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Crogiuolo (Il)
di Arthur Miller
Corriere Lombardo, 2 febbraio 1956

E’ preferibile una commedia utile a una commedia bella, una commedia bene intenzionata, a una commedia ben riuscita? Ecco, su un piano indiscutibilmente elevato e di alta rispettabilità, il problema critico che, per noi, pone la rappresentazione de Il crogiuolo di Arthur Miller, giunto ieri sera sul palcoscenico del teatro Manzoni, nella martellante regia di Luchino Visconti e per l’interpretazione di Lilla Brignone, Gianni Santuccio, la Albertini, la Borboni, il Pilotto ed altri commedianti, illustri o no.
Per il povero George Bernard Shaw, ad esempio, non ci sarebbero stati dubbi. Egli non concepiva nemmeno un teatro senza un’influenza precisa sul pubblico, privo di uno scopo di elevazione o anche soltanto di informazione ideale, morale, politica, polemica, o altro. Ed è bello figurarsi l’autore drammatico oltreché un uomo profondamente impegnato e compromesso col proprio tempo, anche un combattente di prima linea. Shaw aveva perfettamente ragione asserendo che, per quanto concerne gli autentici capolavori della scena, era sempre stato così. Soltanto, dimenticava che era stato così senza volerlo o senza proporselo; per il semplice fatto che l’autentica poesia, più o meno, coincide sempre anche con una implicita posizione etica. In questo senso checché ne continuino a pensare i piagnoni, nulla di più morale de La mandragola. Basterebbe il ricordo della Morte di un commesso viaggiatore per apprezzare la posizione morale di Miller e la sua totale accettazione che non deve essere né facile né comoda, di giudice della realtà e del costume, del tempo e della società del proprio paese. Solo da posizioni e responsabilità del genere può nascere un teatro moderno.
Ebbene, è impressione mia che quella commedia fosse meno occasionale di questa; meno vincolata a suggestioni contingenti, meno impacciata dai fili marginali di un analogico riferimento storico e morale quanto mai centrato e pertinente ma che però ha il torto di sminuzzarsi ed esemplificarsi in troppo fitti e inutili riferimenti singoli, privandoli dell’indispensabile autonomia emotiva drammatica e lirica. In altre parole, mi pare che se Miller non si fosse puntigliosamente voluto ricordare scena per scena, parola per parola, personaggio per personaggio, che Il crogiuolo doveva essere un cartello di sfida, una riprovazione, un ammonimento della libera cultura al famigerato senatore Mac Carthy e alla psicosi creatasi negli Stati Uniti, e che coinvolse oneste coscienze e anche democratici intellettuali, per cui il solo fatto di aver avuto – che so? – un comunista seduto accanto in treno, poteva finire col suscitare un complesso di colpa anche nel più onesto e innocente dei cittadini… se si fosse ricordato un po’meno di tutto ciò, la sua freccia avrebbe raggiunto egualmente, se non più profondamente, il bersaglio; e, ciò che più conta, l’arte ne avrebbe indubbiamente guadagnato. La libertà è importante anche per la poesia. Quello che è successo nel villaggio di Salem, nel Massachusetts, nel 1692, e giustamente rimasto, nella storia e nella tradizione americane, come esempio di una vera e propria psicosi collettiva e monito a quali eccessi, crudeltà e oscurantismo possa giungere la giustizia umana quando, pungolata da consapevoli e inconsapevoli interessi materiali dei songoli individui, come da superstiziose credulità dei rappresentanti della Chiesa – in questo caso sotto la specie dell’intolleranza puritana – si mette a dar la caccia al diavolo e individua in esso le sue occulte sensazioni di colpa, le sue irrazionali paure e le sue incontrollabili angosce.
Meno effetto, caso mai, avrebbe fatto, e potrebbe fare, a noi europei, dove i processi alle streghe sono stati all’ordine del giorno fino ai primi dell’Ottocento, ultimo, mi pare, in Italia quello delle sortiere del Friuli, al quale anni fa Einaudi dedicò una monografia ottima specialmente dal punto di vista psichiatrico della cosiddetta demonomania. Per tornare a Salem, il reverendo Parris, anima cristianamente non limpida benché bene intenzionata, scoperse una notte la sua figlioletta, sua nipote e altre giovinette della parrocchia, nella foresta a danzare – qualcuna pure nuda – sotto la luna. Si trattava di poco più di un gioco innocente intriso, se si vuole, di sessualità adolescente, e guidato da una, schiava indigena memore e nostalgica ancora dei riti della sua gente e della sua religione.
Da questo momento, contro la volontà di alcuni degli stessi controllori di coscienza subito chiamati all’adunata, è come una valanga che ingrossa, precipita e tutto travolge sul suo cammino. Le crisi isteriche delle fanciulle incalzano e si moltiplicano come accadeva lungo le corsie della Salpetrière quando passava il professor Charchot; tutte confessano di avere la volontà legata, di essere preda di sortilegi e di magia nera, vittime di streghe, votate a Belzebù. La tale è strega, la talaltra è strega. Basta il risentimento, il rancore, l’interesse, lo spirito di vendetta di un testimonio, un nome buttato là a caso per finire coinvolti nella faccenda; e il braccio secolare si mette in moto con lo zelo che gli è sempre consueto. Gli interrogatori si susseguono notte e giorno e gli strumenti di tortura lavorano a pieno regime. Chi per evitare questi ultimi, chi per approfittare di una regola che era un vero e proprio incitamento al crimine: e cioè la garanzia di salvare il collo dalla forca per chi si riconoscesse colpevole, molti dichiarano, con copia e fantasia di particolari, di aver avuto intrallazzi quotidiani, pratiche intime e patti di fuoco e di sangue col Maligno. Nessuna soddisfazione può essere maggiore di questa per i sacri inquisitori, poiché in essa è la prova potente della realtà della stregoneria e dell’immanenza di Lucifero.
La più spietata, implacabile e nefasta delle false accusatrici è la perversa e pervertita Abigail, la nipote del pavido e superstizioso reverendo. Essa agisce per gelosia. Essendo stata a servizio del contadino Proctor ed avendo avuto rapporti peccaminosi con lui, per i quali ha gettato nel rimorso l’onesto uomo ed è stata cacciata dalla casa, essa accusa come strega la moglie del suo ex amante. Tolta di mezzo la rivale – che poi riuscirà a scampare al capestro soltanto perché  incinta – Proctor finisce col compromettere anche sé stesso davanti alla Corte e con l’essere accusato, lui pure, di stregoneria. Proctor e sua moglie, come alcuni altri, appartengono però a coloro che non sono disposti a mentire; essi continuano a dichiararsi innocenti. Si tratta delle figure più eminenti del villaggio e il loro rifiuto a riconoscersi colpevoli mette in imbarazzo i giudici e li obbliga ad andare fino in fondo. Proctor potrebbe continuare a vivere, a sperare a vedere il sole, a godere dell’amore e del perdono della sua donna. La tentazione è grande. Nessun prezzo vale la vita, specie quando si è giovani. Essa è un dono di Dio da conservare ad ogni costo. E in un primo momento, Proctor, che è un galantuomo, ma non è, né vuol essere, un eroe, sottoscrive una confessione di piena consapevolezza. Ma poi, quando capisce il significato che essa avrebbe, l’uso che ne sarebbe stato fatto per ribadire l’errore, la superstizione, l’ingiustizia e l’ignoranza, la strappa e si avvia verso il patibolo nella consapevolezza di un atto di protesta doloroso ma necessario a stabilire e a salvaguardare la dignità e la libertà umane.
È una soluzione, una scelta, se si vuole, in un certo senso esistenzialista; la quale ha il solo torto di venire un tantino inaspettata, in appendice a un’impalcatura vagamente melodrammatica e poliziesca. Abile, solida, fitta, calcolata, preordinata, dalla salda e pesantuccia struttura tradizionale – totalmente diversa da quella del Commesso viaggiatore – in ultima analisi, il maggior merito della commedia consiste nell’attualità del discorso dei suoi personaggi che, pur senza nulla perdere della loro realtà storica, parlano tra essi rivolgendosi a interlocutori di tre secoli dopo, e intrattenendo un colloquio che, in fondo, impegna più noi che loro. Dal mero punto di vista della obiettività poetica resta però sempre da vedere quale sarebbe il valore della commedia se non fosse una commedia a chiave e dovesse, come dovrebbe, affidare la sua validità all’indispensabile ed assente magia fantastica del linguaggio…
Mancando di interiorità e di mistero il testo, non c’è alcuna ragione di pretenderli dalla esecuzione. La regia di Luchino Visconti, responsabile assoluto della totalità dello spettacolo avendo firmato anche le scene di un suggestivo realismo romantico vagamente melodrammatico, e i costumi d’una verità e di una semplicità bellissime, si mantiene continuamente ai limiti in cui la forza sta per sconfinare nella ostentazione della forza. Accettata questa impostazione è poi riconoscibile da capo a fondo la mano del maestro, col suo minuzioso rigore esercitato sia nell’approfondimento psicologico del singolo personaggio, come nelle vaste e clamorose scene corali di scatenamento demoniaco.

Lilla Brignone (signora Proctor) ha recitato spoglia e nuda come non mai, letteralmente l’anima offerta sulla palma della mano. In questo senso è stata l’unica. Di un’ardita e ardente e vibrata e appassionata verità è stato Gianni Santuccio; di una perversità balenante come il cristallo, e demoniacamente perversa è risultata Edda Albertini (Abigail); Paola Borboni e Camillo Pillotto hanno messo a disposizione dello spettacolo la loro autorità e la loro intelligenza; Carlo D’Angelo, Mario Feliciani, la Benvenuti, il Cristina hanno fatto valere il loro nome; il Lepsky, il Fantoni, il Talentino, la Cappellini, la Giordano hanno recitato più che bene. Ma a nominarli tutti ci vorrebbe ancora mezza colonna. Non posso, tuttavia, tacere di Adriana Asti e di Marisa Pizzardi che sono state la sorpresa della serata. Il successo è stato intenso e singolare. In qualche momento le streghe hanno anche fatto ridere.
   
© Sipario 2011