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Diario di una tata (Il)
di Shari Springer Berman e Robert Pulcini
con Scarlett Johansson, Laura Linney, Paul Giammatti
USA, 2007
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Il Tempo, 5 dicembre 2007
L. Travers e interpretata, grazie alla Disney, dall'anche più deliziosa Julie Andrew, pronta, al suo esordio, non solo a volare sui cieli di Londra ma a farsi assegnare un Oscar per le finezze con cui, ligia alla regia di Robert Stevenson, dava vita al suo personaggio magico.
Una tata c'è anche nel film americano di oggi e anche lei, pur non pensando ancora di dedicarsi a quella professione (in realtà vuol diventare antropologa), si immagina per ben due volte di volare, appesa a un ombrello rosso, sui cieli di una Manhattan per ricchi dove poi tutte le sue imprese si svolgeranno. Imprese buffe, con accenti qua e là un po' ironici, anche se poi, alla fine, si tireranno delle somme molto morali (e un po' patetiche) sui doveri delle mamme nei confronti dei figli.
La mamma, infatti, in cui si imbatte la tata di oggi, pur avendo un bel bambino, lo affida in tutto e per tutto a lei, sempre occupata com'è di condurre una vita di lusso tra ricevimenti, istituti di bellezza, acquisti in negozi prodighi di merci firmate, sorvegliando gelosa, nei ritagli di tempo, un marito dedito non solo all'alta finanza ma a tresche varie con segretarie giovanissime.
I due registi che ci propongono queste imprese, Shari Springer Berman e Robert Pulcini, per un verso si sono un po' fatti beffe degli ambienti ricchi e mondani di Manhattan, per un altro hanno portato avanti le vicissitudini della tata (anche con un piccolo amore di contorno) che quando, al momento di concludere, tornerà ad occuparsi di antropologia, avrà almeno la soddisfazione di vedere la mamma fatua da cui era stata assunta avvicinarsi finalmente al suo bambino con tutta la tenerezza necessaria.
Qua e là ci si può divertire, specie quando, nella colonna sonora, ci vien fatto nuovamente ascoltare quella canzone di Richard e Robert Sherman, "Cam Caminì" ripresa da da "Mary Poppins", ma alla lunga, sul divertimento, finiscono per prevalere quegli accenti didascalici sul modo di educare i bambini che sminuiscono un po' la levità di una commedia che è soprattutto originale nelle piccole burle cui sottopone gli abitanti, o meglio le abitanti, dei quartieri alti di New York: tentando a sprazzi la satira.
La tata è Scarlett Johansson, senza più il fascino biondo di "Black Dahlia" e composta solo in una figurina dimessa e minuta; perfino di piccola statura.
Gian Luigi Rondi
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Il Giornale, 2 dicembre 2007
La Johansson tata a Manhattan è una Cenerentola poco credibile
Le chiavi di lettura di questo Diario di una tata cambiano in base alla fiducia che lo spettatore ripone nelle istituzioni. Che anche i ricchi piangano è una questione oziosa. Il film, tutto moine, esalta le risorse morali dell'alta società. Una giovane del New Jersey (la Johansson) sceglie di fare la tata in una ricca famiglia di Manhattan scoprendo come il conto in banca sia una questione secondaria rispetto a quanto la circonda. La svampita madame X (Laura Linney) e l'ondivago marito, un invisibile Paul Giamatti, sono anime in pena. Ed allora ecco che uno stile favolistico solleva l'animo degli spettatori, la visione si fa cartolinesca, fino al lieto fine che comprende l'amore della tata per un giovane così così. Finti problemi per una finta commedia, senza nerbo, come la protagonista, eletta frettolosamente diva del momento.
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Il Mattino, 1 dicembre 2007
La Johansson sulle orme di Mary Poppins
Da una commedia americana ci si aspetta sempre l'exploit, ma «Il diario di una tata» si rivela la sbiadita fotocopia di un mini-classico come «Il diavolo veste Prada». Lo start è per la verità assai divertente, con l'ormai onnipresente Scarlett Johansson calata nel ruolo di una giovane laureata in economia e antropologia che trova lavoro come baby sitter presso un'altolocata famiglia del mitico Upper East Side. Una volta catalogate le varie «razze» di signore bene newyorkesi, come se fossero plastici da vetrina del Museo delle Scienze Naturali, sceneggiatura e regia perdono fiato e verve, imboccando la discesa dello stereotipo, del ritmo-camomilla e dell'overdose di saccarina. È vero che si possono reperire qua e là figurette riuscite e schizzi al veleno, ma in sostanza la favoletta delle mamme vip che pensano solo allo shopping e delle tate costrette dalla convivenza con le piccole pesti a reincarnarsi in Mary Poppins sconta - soprattutto nella seconda parte - il peccato più grave di un prodotto del genere: non sorprende e non fa ridere. Peccato perché la Johansson, sia pure nei panni dell'impacciata e maldestra Annie, è ancora spigliata e carina e sembra sempre sul punto di esibirsi in un guizzo, una svolta, uno scarto che non si decidono mai ad arrivare. E peccato anche perché Laura Linney incide un esilarante cammeo di mamma «impegnata» (a risultare sempre e comunque giovane, alla moda e politicamente corretta) facilmente esportabile nei nostri lidi.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 30 novembre 2007
Se la Johansson cita Mary Poppins
Manhattan, paraggi del Central Park. Non siamo a Natale, ma è come se. Mamme vip prese dallo shopping sulla Quinta strada e le care tate che curano i piccini ma incontrano in ascensore giovani aitanti, ricchi, disponibili al salto mortale sociale dall'East Side verso il basso. Va di lusso alla Johansson che dal New Jersey approda a Manhattan, fa la tata di un precoce frugoletto e la prende antropologicamente. Impara che anche i ricchi piangono, si tradiscono, fanno analisi di gruppo per le tate. Tutto secondo il copione rassicurante di un romanzo che dà il via e in fondo dice più di quanto forse voglia su un ambiente sereno da anni '50, con donne in carriera come al museo di storia naturale. Film per signorine bene che diverte all'acqua di rose, cita Mary Poppins con ombrello e Tutti insieme appassionatamente, con un gruppo di attori psicosomaticamente perfetti, la bella bionda tata Scarlett, l'ottimo Giamatti, la brava Laura Linney.
VOTO: 7
Maurizio Porro
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Il Messaggero, 30 novembre 2007
Il fascino discreto delle tate
Annie (Scarlett Johansson) una ragazza del New Jersey fresca di laurea, che tenta il grande salto a New York. Ma non nasconde il suo lato cafone e, per il primo colloquio di lavoro, indossa un assurdo tailleur verde. No, Annie non diventerà un'economista, ma si ritroverà presto a fare la tata. Con The Nanny Diaries, il cinema esplora ancora il mito della governante. E, dopo Mary Poppins/Julie Andrews e una serie di tate cattivissime, la governante di oggi è stile Sex and the City. Non a caso il film è tratto dal libro di Emma McLaughlin e Nicola Kraus: vere tate di figli di schizoidi donne a Manhattan. Così Annie si ritrova contro una mamma-iena dei quartieri alti (Laura Linney). Ma il mondo tutto fashion, borghesi americani e nevrosi compulsive ricorda troppo Il diavolo veste Prada. E nessuna attrice dovrebbe confrontarsi con Meryl Streep. Ma Scarlett Johansson è giusta nella parte, la commedia scivola con leggerezza e le tate, si sa, hanno un fascino eterno.
Roberta Bottari
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L'Unità, 30 novembre 2007
Sono strani questi ricchi
A scorrere i ruoli che ha interpretato fino ad oggi pare abbia vissuto già qualche vita. E invece, magia del cinema, Scarlett Johansson ha solo 23 anni. E' stata una ragazzina misteriosa per Redford, Coen e Sofia Coppola, giovane donna di carattere per Woody Allen, Gabel e Nolan, femme fatale per De Palma. Dove stava andando a finire con tutta questa fretta, precoce e talentuosa come si ritrova? Il diario di una tata, scritto e diretto da Shari Springer e Robert Pulcini (ripreso da un best seller del 2002), l'ha riportata per un attimo alla condizione di ragazza della sua età, naturale e sexy. Annie, neolaureata in economia e con grandi sacrifici della madre infermiera, dovrebbe puntare a monetizzare trovando un posto in qualche società o istituto finanziario. E invece, orrore, finisce per indecisione a fare la baby sitter per una famiglia dell'East Side. La famiglia X, come la chiamerà nel suo diario, diventa oggetto della sua "indagine sul campo" in quanto appassionata di antropologia. Si trova a trattare con un bimbo viziato e solo a cui si affeziona, una madre (Laura Linney) nevrotica e trascurata, un padre (Paul Giamatti) lunatico e assente.
Planata sulla porzione ricca di New York con un ombrello rosso – sarà tutta una citazione da Mary Poppins - Annie vive questa specie di anno sabbatico nella curiosa noncuranza per il futuro. Potremmo dire condizione gioco-forza di tanti laureati italiani senza prospettive ma atteggiamento incomprensibile per la madre di Annie e gli americani di classe media che s'indebitano per frequentare l'università. Però Springer e Pulcini, piuttosto che puntare sull'indeterminatezza dei desideri della ragazza o addirittura su una nascosta ribellione contro i sogni materialisti e voraci imposti dalla società occidentale buttano tutto sulla favoletta metropolitana della povera ragazza buona e dei ricchi insopportabili. Tendendo a semplificare, fluidificare, rendere gradevole. Con tanto di fermi immagine, giochi grafici, colori brillanti e netti e principe azzurro. La Johansson recita con tutta la sua intelligenza, districandosi in un ruolo brillante che in qualche modo resta impalpabile. Altrettanto fanno la coppia Paul Gimatti-Laura Linney. Il risultato è un curioso film poco definibile, a tratti immaginifico seppure diretto, quasi banale.
Pasquale Colizzi
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La Repubblica, 30 novembre 2007
"Il diario di una tata", tono dolceamaro
per una Mary Poppins a Manhattan
Qualsiasi riferimento al Diario di una cameriera di Buñuel è puramente casuale. Qui si raccontano, in tono leggero come una bolla di sapone, le avventure di una Mary Poppins dei nostri giorni, Annie, destinata a diventare una donna in carriera; e che invece, dopo un incontro fortuito a Central Park, s'impiega come babysitter presso una ricca famiglia di Manhattan.
L'idea divertente è che la ragazza - un master in antropologia - osserva le tribù umane come fossero esposte al Museo di Storia Naturale. Divertente, sì, ma insufficiente a sostenere l'intero film; che a un certo punto adotta un tono dolceamaro raccontandoci di come la datrice di lavoro di Annie trascuri il suo bambino perché troppo presa da mondanità e opere di beneficenza.
Qui entra la nota patetica, insomma; fortuna che Diario di una tata, adattamento di un best-seller a quattro mani, non assume toni moralistici, né pretende d'impartirci lezioni di sociologia urbana. Si limita a raccontarci una fiaba moderna con tanto di Principe Azzurro, attraverso l'obiettivo cordiale di Shari Springer e Robert Pulcini. Meglio del solito Scarlett, che rinuncia alle velleità di "femme fatale" per una parte più adatta al suo tipo fisico e alla sua età.
Roberto Nepoti
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La Stampa, 30 novembre 2007
Vita d'inferno fare
la tata a New York
Tratta da un bestseller scritto a quattro mani da Emma McLaughlin e Nicola Kraus, Il diario di una tata è una commedia che promette più di quanto mantiene. Se l'idea di base - ovvero inquadrare usi e costumi della buona società di Manhattan come se fosse una tribù di cosiddetti primitivi - è senz'altro brillante e spiritosa, lo svolgimento non è all'altezza.
Forse perché la protagonista Scarlett Johansson, studentessa di scienze dell'uomo assunta in una ricca famiglia come nanny di un pestifero marmocchio trascurato dai suoi, è costretta a giocare di rimessa relegata com'è a questo ruolo passivo di osservatrice dei rituali della classe alta cui non appartiene. Così succede che nel film, diretto con finezza poco incisiva da Shari Spinger Berman e Robert Pulcini a risaltare sono le figure in teoria secondarie dei genitori: Paul Giamatti, un tipo laido tutto lavoro e corna alla moglie, e soprattutto la bravissima Laura Linney, detestabile signora bene, che si rivela una donna vulnerata dalla mancanza di amore.
Alessandra Levantesi
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