credibilità che
aveva perso e che ha pazientemente ricostruita. Il 38enne
Sorrentino e il 40enne Garrone sono la voce di un'intera
comunità e di due generazioni che hanno lavorato
sodo, a lungo in mezzo al disprezzo.
Con i loro potentissimi film il cinema italiano ritrova
la capacità di raccontare il proprio paese. E ritrova
uno sguardo sicuro, un punto di vista deciso, un profilo
marcato, un'identità riconoscibile. Paolo e Matteo
provengono da un cinema di ricerca, nel quale il problema
della forma è molto sentito. Lo hanno dimostrato
nelle loro opere precedenti, talvolta scivolando nell'esercitazione
di stile. Con Gomorra e Il Divo hanno compiuto un grande
balzo in avanti. Senza arretrare di un passo nella loro
esigente attenzione al linguaggio, hanno preso di petto
contenuti forti, si sono immersi senza reticenze nell'aria
del tempo. Due risultati in cui è la forma a qualificare
i contenuti e non viceversa.
Il Divo, che speriamo circondato dalle stesse aspettative
dell'altro - trattano ambedue temi molto presenti nell'immaginario
e nella storia italiani - riesce nella sfida di ritrarre
un personaggio di cui tutto è stato già detto
procurando l'impressione che tutto sia inedito, originale.
Frutto di un calibrato mix tra documento e invenzione.
Dove è l'invenzione, la libera utilizzazione del
materiale o la sua manipolazione creativa a imprimere forza
al film. Le persone più vicine a Giulio Andreotti,
i capi della sua corrente, esprimono un alone sinistro
e cupo che è conseguenza dell'interpretazione artistica
ma non per questo perde in attendibilità.
Il colloquio tra Andreotti ed Eugenio Scalfari è inventato,
ma come rende l'idea quell'appellarsi del senatore alla
complessità delle cose, in risposta alle domande
incalzanti del giornalista, e la sua esortazione a evitare
le scorciatoie semplicistiche nel condannarlo. Non sarà vero
in senso stretto ma quanta verità c'è nel
passaggio in cui il presidente confessa il dolore cui lo
condannano il pensiero di Moro e la domanda "perché le
Br non hanno preso me?". E poi quello in cui egli
assume la responsabilità di una pratica del Male
che è servita a preservare, difendere, promuovere
il Bene.
Un film complesso, discutibile come qualsiasi opera che
tocca argomenti tanto sensibili, dove la figura più nota
di tutta la storia repubblicana, milioni di volte caricaturizzata
per le sue inconfondibili caratteristiche fisiche, ci appare
per la prima volta nella sua enigmatica dimensione umana
e nella sua statura di moderno Nosferatu. Le forzature,
le invenzioni, non mancano di restituirci un ritratto denso,
realistico e indimenticabile. Il massimo di deformante
soggettività produce il massimo di documento. Come
fu per La dolce vita.
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