Cane del giardiniere
(Il)
di Lope De Vega Carpio
traduzione di Pietro Raimondi
Corriere Lombardo,
27 luglio 1950
Parrà strano, ma, perché le cose riuscissero perfette
sarebbe stato necessario uno sciopero ferroviario. Dalle nove e mezzo
alle 12,30, al limitare del parco, dove Giorgio De Chirico ha suscitato
un fantastico patio per servire da pista alle pene d’amore
degli ebbri personaggi de Il cane del giardiniere, passano
undici treni. E si sentono tutti. Parrà altrettanto strano,
ma Tatiana Pavlova è riuscita a trasformare il motivo della
sua regia persino sull’orario ferroviario. Ad ogni preannuncio
di treno, gli attori ammutolivano e si immobilizzavano a far quadro,
come per fissare, nella rotondità di un atteggiamento, la
misura, il tono e la proporzione del loro giuoco.
Nel 1603, l’oceanico Lope De Vega aveva quarant’anni e, approfittando
della circostanza, piuttosto rara per un uomo come lui di una giornata libera
nella quale non aveva in programma di scrivere un copione, né di incontrarsi
con una donna, tanto per non perder l’abitudine di tenere la penna in mano,
si mise a fare il conto di quanti copioni aveva messo insieme fino allora. Si
accorse, così, che, fra commedie di cappa e spada, drammi storici, opere
regie, tragedie eroiche, lavori borghesi e popolari, aveva scritto trecentoquarantuno
componimenti. Sei anni dopo, nel 1609, essi erano già saliti a quattrocentottantatre.
Nel 1618 rifece il conto ed erano giunti a ottocento, un anno più tardi,
erano aumentati di altri cento, due copioni, in media, alla settimana. Nel 1624
rifece il calcolo e ne annoverò millesettanta. Poi si annoiò del
giochetto, visse altri undici anni, compose qualche cosetta ancora, ma cessò di
fare i conti e giudicò, uno più uno meno, di aver posto la parola
fine sotto circa millecinquecento copioni che, aggiunti a trecento auto sacramentales,
composti per assicurarsi il paradiso, facevano, in cifra tonda, milleottocento.
Ma allora saltò su qualcuno a dire che i poeti hanno poca memoria, che
Lope non faceva eccezione alla regola, che si era sbagliato e che, tenuto conto
di tutto, si trattava di duemilaquattrocento drammi, forse più che meno.
Questa occupazione doveva lasciargli, tuttavia, molto tempo libero se, frattanto,
gli permise di studiare filosofia, matematica e scienze occulte; di fare sei
o sette anni di prigione, di sposarsi due volte, di rapire alcune compatriote,
vergini e no, di combattere nella Grande Armada di cornificare un numero cospicuo
di signori castigliani, di ingarbugliarsi in numerose relazioni con le prime
donne, di mettere al mondo, fra legittimi e naturali, un numero imprecisato di
figli, non inferiore, ad ogni modo, alla cifra di venti; di scrivere la corrispondenza
amorosa e i biglietti galanti del Duca di Sessa e… di confessarsi e dire
la Santa Messa tutte le mattine, secondo quanto gli imponeva la qualità di
pio sacerdote. Parrà impossibile, ma è molto spagnolo: questa movimentata
carriera non gli impedì di essere colmato di onori dal Santo padre e di
rimanere impiegato in qualità di segretario del Grande Inquisitore che,
con altrettanta prodigalità, mandava a far arrostire sulle piazze i peccatori
che offendevano qualcuno dei dieci comandamenti.
El perro del hortolano è una fra le più armoniche, colorite
e gagliarde delle non moltissime opere di quell’uomo innocentemente empio,
di quel poeta mostruosamente geniale, rimasto a galleggiare sull’oceano
senza fondo di una produzione torbidamente e tumultuosamente composita, priva
di una vera unità morale e ideale, ma stupefacentemente ricca di canto
spiegato a gola spalancata; dove si mescolano e ribolliscono realtà popolaresca
ed esperienza umanistica, eredità medioevali e conquiste rinascimentali,
immediatezza istintiva e preoccupazioni litteratissime, sentimenti misticamente
sensuali e desideri sensualmente mistici, preoccupazioni cortigiane e anticipazioni
rivoluzionarie; l’inferno e il paradiso, lo zolfo e l’acqua santa:
tutta la Spagna ascetica e carnale: ebbra e tormentata, luminosa e tetra, truce
e fastosa, generosa e crudele, potentissima e già declinante, di Filippo
II, dominata dalle feroci leggi dell’onore e redenta dai sublimi slanci
del sentimento. Un caos percorso dagli accecanti bagliori della più alta
poesia e governata alla brava dal più pratico e cinico mestiere – al
quale non era estraneo il superbo insegnamento delle compagnie italiane dell’Arte
dei Gelosi, dei Confidenti, dei Cortesi, frequentemente ospiti dei “corales” di
Madrid –; che mandava in bestia il suo amico, estimatore ed emulo, Miguel
Cervantes.
Se vi piace il termine, Il cane dell’ortolano, popolata di magnificenti,
pomposi e magniloquenti gentiluomini madrigaleggianti e di dame selenitiche e
sospirose ma altere, è una commedia “di cappa e spada”, filtrata
attraverso eleganze rinascimentali all’italiana. Come il cane del giardiniere
che deve difendere dagli altri i frutti del padrone senza poterli assaggiare,
così la bella vedova Diana, contessa di Belfiore, contesa da tronfi Grandi
di Spagna male accetti e respinti, è innamorata morta del suo giovane
segretario, bello vigoroso e seducente ma plebeo che la ripaga di egual affetto
e non lo può amare perché anche in questo caso le leggi dell’onore
vietano a un’aristocratica di abbassarsi fino a un uomo privo di quarti
di nobiltà. E non potendo averlo per sé, fa in modo che, almeno,
nessun’altra donna lo possa avvicinare. A trarla fuori da queste roventi
strette del desiderio e della gelosia interviene il servitore del giovanotto,
il grandioso, il buffone della commedia che, facendo passare il suo principale
per un figlio disperso di un vecchio conte rende possibile le nozze.
Sono personaggi schematici e convenzionali e, in fondo, scarsi di vera vita e
di commozione sincera; ma coinvolti in un vertiginoso montaggio scenico e verbale
dalle curve ampie e ridondanti e dal ritmo agile, vario e movimentato, acquistano
un’esagitata e tenorile prepotenza capace di simulare la vita. Non è in
ogni modo, ad essi che resta affidata l’importanza del più che tricentenario
copione, bensì al proporzionato alternarsi e immedesimarsi della quotidiana
e documentaria semplicità di notazioni con gli sfoghi e le liberazioni,
stavo per dire le romanze, d’un patetico, immaginoso, spietato ed eloquente
lirismo che immerge la commedia in un profumato e afrodisiaco sentore di sensuale
musicalità.
La traduzione e la riduzione di Pietro Raimondi e di Enrico Bassano, formalmente
sin troppo disinvolta, ma sostanzialmente fedele, ha galvanizzato esaltato e
reso agili quanto più possibile, tutti gli elementi finali e comici della
commedia, attutendo e concentrando le sue larghe e gonfie soste liriche. Impugnato
da Tatiana Pavlova, infaticabilmente coadiuvata da Daniele D’Anza, questo
principio di teatralizzazione dell’opera è stato condotto fino alle
estreme conseguenze con una regia rapinosa da mozzare il fiato; d’una ricchezza
straordinaria di fantasia ritmica; mimica e musicale, che, dopo aver stipato
ogni scena, ogni dialogo, di trovate una più ingegnosa, arguta, colorita
e appropriata dell’altra, alle parole, al gesto, ovunque la sua incontenibile,
per non dire eccessiva esuberanza, trovasse un appiglio; e persino al pubblico,
dietro alle sue spalle, ai suoi lati, nelle corsie fra le poltrone, animando
di vita suggestiva il parco tutto intorno. Una lezione esemplare di quello che
dovrebbe essere lo spettacolo all’aperto.
A questo fine, hanno contribuito in modo rilevante il disegno aereo della scena
abbozzato da De Chirico e al quale l’architetto Nicoli ha conferito presa
e armoniosa misura; un patio di fantasia, vagamente moresco, circondato dall’enorme
abbraccio di uno scalone, sovrastato da un padiglione di velluto scarlatto, perso
nel verde cupo degli alberi; i fastosissimi costumi dalle pesanti decorazioni
e dai barocchi svolazzi immaginati dalla Calderini, dalla Busini-Vici e dal Pascoli;
e le originali musiche del maestro La Rosa Parodi. Con altrettanta chiarezza
di variazioni e acuta intelligenza psicologica, come attrice, la Pavlova ha insinuato,
nelle fiere smanie del protagonista, le notazioni sufficienti a giustificare
l’opinione di coloro che vedono nella commedia un vero e proprio dramma
della gelosia.
Tino Carraro s’è scagliato in una gioiosa frenesia di
vivere, ebbra di un impetuoso e nervoso lirismo. Egli ha trovato il
suo controcanto grottesco nel grazioso di Ernesto Calindri, un Calindri
inedito, pieno di coraggio, di estri, di fantasie e di clownesche invenzioni;
ed ha avuto il suo controcanto patetico in Renata Negri, perentoriamente
appassionata e stizzosamente afflitta. Luigi Almirante, non so quante
volte applaudito personalmente dal pubblico superbo formava, con Giulio
Oppi, la coppia dei capponi eleganti. Grottesco e canoro, da Don Chisciotte
conservato in vetrina, il primo; e clamorosamente smanceroso e spagnolesco
il secondo. Ma sono da ricordare anche l’alacrità dell’Alberici,
le stilizzazioni dell’Alzelmo, la puntualità della Maver,
l’autorità del Maresca, la gentilezza della Sensi e l’impegno
di tutti gli altri che hanno contribuito alla notte dei prodigi, ivi
compreso l’Arcivescovo di Siviglia, giunto precipitosamente alle
dodici e mezzo per celebrare il matrimonio, prima che l’impazienza
degli innamorati provocasse guai irreparabili, e mentre transitava
il rapido Genova-Roma. |