Campiello (Il)
di Carlo Goldoni
regia di Giorgio Strehler
scene e costumi Luciano Damiani
musiche Fiorenzo Carpi
con
Achille Millo, Micaela Esdra, Edda Valente, Didi Perego, Pamela Villoresi, Bruno Zanin, Luigi Diberti, Maddalena Crippa, Gianni Mantesi, Elio Veller
La Notte, 6 giugno 1975
Ultimo sprazzo in bellezza di una stagione quantitativamente opima e, in complesso, qualitativamente modesta. Dopo aver pagato l’ormai consueto tributo alla jella, che, stavolta, ha fracassato tre costole all’elettrica Anna Maestri – a proposito, prima o poi dovranno decidersi, in via Rovello, a fare un’inchiesta per scoprire lo iettatore, o la iettatrice, che, da tante stagioni e con tanta pervicacia, scassa le ossa agli attori ad ogni vigilia dei debutti (io lo sospetto ma non lo dico), finalmente, ieri sera, rapinoso, delizioso e acclamatissimo, al Piccolo Teatro, è andato in scena Il campiello (1756) di Goldoni. Meno male, tutto è bene quel che finisce bene.
Capolavoro spoglio ma assoluto; microscopico ma enorme poema dell’umiltà popolare, che è superba e nobile poesia. Quale miracolo, creature; anzi, quale fusione miracolosa di miracolosi nulla, in quel compatto clan plebeo che ha argine all’invasione di ogni altro mondo esterno, e rigetta, sorridendo, ma irrimediabilmente, come corpo estraneo chiunque non faccia parte del suo perfetto microcosmo, nobili o borghesi che sieno. Quanto si può essere grandi anche essendo piccini?
Come si fa a raccontarlo? Raccontate uno zaffiro, una folata di vento, un volo di rondini, senza sciuparli, se potete; fate l’elogio dell’aria, della brezza, di una limpida giornata d’inverno, luce accecante sotto un cielo terso, rosato da un sole che già intiepidisce e profuma di primavera l’ultima neve dell’estremo Carnevale. Perché il sole, la primavera sono nei cuori, nel sangue, nei muscoli di codesti minimi eroi: della loro ilare naturalezza, della loro eterea spontaneità, del loro tenero brio, della loro volubile gaiezza, della loro petulante irrequietudine, dei loro giochi precipitosi, delle loro risse fragorose, della loro fresca follia, dei loro fatui ma incendiari amori; fragranza dell’adolescenza, incanto della fuggevole gioventù che mette il “morbin” addosso anche alle vecchie massere “in gringola” che progettano impazienti rimedi alle incomode vedovanze: “Mi no fazzo per dir, ma giera un tocco! Fava la mia fegura; Ma senza denti se se dese figura. Sentì, qua ghe n’ho do, qua ghe n’ho uno. Senti stè do raise. Sentì sto dente grosso, E stè zenzive dure cò fa un osso”. Le vedete? E le loro figliole, i loro figliuoli, coi loro innamoramenti e le loro gelosie? E l’affettata Gasparina dalla spuzzetta sotto il naso, con suo zio brontolone, borghese permaloso; e il nobile forestiero, spiantato ma onorato cavaliere, che la impalmerà e la porterà via dal campiello, regno della “gente bassa”; e quello struggente congedo da Venezia che ha la grazia di una carezza e l’accoramento d’una malinconia…?
Poniamo, fantastica ipotesi, che il Guardi, il Longhi avessero avuto la possibilità di fare della pittura animata, ecco che Il campiello avrebbe potuto essere uno dei loro capolavori. E poi non si fa che lavarsi la bocca col termine “gestualità”, nemico giurato e abrogatore inflessibile delle parole sul palcoscenico! Ma qui – e come l’ha capito bene Giorgio Strehler –, da cima a fondo, è tutto gesto, tutto mimo, generato, momento per momento, dalla parola: quell’affascinante verseggiatura che, rifiutando l’abusato, pendolare, inamidato e monotono martelliano a rima baciata, pietra al piede, purtroppo, di tante commedie goldoni, adotta e si affida al mutevole alternarsi e allo sfaccettato svariare di endecasillabi e settenari per così dire a sorpresa, in un incalzante contrappunto umoristico di rime inattese, impertinenti e maliziose; parente stretto del ritmo, delle armonie, delle assonanze, degli scorci, dei sottintesi, delle fioriture, tipici degli “intermezzi” e dell’opera uffa, matrici segrete ma, poi, nemmeno tanto, di parecchio repertorio di Goldoni – a non tener conto della sua assidua e preponderante attività di eccellente librettista ingiustamente trascurata – anch’essi, una volta di più; e forse mai tanto felicemente espressi, raccolti e paghi nella parola e della parola, sotto l’egida inflessibile della musica segreta che promossa da una verità inventata, vera oltre il vero.
Fortunatamente non è passato nemmeno per la testa a Strehler né tentare l’operazione di cercar di trasformare in poesia di profondità una poesia di superficie; né tirare il discorso verso implicazioni sociali che sono, checché possano dirvi, totalmente estranee alla commedia. Egli ha badato ai ritmi, alla dinamica, alle accelerazioni del dialogo – anche con qualche momento di sopratono e sopracalore della recitazione, a volte troppo precipitosa, che ne appesantisce il liquido fluire e la nitida comprensione – facendosene orchestratore incisivo e marcato con predilezione per la frenesia delle incalzanti baruffe ma non senza momenti magici come il bellissimo finale. Il bianco della innevata scenografia stilizzatissima sul nero dei costumi, fornitigli, l’una e gli altri, da Luciano Damiani – un campiello siberiano! – glia hanno consentito certi quadri di un Bruegel invernale per niente monotoni nella loro monocromia, anzi di grande suggestione, scevra da qualsiasi indulgenza folcloristica. Popolaresche e orecchiabilmente amabili le canzoni e le danze dell’immancabile Fiorenzo Carpi. Lodato l’affiatamento e l’allegro fugato di tutta la compagnia, sono, poi, da citare nell’ordine: la straordinaria Anna Maestri a una delle più riuscite prove di tutta la sua carriera, con quell’umore di vecchia in uzzo di maschio. Achille Millo nelle vesti lise dell’impecunioso cavaliere napolitano, Micaela Esdra deliziosa Gasparina, Edda Valente e Didi Perego baruffanti comari, Pamela Villoresi e Bruno Zanin adorabili innamorati, Luigi Diberti e Maddalena Crippa manescamente gelosi, Gianni Mantesi burbanzoso “barba” zio; Elio Veller ha fatto poco o niente ma non l’ha fatto male. Adesso, ancora poche repliche, una trasferta all’estero, ma con tutti i suoi meriti mi sa che non sia lo spettacolo d’esportazione che sostituirà l’Arlecchino servitore di due padroni, e poi arrivederci ‘sto autunno. |