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Destino del nome (Il)
regia: Mira Nair
con Kal Penn, Tabu Irrfan Khan
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Corriere della Sera, 9 giugno 2007
Mira Nair evidenzia la fatica di far dialogare due tradizioni
La distanza tra India e Usa? È nei matrimoni combinati
Nel corso di un viaggio in India mi capitò di fare amicizia con
un ingegnere elettronico di Bombay e con sua moglie, una coppia molto
sofisticata, buoni conoscitori della letteratura occidentale e in grado
di citare I promessi sposi. Forse il tema del fidanzamento entrò nel
discorso proprio attraverso Manzoni e fu l' occasione per l' ingegnere
di rivelarmi che il suo matrimonio era stato combinato dalle famiglie
tramite un «matchmaker», secondo la tradizione: lui e la
sposa si erano visti solo una volta prima della cerimonia, in mezzo ai
parenti e senza potersi rivolgere la parola. In pratica questa modernissima
coppia si era costituita solo dopo il «sì», ma non
ritenevano di dover muovere alcuna riserva a una prassi per noi aberrante
e inaccettabile. Al mio stupore, l' intellettuale indiano puntualizzò,
appellandosi a statistiche, che il loro sistema produce unioni più stabili
e felici; e che la scienza e l' esperienza di un sensale di matrimoni,
attento a combinare esigenze e caratteri, avrebbe risparmiato molte delusioni
e rotture ai novizzi di casa nostra. Il tutto mi è tornato in
mente vedendo il film Il destino nel nome di Mira Nair, tratto dal romanzo
The Namesake della scrittrice Jhumpa Lahiri, già laureata col
Pulitzer. È una vicenda familiare che coprendo una trentina d'
anni evidenzia la fatica di vivere sul crinale fra l' oriente e l' occidente,
la matrice culturale originaria e la necessità di adottare altri
costumi per integrarsi in un mondo diverso. Sottoscrivo talune riserve
all' adattamento cinematografico mosse su Internet dai lettori della
Lahiri: la materia di un vasto romanzo è sempre difficile da concentrare
in queste cavalcate storiche, ogni tanto la necessità di condensare
e omettere prende la mano e la narrazione tradisce qualche affanno. Ma
al di là di ogni legittima obiezione, il film si rivela un' esperienza
perfino educativa. Più volte ricorre sullo schermo l' immagine
di qualcuno che tenta di entrare nelle scarpe di un altro, proprio la
metafora di ciò che si richiede allo spettatore invitato a immedesimarsi
in usi, costumi e mentalità di personaggi appartenenti a una tradizione
differente. Immersi nella sanguinosa tragedia planetaria che si replica
ogni sera nei telegiornali, intessuta di fondamentalismi aberranti e
anacronistiche guerre di religione, ben venga Il destino nel nome che
ci conferma come al di là di apparenze, abitudini e rituali siamo
costretti a riconoscerci tutti uguali. La storia è quella del
matrimonio combinato fra Ashoke (Irfan Khan) e Ashima (Tabu), che da
Calcutta devono poi trapiantarsi per ragioni di lavoro a New York. Avranno
due figli, di cui ci interessa soprattutto il maschio chiamato Gogol
(Karl Penn) in omaggio all' autore di Il cappotto, un personaggio sospeso
tra due mondi. Regista capace di trasmettere il palpito fisico delle
figure che mette in scena, Mira Nair coglie il senso del romanzo misurando
la distanza fra Usa e India attraverso il freddo che tormenta Ashima
nel suo appartamentino di Queens e il caldo che Gogol e la sorella, nati
americani, trovano insopportabile durante il primo pellegrinaggio nella
terra degli avi. Da principio Gogol sente le radici subcontinentali come
un condizionamento fastidioso, donde la scelta di farsi chiamare Nick
e fidanzarsi con una perfetta incarnazione della «wasp».
India, addio? Aspettiamo a dirlo perché è proprio una visita
al Taj Mahal che indurrà il giovane protagonista a studiare architettura.
Il distacco dai progenitori non sarà un' impresa da poco e finirà per
comportare qualche sorpresa. Mira non padroneggia fino in fondo la drammaturgia,
ma è un' osservatrice della quotidianità sulla scia della
scuola bengalese di Satyajit Ray; e tra umorismo e sentimento, sa condire
il piatto con un dressing all' italiana tipo Monicelli o Scola.
Tullio
Kezich
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Corriere della Sera, 8 giugno 2007
Calcutta e New York: lacerazione tra due culture
Lacerazione della doppia cultura, da Calcutta a New York, con due giovani
sposati per commissione. 30 anni di piccola saga di famiglia con alcune
cerimonie (passione dell’autrice) in stile Bollywood e il neo realismo
dei sentimenti, ripicche e rimorsi, amori e morti, radici e progresso:
va bene le ceneri nel Gange, ma poi cambiare, pure sposando una yankee.
Mira Nair autobiografica o quasi, che torna ad esplorare ragioni e contraddizioni
del cuore con gran sensibilità, ispirata dal romanzo di Jhumpa
Lahiri. E se uno dei figli di nome fa Gogol, l’autore del Cappotto,
una ragione c’è. Calore e polvere, caldo e freddo, oggi
più malinconia di ieri e meno di domani, c’è un misto
nel fondo di ciascuno: il film melò ha momenti intensi e ufficializza
il bisogno di memoria per tutti. Morale? Né di qua né di
là, né indiani né americani: il viaggio non è solo
geografia e lo sguardo bello e dolce della madre lo esprime una volta
per sempre.
Maurizio Porro
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La Repubblica, 1 giugno 2007
Radici e apertura al mondo nell'ultimo film di Mira Nair
"Il destino nel nome" tra Calcutta e New York
La regista di "Salaam Bombay", "Mississippi Masala" e "Monsoon
Wedding" torna con Il destino del nome a raccontare il proprio vissuto
nell'incontro, non facile ma animato da curiosità e apertura,
tra radici, tradizioni e identità indiane e mondo occidentale
moderno. Lo fa attraverso l'adattamento di un romanzo di Jhumpa Lahiri
che in "The Namesake" (l'omonimo) racconta la propria esperienza
di sradicata e di americanizzata. La storia investe due generazioni.
E inizia con Ashima e Ashoke che lasciano Calcutta per trasferirsi a
New York. Dove, dopo un matrimonio tradizionale combinato, iniziano davvero
a conoscersi in un ambiente al tempo stesso ricco di opportunità e
ostile, se non altro dal punto di vista climatico.
Qui nasce il loro figlio. Che dovrà vivere una vita diversa
dalla loro, integrata, e che però chiamano eccentricamente Gogol.
Questo nome, che ha un'enorme importanza per suo padre essendo legato
a un episodio drammatico in cui riuscì a sopravvivere a un grave
incidente ferroviario proprio grazie alla lettura del Cappotto di Gogol,
sarà invece
e lungamente un incubo per il figlio lungo tutta l'infanzia e l'adolescenza.
Si tratta evidentemente di un simbolo e di una metafora: della dialettica
tra fedeltà alle radici e apertura al mondo. Solo quando finalmente
Gogol capirà e avrà appreso la lezione paterna, diventando
fiero del proprio nome, sarà davvero pronto e libero di sentirsi
se stesso.
Paolo D'Agostini
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