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Curioso caso di Benjamin Button (Il)
di David Fincher
con Brad Pitt, Cate Blanchett (Usa, 2008)
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Panorama, n.8 2009
Brad Pitt, vita al contrario
David Fincher impegna ogni suo talento (e sono tanti, folli) in questo monumentale film metafora in cui qualcuno ha già letto infanzia, decadenza e dissoluzione dell’America, dalla vittoria del 1918 alla devastazione dell’uragano Katryna (su cui si apre e chiude). Ma, nonostante la ricercata bellezza dell’insieme, il regista non riesce a cancellare il voyeurismo che ne falsa la visione. Da quando Benjamin nasce, neonato vecchio e rugoso, crescendo poi all’incontrario, aspettiamo solo l’attimo in cui Brad Pitt ridiventerà Brad Pitt, sbucando trionfale dalla curva in sella alla motocicletta. C’è un che di ironico, ma questa attesa rende il resto improbabile, svela il meccanismo, il cerone, il trucco, l’effetto speciale, e li porta in primo piano cancellando la profondità per l’abbagliante superficie. Finisce su una nota dissonante la magnifica divagazione (tratta da Francis Scott Fitzgerald) sul tempo che ci rincorre e che noi rincorriamo con l’angoscia di sapere che le rispettive lancette non si allineeranno mai. Ci si concentra forse troppo sul mutare prodigioso del corpo degli amanti che, lo sappiamo già, potranno unirsi solo per un breve momento. Ma proprio in questo destino avverso, fin troppo annunciato, risiede il potere ipnotico del film.
Piera Detassis
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Corriere della Sera, 20 febbraio 2009
La vita a ritroso di Brad Pitt neonato
Come volevasi dimostrare quest'affascinante imperfetto film di Fincher piace: perché ha Pitt seduto sul titolo (ma lo si vede stravolto dalle rughe del computer più mostro che bambino nato vecchio) e perché il gran gioco del dare-avere poetico del Tempo (dove eccelle Alain Resnais), specie se proviene da Scott Fitzgerald & Twain promette Spettacolo + Cultura. Quindi il kolossal sul piccino nato anzianissimo nel 1918 a New Orleans e la storia sue delle avventure (con intermezzo erotic swing in Russia con la Swinton) a ritroso perché morirà neonato, serve da esempio per dimostrare che tutto sfugge, non solo l'amore. Infatti Brad e Blanchett si riconoscono solo un attimo. L'ispirazione è letteraria, il cinema non le sta al passo ma è un'operazione struggente dove si cerca l'anima anche in un fulmine e un colibrì diviene non per caso la piuma di Forrest Gump.
VOTO: 7
Maurizio Porro
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Corriere della Sera, 16 febbraio 2009
Il curioso caso di Benjamin Button
Giocando col tempo, su suggerimento di Twain e Fitzgerald, il regista di paura Fincher decide di far nascere vecchio proprio Brad Pitt poi ringiovanirlo, invertendo le lancette dell'orologio. L'America folle dal 1918 a oggi, con strage di cuori, affetti speciali, la sensazione di un capolavoro mancato: nella lotta contro il Tempo manca l'introspezione, qualità letteraria che si realizza solo in parte. Film di 165' che grazie a una bella idea vince la scommessa a metà.
Maurizio Porro
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Avvenire, 13 febbraio 2009
L'intensa vita a ritroso di Pitt
Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher è ricavato da una sceneggiatura di Eric Roth che si ispira a un racconto di Scott Fitzgerald. Il grande scrittore americano immaginò un uomo che nasce a ottanta anni nel 1918 e la sua età scorre al contrario. Un uomo come tutti noi, incapace di fermare il tempo. Un uomo con molte avventure e una grande storia d'amore. Una trama così ricca di suggestione è passata di mano in mano nella vecchia Hollywood ma poneva problemi considerati irrisolvibili. Ci è voluta la bravura di Fincher e la caparbietà di Brad Pitt per portarla sullo schermo. Il bravo attore interpreta Benjamin nelle diverse età, ed è sempre credibile. All'inizio, grinzoso come un vecchio, viene abbandonato dal padre, impressionato da quel mostro, sui gradini di una casa per anziani. L'inserviente di colore Queenie ( Tarajh P. Henson, bravissima) lo raccoglie e lo considera come un figlio. È sorprendente davvero come Pitt dia conto dei passaggi dell'età, come perfettamente risponda alle sensazioni che le distinguono: l'ascolto dei vecchi della casa che, a uno a uno, se ne vanno, la curiosità che suscita in lui la bambina Daisy (la vedremo da adulta interpretata da Cate Blanchett), la partenza con il rimorchiatore il cui buffo capitano insegnerà a Benjamin come conoscere il sesso femminile, l'incontro con il vero padre sempre alle prese con il rimorso per l'abbandono del figlio. Benjamin ha il dono di sapere ascoltare e di assimilare; sempre, tuttavia, consapevole che la vita ha un punto inevitabile, la morte. Tolto lil paradossale spunto iniziale, Il curioso caso di Benjamin Button, candidato a 13 premi Oscar e in uscita oggi nelle sale, è un film all'antica. Volendo coinvolgere lo spettatore nell'analisi del protagonista, la cinepresa segue ritmi pacati. Questo non è un film da tagli rapidi e movimenti frenetici. Lo ha compreso Fincher e Pitt e gli altri attori lo hanno assecondato. Il racconto attraversa molti momenti storici, tutti risolti con sensibilità da un artista che si concede, qua e là, pause distensive: il sommergibile affondato dal rimorchiatore nella II Guerra mondiale e l'uomo dell'ospizio colpito cento volte dal fulmine senza danni.
Francesco Bolzoni
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Il Mattino, 14 febbraio 2009
Pitt, viaggio nel tempo perduto
Trasposto da un racconto breve di Scott Fitzgerald, il favorito per l'en plein agli Oscar (è candidato a tredici statuette) è un'opera fluviale che pretende molto e altrettanto rischia. «Il curioso caso...» inizia a New Orleans il giorno prima della fine della Grande Guerra, quando viene alla luce il rugoso, artritico, mezzo sordo e mezzo cieco novantenne Benjamin Button: abbandonato - non senza qualche ragione - dai genitori, il disfunzionale neonato è allevato da una donna di colore e destinato a un'incredibile esistenza che lo vede ringiovanire progressivamente sino alla fatale chiusura del cerchio nel 2005. Tutto sta tra il «tanto» e il «troppo» nel viaggio a ritroso messo in scena dal regista David Fincher (sottovalutato come autore dei thriller «Seven», «Fight Club» e «Zodiac»): il controcanto poetico, le gag beffarde, le tenerezze nostalgiche, le scenografie e gli abiti d'epoca, lo studiatissimo e policromo commento musicale, la fotografia virata al seppia, la tecnica della «motion capture» applicata alle mutazioni di Brad Pitt, l'overdose di preamboli e finali, la voce off cavernosa della narratrice ormai morente. La retorica auto-indulgente è pertanto in agguato a ogni ansa, ma non per nulla la sceneggiatura è firmata da Eric Roth, lo stesso di «Forrest Gump»: le implicazioni filosofiche e quelle storiche (in pratica uno scorcio favolistico del Novecento americano) s'impastano continuamente con l'obiettivo, però, di confluire nel tema più semplice e privato, la vana resistenza dei sentimenti umani contro la deriva della smemoratezza, della consunzione e dell'inaridimento. Il nucleo migliore finisce, così, col riguardare lo struggente inseguimento da parte di BB della ballerina di cui si è innamorato, ma che purtroppo s'è incrociata con lui solo per un attimo fuggente: se all'indubbio glamour di Brad Pitt fanno la tara i prodigi del trucco digitale, Cate Blanchett si conferma attrice dalla luminosità abbagliante nonché vero perno del film, l'interprete ideale della metafora, più fitzgeraldiana che proustiana, sul meccanismo distruttivo della fine degli amori e del trascorrere del tempo. A questo punto le emozioni individuali conteranno più del bilancio critico, già di per s?è in bilico tra l'ammirazione per la temerarietà espressiva e stilistica e la sazietà per il connesso ed estenuante compiacimento «artistico».
Valerio Caprara
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Il Messaggero, 13 febbraio 2009
I miracoli del make up
non danno emozioni
Da quando la chirurgia plastica ha cambiato il nostro rapporto con l'età, o almeno ha creato questa illusione, e il cinema in 3D ha creato mondi "altri" con assoluto realismo, i divi di Hollywood hanno iniziato una tacita gara a colpi di make up. Non passa anno senza che le massime star vengano candidate e magari premiate dall'Oscar grazie a nasi finti, denti guasti, protesi repellenti, e a sedute fiume di trucco pubblicizzate con l'enfasi che una volta si riservava alle imprese spaziali. Come se la minaccia della tecnologia sulla propria pelle li spingesse a cimentarsi in performance sempre più vistose (e superficiali).
Tratto da un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald e diretto da un regista a volte geniale come David Fincher (Alien 3, Fight Club, Zodiac), Il curioso caso di Benjamin Button aggiunge a questa tendenza una dimensione letteraria che rende il tutto ancora più fragile e assurdo. Cosa aggiungono infatti le immagini alla fantasticheria di Scott Fitzgerald, ispirata a sua volta da una battuta di Mark Twain («È una disdetta che la parte migliore della vita sia all'inizio e la peggiore alla fine»)? Nulla. Se non una (falsa) evidenza fisica che è l'opposto di quanto il racconto suggeriva. Eppure dopo una lunga gestazione e svariati tentativi, Benjamin Button è stato riscritto dall'Eric Roth di Forrest Gump (sulla falsariga della stessa idea chiave, il rapporto fra piccoli personaggi e Grande Storia) e affidato, ovviamente, a una delle star che meglio incarna l'idea di forza e giovinezza, per il puro gusto di vedere Brad Pitt vizzo e rimpicciolito nei suoi primi anni, e poi via via più agile e splendente. Fino alla regressione finale, che portandolo nuovamente in fasce gli toglie tutto ciò che si era poco a poco conquistato.
Tutto qui, verrebbe voglia di dire. Con un gran numero di eventi e di personaggi a movimentare questa cavalcata attraverso il Novecento, da cui però non si cava un minimo di emozione. C'è una pesante cornice narrativa con Cate Blanchett, pure lei sfigurata dal make up, che dal letto di morte racconta tutto a sua figlia Julia Ormond. C'è la nascita prodigiosa di Benjamin, che il padre industriale lascia sulle scale di un istituto gestito da una donna di colore, a New Orleans. Poi l'infanzia in sedia a rotelle, l'iniziazione sessuale di quel vecchietto gagliardo («Ma chi sei, dice stremata la ragazza del bordello, Dick Tracy?»), i primi amori, la passione contrastata per quella bambina conosciuta troppo presto, o troppo tardi, e inseguita per tutta la vita, che da grande farà la ballerina (Blanchett, appunto). Inframmezzata da viaggi, amori, liti, battaglie, che instillano nello spettatore un dubbio capitale. Forse l'errore è nel manico. Un film così andava fatto in 3D, appunto. Oppure in bianco e nero e con immagini poco definite che lasciano più spazio all'immaginazione.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 13 febbraio 2009
Se la vita va a ritroso
Ma il breve racconto di Fitzgerald diventa interminabile
Con la sua aurea brevità, un racconto come Il curioso caso di Benjamin Button, pubblicato da un insolito Francis Scott Fitzgerald nel 1922, sembrerebbe fatto apposta per essere trasferito senza problemi al cinema. Ma, chissà perché, nell'adattamento di Eric Roth (l'applaudito sceneggiatore di Forrest Gump) la strana storia di Benjamin, che nasce vecchio e con l'avanzare degli anni ringiovanisce fino all'infanzia, si è gonfiata in maniera spropositata perdendo il suo respiro di favola bizzarra alla Mark Twain. E acquistando toni pensosi, cupi e lirici, che forse sarebbero più in sintonia con il Fitzgerald di Belli e dannati. Fra un cambiamento di data (nel libro il protagonista viene alla luce nel 1860, sullo schermo nel 1918) e di ambientazione (da Baltimora a New Orleans), l'aggiunta di una doppia cornice narrativa e l'introduzione di personaggi ed episodi inventati, ne è uscita una pellicola della spropositata durata di 163 minuti. Certo la regia di David Fincher è impeccabile e raffinata, e così i trucchi e gli effetti speciali, la scenografia d'epoca e la fotografia, la musica e gli interpreti: uno spettacolo di alta qualità che giustifica la valanga di 13 candidature all'Oscar. Che ne è, tuttavia, della poetica semplicità di questa parabola sulla vita?
Resta il coraggio di scommettere un grosso budget su un prodotto il cui successo sulla carta non era affatto scontato. In una società protesa a rimuovere gli spettri del decadimento fisico e del dolore, poteva non piacere l'idea centrale del film: ovvero che sull'orologio dell'esistenza andare a ritroso verso la nascita equivale ad andare in avanti verso la morte. E poteva capitare che il bravo Brad Pitt, in versione volto grinzoso e quattro peli in testa su un corpicino artritico e rinsecchito, mettesse in fuga le ammiratrici. Invece deve aver funzionato la curiosità di vedere il Brad imbruttito ridivenire il Brad bello e sensuale come lo ama il pubblico femminile planetario. E anche eroe romantico un po' di maniera, sospeso a una storia d'amore con la ballerina Cate Blanchett (tutta creata ex-novo) destinata a durare quel fugace pugno di anni in cui età anagrafica e biologica infine coincidono.
Alessandra Levantesi
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