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Il Console
di Gian Carlo Menotti
direzione orchestrale: Mark Springer
regia: Walter Le Moli
scene: Tiziano Santi
costumi: Vera Marzot
interpreti: Raffaella Angeletti, Vladimir Stoyanov Ursula Ferri,
Stefanie Irànyi, Mark Milhofer, Patrizia Porzio, Elena Berera,
Monica Minarelli, Marcello Lippi, Panajotis Iconomou, Enrico Marabelli
Torino, Teatro Regio
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Sipario, 2007
Con un’ovazione all’autore novantacinquenne presente in
sala e con molte chiamate il “Regio” di Torino ha approvato Il
Console di Gian Carlo Menotti. A cinquantun anni dalla “prima” americana,
l’opera rappresenta lo sforzo drammatico più impegnativo di
Menotti, parole e musica. Era una storia capace di toccare nervi scoperti.
In un paese europeo indeterminato e immaginario la moglie di un cospiratore
per la libertà tenta invano di avere il visto per emigrare in un
altro stato che si dice libero per raggiungere il marito. La circondano
una burocrazia spietata (una agghiacciante Segretaria), la collusione dell’inavvicinabile
console con la polizia politica, altri dolori (una madre e un bambino malato
e infine morto), le pressioni di un agente, l’arresto del fuggiasco,
per arrivare al suicidio di lei con il gas.
Non bastassero i fatti nudi della vicenda, Menotti vi intreccia momenti ad effetto,
come gli interventi di un illusionista ipnotico, allucinazioni, contrasti patetici;
infine, mentre la protagonista è ormai esanime, ci ossessiona il telefono
che continua a squillare invano. Il vecchio grand-opéra aveva insegnato
che nell’opera, se opera vuol essere, occorre sommare emozioni e suggestioni.
Opera è, senza dubbio, Il Console. Non solo perché si
canta - e con impegno - e perché suona un’orchestra.
Menotti conosce a fondo la storia del melodramma (e un tantino anche del musical)
da Monteverdi ai tempi suoi e nostri; sa muovere bene le voci e le famiglie orchestrali.
Passano richiami, a volte riconoscibili e forse voluti, da Mussorgskij a Puccini,
a Strawinsky, a Prokofiev.
Al “Regio” lo spettatore è coinvolto da un tutto dove la bacchetta
di Mark Springer sa far ascoltare la musica in funzione del teatrante Menotti
e della sua storia, con Raffaella Angeletti (Magda), soprano palpitante e svettante
padrona della scena, il baritono Vladimir Stoyanov (il fuggiasco), il contralto
Ursula Ferri (la madre) e Stefanie Irànyi, insensibile nemica burocratica
eppur sexy, efficacissima segretaria; il versatile e colorito illusionista Mark
Milhofer. Ma un “bene gli altri” non basta, per la prestazione tutta
a intarsio di Patrizia Porzio, Elena Berera, Monica Minarelli, Marcello Lippi,
Panajotis Iconomou, Enrico Marabelli.
Nudo e ostile è anche l’ambiente scenico ideato da Tiziano Santi
per la regìa di Walter Le Moli, ossessiva e pur varia, con i costumi di
Vera Marzot. Anche l’esser cantato nell’originario inglese con traduzioni
proiettate sembra dar mano a creare un clima speciale. E’ tutta comunicazione,
e al “Regio” se ne è avuta molta.
Alfredo Mandelli
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