Complesso di Filemon (Il)
di Jean Bernard Luc
Corriere Lombardo, 15 ottobre 1951
Secondo quanto riferisce una rivista francese, Jean Anouilh, interrogato su quelle che, secondo lui, sarebbero le vie del teatro comico contemporaneo, avrebbe indicato come genere più conveniente al nostro tempo sentimentalmente scettico e moralmente sgangherato, quello di una farsa critica capace di “tirare al costume” prendendo di mira documenti, abitudini, mode e manie della vita moderna. E come esempi suggeriva alcune sue commedie e poi faceva il nome di Roussin – quello de La capannina per intenderci – e citava infine Il complesso di Filemone di Jean Bernard Luc puntualmente arrivato ieri sera al traguardo del teatro Odeon. Siamo d’accordo con l’illustre intervistato nella sostanza del suo discorso. In fondo, egli non fa che rivendicare la legittimità di una grande tradizione classica. Che cosa sono infatti la maggior parte, per non dire tutte le commedie di Molière se non delle farse d’arte rigorosamente obbedienti alle esigenze indicate da Anouilh? Un po’ meno d’accordo, ci troviamo quando si passa all’esemplificazione. Giusto per quanto riguarda lui stesso; ma perché non cominciare l’elenco con Marcel Aymé autore di quei due capolavori che sono Luciana e il macellaio e Clerambard – rigorosamente proibita dalla autorità italiana? Già un po’ meno giusto fare il nome di Roussin, ancora troppo ristretto nei limiti del farsesco erotico; e, quanto meno, esagerata e imprudente, almeno a mio parere, l’indicazione de Il complesso di Filemone.
E’ di scena la psicanalisi, nientemeno. Dipenderà dalla personale convinzione che pochi argomenti come questo sarebbero in grado di suggerire altrettanta ampiezza di buffonesche fantasie e di sarcastiche crudeltà, ma mi pare che rimaniamo molto lontani dalla grande farsa grottesca alla quale la psicanalisi – meglio, la infatuazione per la psicanalisi – prospettata in chiave comica potrebbe dar luogo. Le pretese e i risultati di Monsieur Bernard Luc, che ha trovato in Bruno Arcangeli un traduttore sciolto ed elegante, non vanno più in là di una di quelle pulite, scorrevoli e scanzonate commedie comiche borghesi a sfondo coniugale delle quali ridonda il corrente repertorio leggero parigino. Scoperto un filone d’oro, l’autore arriva alla fine stringendo in pugno una polverina di princisbecco: il felicissimo e fecondo spunto gli si dissecca nelle mani incapace di lievitazione originale e di sviluppi sorprendenti, e si insabbia in una comicità generica e bonaria alla quale finisce col rimanere sostanzialmente estraneo. Tanto è vero che quella che avrebbe dovuto essere la più nuova e rilevata figura della commedia, accentrante in sé tutta la dinamica del suo svolgimento, intendo il personaggio del professore psicanalista, nonché diventare il protagonista resta una pallida e stanca macchietta di contorno.
Ma le mie opinioni private vi interessano certamente meno della vicenda della commedia, e son qui a servirvi. Francesco ed Elena Saintfaust sono una coppia di sposi ideali per attaccamento, per fedeltà, per fiducia reciproca: un’anacronistica reincarnazione del mito di Filemone e Bauci. Ma, ahimè, un giorno la signora assiste a una conferenza dell’illustre professor Konglow, celebrato epigono di Freud, di Adler o di Jung che sieno, o di tutti e tre insieme; ma che assai più probabilmente deve tutta la sua cultura sui misteri del subcosciente a qualche manuale di volgarizzazione scientifica del genere di quelli che, un tempo, pubblicava Sonzogno. La povera donna sente parlare di complessi, di lapsus, di transfert, di censura, di inibizioni, di repressioni e così via. Viene a casa e le pare impossibile che il marito, sotto la sua pacifica serenità, non debba nascondere chissà quali spaventosi istinti repressi capaci, da un momento all’altro, di esplodere in disastrose conseguenze. Bisogna assolutamente portare a galla l’inconscio del signor Saintfaust, anche a costo di dover sacrificare la personale gelosia. E sotto la guida del professor Konglow la altruistica signora si mette all’opera.
Già alla metà del primo atto vediamo le conseguenze di confondere una parola con un’altra. Partiti alla caccia dell’inconscio si va avanti alla ricerca della donna. Scartato il complesso di Edipo per l’impossibilità di dimostrare che l’infelice ha assassinato suo padre, e messo da parte il complesso di Oreste per i placidi rapporti che intercorrono con sua sorella, il signor Saintfaust deve, per forza e a sua insaputa, desiderare subcoscientemente le grazie di un’amica di famiglia. Occorre scoprire chi è ed infilargliela al più presto sotto le coperte perché venga scaricata una volta per sempre la “libido” repressa. A questo punto per dare un giro di manovella alla vicenda si compie un’altra confusionella fra psicanalisi e psichiatria. La moglie crede che sia pazzo il marito, il marito crede che sia pazza la moglie e ognuno si comporta di conseguenza. Finale in bianco come una porzione di trota lessa, con nulla di fatto su tutta la linea. Il professor Konglow si arrende davanti alla irrimediabile vocazione alla fedeltà del suo non nevrotico paziente, gli appioppa, lì per lì, un non meglio individuato “complesso di Filemone” e abbandona la coppia felice alla sua anormale normalità.
Ai fini che si proponeva, la commedia risulta una grande occasione mancata. Ma, astraendo da ciò è abile, facile, piacevole e divertente come tutte le commedie francesi che si propongono di essere abili, facili, piacevoli e divertenti, scritte con la preoccupazione di poter essere replicate il maggior tempo possibile.
La serata è trascorsa fra la continua ilarità; della quale il merito principale spetta alla regia di Alessandro Brissoni. A cominciare dalla gustosa scena commessa al signor Douking già scenografo dell’edizione parigina, egli ha arricchito la commedia di continue invenzioni, lazzi e piacevolezze sottoponendola a una franca e dichiarata deformazione buffonesca che se ha un po’ appesantito certo garbo e certa mondana malizia che non mancano all’originale, in compenso ne ha spremuto, senza esclusione di colpi, tutte le possibilità comiche. Feste e battimani continui ed unanimi – salvo qualche lieve dissenso alla fine – a Laura Solari affascinante in un ardito, anzi stupefacente vestito che non teme… inibizioni; a Giuseppe Porelli divertentissimo marito parigino con innesti partenopei; al Tedeschi e al Lionello entrambi dotati di grandi possibilità ma ai quali mi permetto di suggerire modestamente di non continuare a confondere la recitazione del teatro di prosa con quella del teatro di rivista; alla lepida Albani, alla ottima Spada, alla diligente Sorlisi; ma soprattutto a Isabella Riva, questa cara, brava attrice. Che, se Dio vuole, sa recitare; e che si guadagna un applauso a scena aperta soltanto con una controscena mimica. |