Resa dei conti a Gotham l'eroe sparisce nell'ombra
Apertura
di ferro e fuoco con la rapina alla banca, diffusa su internet
in anticipo sull'uscita del film. Tanto per esasperare l'attesa
dei fan. Basta questa a Christopher Nolan (che ha sceneggiato
con il fratello Jonathan) per chiarire le intenzioni rispetto
al suo Batman-Il Cavaliero oscuro. Perché arriva
questa banda di folli triplogiochisti (capirete) che si mettono
a rubare addirittura i soldi della mafia.
Due i messaggi. Il primo: c'è un nuovo cattivo in città,
Joker (Heath Ledger), mascherato da pagliaccio sfatto, sardonico
(«Quello che non ti uccide, ti rende diverso»),
umbratile, privo di qualsiasi remore, che infierisce sulla
stanca mafia italiana e statunitense. Già messa nel
sacco da un cinese, anzi "dal" cinese (per la proprietà transitiva
sono quelli che faranno le scarpe a tutti noi occidentali).
Secondo messaggio: il male non è mai stato così gratuito,
anarchico, senza coordinate né limiti. Se vogliamo,
visto che è di Stati Uniti che si parla, Joker è un
puro terrorista senza scopo, spettacolare nel cercare il panico
di massa. Siccome il mondo ha vissuto "l'11 settembre" come
un evento discriminante dei nostri tempi, al pari di altre
tragedie epocali, il cinema è lì che lo cita,
anche senza chiare intenzioni, col pensiero all'esorcismo collettivo
della sala.
Il regista di Memento e The Prestige, come nel suo precedente
Batman Begins (2005) evita il taglio pop proprio di un personaggio
dei fumetti per immergerlo in un immaginario tutto possibile,
dark, mai consolatorio.
La tecnologia Imax (per le sale che possono permettersela)
amplifica enormemente il grandioso spettacolo. Gotham City
(Chicago) è lì e tutte le location sono in scala
reale: macchine da presa che sorvolano più volte lo
skyline, grandi attici affacciati sul vuoto, abitazioni a vista
assolutamente anonime, vetri e metallo dappertutto.
E due "Cavalieri" e un tenente impegnati a inseguire
un bersaglio che sa dileguarsi come un'ombra. Il Cavaliere
oscuro/Batman/il milionario Bruce Wayne (di nuovo Christian
Bale come nel 2005), restio a sorridere, sfuggente, non un
super-eroe che strabilia per gli affetti speciali quanto per
i grandi mezzi materiali: lo assiste un saggio maggiordomo
(Michael Caine) e un team guidato da Lucius (Morgan Freeman)
che inventa per lui genialate come la Bat-Pod, la motocicletta
armata nata per "scissione" dalla Bat-mobile (bisogna
pur fare i conti con il traffico cittadino). Oppure gli modifica
la speciale armatura per poter "girare la testa" evitando
l'effetto ingessatura.
Sul versante della legge c'è il Cavaliere bianco, il
carismatico procuratore distrettuale Harvey Dent (Aaron Eckhart)
e infine il braccio "quasi violento" della polizia,
il tenente Jim Gordon (Gary Oldman).
Girato con estrema perizia, potente nelle scene d'azione,
complesso e spettacolare come un kolossal d'autore, con un
eccellente cast praticamente di comprimari, forse troppo lungo
per non subire alcuni cedimenti (2 ore e mezza), quest'altro
capitolo della saga (siamo al 7°: un antesignano di Martinson
del '66, due strabilianti di Tim Burton, due macchinosi di
Schumacher), negli Usa ha stabilito il nuovo record per l'esordio
nelle sale, superando la cifra di Superman 3.
E anche un'unanimità di consensi di critica che dovrebbe
far gridare al capolavoro di tutti i tempi. Definizione eccessiva
ma con qualche buon motivo alla base.
Il film è costruito su un assunto fondamentale della
scrittura di Nolan: l'ambiguità, la metà oscura
che si rintraccia in molti dei suoi personaggi, minaccia per
la comprensione e allo stesso tempo antidoto alla piattezza
delle sceneggiature.
Infatti dalla parte dei buoni ci sono cedimenti e tentazioni
a tutti gli angoli. Oltre alla trasformazione finale (come
da fumetto) del procuratore Dent (la riabilitazione postuma è una
lezione sul potere dei media), il tenente Gordon è il
prototipo del poliziotto che avrebbe mezzi eccessivi se non
illeciti che machiavellicamente potrebbe usare per combattere
il male. Lo stesso quesito che si potrebbe porre a chi "tratta" con
i prigionieri stranieri rinchiusi a Guantanamo.
Stesso dilemma per Batman, eroe molto contemporaneo, sfiduciato,
a momenti incerto sul suo ruolo, persino tentato di gettare
la maschera. Fragile nella lotta contro il male quanto in amore,
poco ricambiato da Rachel Dawes (Maggie Gyllenhaal) impegnata
con Harvey Dent. Nel complesso meno misogino di quanto il cartoonist
Bob Kane aveva immaginato agli inizi.
L'unico a mantenere una chiarezza d'intenti - si definisce "l'agente
del caos" e agisce di conseguenza, colpendo come e quando
può – è il Joker di Heath Ledger, indubbiamente
uno dei migliori che siano capitati sullo schermo: recitazione
viscerale, lingua che saetta tra le labbra come quella di un
serpente, movenze incerte come la sua furia generalizzata.
E una presenza sullo schermo che catalizzata l'attenzione.
Adesso che tutti reclamano un Oscar postumo per l'attore australiano
- dopo la sbornia di droghe che l'ha fatto fuori a 28 anni
nel gennaio scorso - ci vorrebbe proprio un rientro da grande
prestigiatore. Come quando si presentò a farsi premiare
alla cerimonia di chiusura della Mostra di Venezia vestito
con bermuda, bretelle, sandali e calzettoni colorati, occhiali
da sole e un cappello da tirolese.
Pasquale Colizzi