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Cacciatore
di aquiloni (Il)
di
Marc Forster
con Khalid Abdalla, Homayoun Ershadi (Usa, 2007)
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Panorama, n. 14 2008
Hosseini da lacrime
Per adattare la bellissima storia raccontata dallo scrittore
Khaled Hosseini, il regista Marc Forster sceglie la strada
più semplice e diretta, quella del sentimento, e
non si lascia tentare né dalla saga storica né da
esibizioni di stile, puntando tutto sulle facce dei piccoli
protagonisti. Travolti dalle lacrime, ci porteremo per
sempre negli occhi la faccetta camusa, un po' storta, di
Hassan, etnia azara (Ahmad Khan Mahmoodzada), il prodigioso
cacciatore di aquiloni, amico e servitore fedele di Amir,
pacifico sino al sacrificio. Altrettanto vibranti sono
le immagini aeree di Kabul (ricostruita in Cina) sovrastata
dal volo dei cervi volanti. Per il resto il film va dritto
allo scopo, raccontare il dolore storico del popolo afghano
disseccato prima dal comunismo e poi dai talebani e insieme
il senso di colpa tutto privato di Amir che non ha saputo,
o voluto, difendere l'amico aggredito. Buoni sentimenti
per un cinema sentimentale, che chiede solo di soddisfare
le aspettative dei fan del romanzo. Va bene così,
anche se nella seconda parte qualcosa suona a vuoto, quando
la buona confezione non basta più a mostrare davvero
l'orrore del fanatismo religioso e Forster non trova lo
scatto in più per salvarsi dal teatrino dei buoni
e dei cattivi.
Piera Detassis
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Corriere della Sera, 4 aprile 2008
A Kabul la poesia diventa retorica
Con la garanzia di 8 milioni di copie, almeno 40 milioni
di occhi rossi, in Italia edito Piemme, arriva il best
seller movie dispiaciuto a Kabul del medico emigrato in
Usa Khaled Hosseini. Best seller in ogni senso: l'autore
Marc Forster, esperto di Monsters, racconta con doppio
senno di poi la duplice, oltre gli yankees, invasione dell'Afghanistan,
prima i russi poi i talebani. Nella storia dell'odio del
mondo si inserisce l'amicizia di due ragazzini, poetica
per via degli aquiloni; e la colpa di uno dei due che si
redime in ritardo salvando il nipote rivelato in un finale
rocambolesco degno dello 007 che infatti lo stesso regista
sta girando. Nessun sentimento è sottinteso, tutto è sparato
a volume altissimo dalle fanfare della retorica, senza
un attimo di vera poesia ma con la furberia del prodotto
americano omologato e un po' reazionario. Attori adeguati
tra lacrime e agnizioni.
Voto: 5
Maurizio Porro
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Il Mattino, 5 aprile 2008
Kabul, la forza del passato tra nostalgia e retorica
Dal romanzo allo schermo il viaggio sembra breve, ma in
realtà è pieno d'incognite e insidie. I concetti
di fedeltà e travisamento entrano in ballo pagando,
in ogni caso, pegno al primato del lettore: nel caso de «Il
cacciatore di aquiloni» («The Kite Runner»),
poi, la trascrizione era resa ancora più ardua dalla
perdurante drammaticità della questione afgana.
Il regista Marc Forster e lo sceneggiatore David Benioff
affrontano con circospezione le turgide pagine di Khaled
Hosseini, ricorrendo ai modi insapori del cinema internazionale
per narrare le traversie dei protagonisti sullo sfondo
di trent'anni di storia patria. Succede così che
i dettagli autobiografici del quarantenne Hosseini - rifugiato
in Usa nell'80 e oggi medico a San Francisco - siano rievocati
alla lettera, mentre venga sperperato il tesoretto espressivo
alle fondamenta del bestseller. Perseguitato dal rimorso
di non avere difeso l'inseparabile amichetto da uno stupro
razzista, Amir vive ormai lontanissimo dall'amata Kabul
dell'infanzia: finché un giorno una telefonata ha
il potere di risucchiarlo nei vortici di un passato che è idillico
e insieme straziante. La fantasia del cineasta, in effetti,
non ha dovuto sforzarsi troppo, perché tra l'invasione
sovietica del '79, la successiva e ferocissima guerriglia,
l'odiosa dittatura dei talebani e l'intervento militare
dell'Onu che l'ha abbattuta (senza peraltro porre fine
alle turbolenze che a fanno dell'Afghanistan uno dei focolai
bellici più pericolosi del globo) la carne dell'azione
al fuoco dello spettacolo non manca. Peccato che quando
s'imbocca a passo di carica una sequela di approssimative
scene madri, un'impersonale retorica prende il sopravvento
su stile e atmosfere.
Valerio Caprara
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La Stampa, 28 marzo 2008
Bullismo e fuga da Kabul
Poco convincente l' ultimo quarto d' ora, troppo rocambolesco
Nel cinema vige la regola per cui quando si ricava un
film da un romanzo immensamente popolare (l' esempio classico è Via
col vento) per non deludere i lettori bisogna restargli
fedele il più possibile. Così hanno fatto
i produttori di Il cacciatore di aquiloni, scritto da un
oriundo afghano emigrato politico in USA, il medico Khaled
Hosseini, che nel 2003 pubblicò The Kite Runner
arrivando a vendere 8 milioni di copie (di cui una rispettabile
percentuale in Italia nelle edizioni Piemme). L' interesse
di libro e film sta nel riassumere 25 anni di storia che
hanno visto nel ' 79 l' invasione sovietica dell' Afghanistan,
la decennale guerriglia che seguì, la lotta fratricida
dopo il ritiro russo nell' 1989 e la crudele dittatura
dei Talebani nel ' 96 per metter fine alla quale si sono
mobilitate le forze dell' ONU. Amir fa pensare al Lord
Jim di Conrad, colui che sconta per tutta la vita le conseguenze
di un gesto di viltà. Fin da piccolo il protagonista
ha avuto come compagno nelle gare degli aquiloni e in altri
giochi il coetaneo Hassan servitore in casa sua: un ragazzino
analfabeta, devoto e avido di sapere. Un brutto giorno
Amir, senza trovare il coraggio di intervenire, assiste
all' ignobile violenza di tre bulli sunniti sul suo amichetto,
colpevole solo di essere sciiita. Da quel momento il padroncino
avverte la presenza di Hassan come un rimorso, e per liberarsene
lo accusa di avergli rubato l' orologio. Il padre di Amir,
l' agiato vedovo Baba, vede andar via il piccolo cameriere
con un dispiacere profondo di cui capiremo più tardi
il motivo. Arrivano i carri armati russi e bisogna fuggire
da Kabul: dopo un viaggio fortunoso, ritroviamo Baba e
Amir rifugiati nel seno di una comunità afghana
in California. Nel tempo trascorso, guadagnandosi il pane
con umili impieghi, Baba è riuscito a far laureare
il figliolo. Lo scopriamo sposato con la bella Soraya quando è appena
arrivato il pacco con le copie del suo primo romanzo. Ma
la telefonata di un vecchio amico di famiglia rifugiato
in Pakistan invoca e quasi pretende l' immediata presenza
di Amir. A Peshawar, il protagonista apprende che Hassan
e sua moglie sono stati trucidati dai Talebani, i quali
hanno rapito l' orfanello Sohrab. Amir si chiede perché spetta
proprio a lui tentare di salvarlo, ma pronta arriva la
risposta: Hassan era un figlio naturale di Baba, quindi
Sohrab è un nipote. Non resta che affrontare i rischi
di una trasferta clandestina, con tanto di barba posticcia,
fra le rovine e gli orrori di un Paese che non è più il
paradiso degli aquiloni. Se penetrare in Afghanistan non è facile,
uscirne sarà peggio. Tra rivelazioni e colpi di
scena, il racconto parallelo di libro e film procede con
colpi di scena alla Victor Hugo. Sorprese, agnizioni, brutalità:
non manca niente. Neppure la configurazione postuma dell'
antico rapporto fra Amir e Hassan come quello fra Caino
e Abele. Un pregio di Il cacciatore di aquiloni è di
raccontare dal di dentro un contesto che per noi spettatori
del TG è solo un surreale teatro di sparatorie e
massacri. L' ambientazione della pellicola, girata nella
Cina interna, risulta plausibile, i paesaggi sono suggestivi
e nell' allestimento non si è guardato a spese.
Qualche sequenza particolarmente riuscita rimane impressa:
da una parte il pittoresco matrimonio di rito afghano,
dall' altra l' atroce lapidazione di due adulteri durante
una partita di calcio a Kabul. Pur di varia provenienza
etnica gli interpreti sono adeguati, ma fra tutti spicca
Homayoun Ershadi (Baba), che viene da Il sapore della ciliegia
di Kiarostami. Poco convincente nelle vicissitudini rocambolesche
dell' ultimo quarto d' ora, questa diligente trascrizione
letteraria di Marc Foster (un regista che ai tempi di Monster'
s Ball sembrava avviato a migliori destini) avrebbe guadagnato
da un uso più parsimonioso della musica invadente
di Alberto Iglesias.
Tullio Kezich
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La Repubblica, 28 marzo 2008
"Il cacciatore
di aquiloni"
un bestseller non basta
Per chiI non abbia letto il bestseller internazionale
di Khaled Hosseini da cui è tratto, Il cacciatore
di aquiloni si articola intorno a due nuclei tematici forti.
Nella prima parte narra l'amicizia tra Amir e il suo servo
Hassan: durante una gara di aquiloni, vinta dai due, Amir
tradisce l'amico per paura. Nella seconda parte, che si
svolge a vent'anni di distanza, il giovane uomo torna in
Afghanistan per pagare il debito e riscattarsi dall'antico
atto di viltà.
Pur ambientato in quel tormentatissimo paese e interpretato
da volti afgani, iraniani (il coraggioso padre di Amir è Homayoun
Ershadi, attore di Kiarostami) egiziani, il film è un
prodotto palesemente made-in-Hollywood.
Poco cambia che sia parlato in lingua dari (perduta, del
resto, nel doppiaggio italiano), o che i bambini della
prima metà paiano usciti dal nostro neorealismo:
americana è la sceneggiatura dell'eclettico David
Benioff; americana l'impaginazione del non meno multiforme
regista Marc Forster (attualmente impegnato nelle riprese
del nuovo 007), che si limita a illustrare le situazioni
del romanzo senza cercare un'impronta personale.
Roberto
Nepoti
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Il Giornale, 28 marzo 2008
Quella strana amicizia nell'Afghanistan martoriato
Nel 1979 l'invasione russa dell'Afghanistan derivò dalla
guerra civile, alimentata dagli americani, per ritorsione
alla sconfitta nel Vietnam, come racconta Zbigniew Brzezinski,
consigliere di Carter. Ma non lo racconta Il cacciatore
di aquiloni del tedesco Marc Forster, film ispirato dal
romanzo di Khaled Hossein; così la strana amicizia
fra il ricco pashtun e il povero azari, bravo con gli aquiloni, è solo
la versione afghana dei racconti di Mann e Musil, densi
di sodomia e viltà. Come quella del protagonista,
interpretato dal decenne Zekiria Ebrahimi, poi dal ventenne
Khalid Abdalla, quando, da esule in America, vorrebbe rimediare
al proprio errore. I buonisti gli perdoneranno; gli altri
si astengano.
Maurizio Cabona
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Il Messaggero, 28 marzo 2008
Afghanistan, dove osano gli aquiloni
Un telefono squilla nella California del 2000. "Si
può tornare a essere buoni" dice una voce dal
passato. Per farlo Amir, scrittore di successo, deve tornare
nel suo Afghanistan dove 22 anni prima correva per le strade
di Kabul con l'amico Hassan inseguendo un aquilone colorato.
La differenza di etnia non li divise. Il coraggio sì.
Quando Hassan, servo di etnia hazara, viene malmenato e
violentato da un gruppetto di imberbi fondamentalisti,
il nobile pashtun Amir fugge vigliaccamente. Perderà innocenza
e patria, rifugiandosi negli Usa dopo l'invasione sovietica
del '79. Il ritorno in Afghanistan sarà doloroso
e catartico. Troverà ad aspettarlo fantasmi vestiti
da talebani. Il cacciatore di aquiloni dell'eclettico Marc
Forster (dal drammone Monster's Ball al biografico leccato
Neverland fino al prossimo 007), tratto dal best-seller
di Khaled Hosseini, è un adattamento molto corretto,
abitato da facce giuste (i bambini sono entusiasmanti)
e sapientemente montato tra passato e presente. In alcuni
momenti (le esecuzioni talebane) restituisce l'immane potenza
della storia cartacea. In altri (la banalizzazione del
papà di Amir) i tanti fan del romanzo storceranno
il naso. Forse erano necessarie 3 ore. Comunque un'opera
che vola alto senza cadere mai.
Francesco Alò
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Il Tempo, 28 marzo 2008
Dal libro al film con intelligenza
«Il cacciatore di aquiloni» dello scrittore
afghano Khaled Hosseini ha avuto, da quando è uscito
nel 2004, uno straordinario successo editoriale. Pubblicato
in quarantanove Paesi, ha venduto a tutt'oggi 1.700.000
copie. Di intenzioni spiccatamente autobiografiche, ci
diceva di un ragazzino che in Afghanistan aveva vissuto
la caduta della monarchia e l'invasione sovietica, tornandovi
da adulto, dopo essere emigrato negli Stati Uniti, per
riparare, nonostante la fosca tirannia dei talebani, a
una colpa commessa da piccolo ai danni di un coetaneo.
Adesso il film. Riscritto da uno sceneggiatore, David Benioff,
che è scrittore a sua volta ("La 25ma ora",
portato allo schermo da Spike Lee), e diretto, in varie
località dell'Asia Centrale, da un regista, Marc
Forster, noto per film di intonazione diversa, da "Monster
Ball", su temi etnici, a "Neverland", sulla
vita dell'inventore di Peter Pan, J.M. Barrie, mentre si
attende per novembre il suo apporto al 22mo film della
serie James Bond con Daniel Craig.
Di saldo e severo impegno la sceneggiatura. Fedele al testo,
ma con intelligenza, ne espone le tappe salienti con felice
essenzialità, badando soprattutto ad esprimerne
più il senso e i climi che non lo schema libresco.
Con un finale, forse più ottimistico di come l'autore
letterario lo avesse visto, ma comunque con accenti di
un lirismo asciutto che finiscono persino per commuovere.
Pur evitando il patetismo.
la regia ha fatto il resto. Agli inizi con un disegno affabile
e disteso per rappresentarci l'infanzia felice del piccolo
protagonista in una Kabul ricca e serena, con un padre
affettuoso e un amico della sua stessa età che gli è devoto
con dedizione assoluta. poi, di seguito, con cenni rapidi,
ha disegnato la cattiva azione commessa dal primo ai danni
del secondo, travolgendo tutti, con ansioso rigore, nella
desolazione dell'occupazione sovietica: con la fuga, l'espatrio,
una nuova vita in California, sempre nell'incoscio, con
il ricordo di quella cattiva azione. Fino al momento in
cui giungerà l'ora, drammatica per ripararla alla
luce anche di una rivelazione inattesa.
Tensioni, angosce, pagine terribili al momento dei sovietici,
ma anche più terribili, e atroci, quando quel ritorno "a
casa" opporrà il protagonista adulto all'orrore
dei talebani (lacerante la sequenza della lapidazione dell'adultera...).
Uno stile rapido ma anche prezioso, cifre visive sempre
di sapiente intensità.
Al centro, degli interpreti, professionisti e no, di solida
efficacia. E coinvolgenti; specie i bambini.
Gian Luigi Rondi
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La Stampa, 28 marzo 2008
"Aquiloni" all'altezza
dell'amato bestseller
Una chiamata da Peshawar sprofonda nei ricordi il giovane
scrittore afghano Amir, fuggito in America all'arrivo dei
russi, ed è nella Kabul del '75 che si avvia in
flashback la vicenda di Il cacciatore di aquiloni. Raccontando
il rapporto che lega l'allora dodicenne protagonista a
Hassan, figlio di un servitore e suo inseparabile compagno
di giochi: un vincolo fraterno sul quale però si
riverberano le ambiguità di Amir e le ribollenti
contraddizioni (Hassan appartiene all'etnia hazara disprezzata
dalla maggioranza pashthun) di un paese dove i fanatici
già si fanno sentire.
Diretto da Marc Forster in spirito di fedeltà al
bestseller di Khaled Hosseim (Piemme), il film rievoca
con sensibilità i giorni (quasi) spensierati di
un'amicizia infantile traumaticamente spezzata. E se l'avventuroso
rientro in patria, che riscatta Amir adulto delle colpe
passate, non è altrettanto convincente, restano
forti la bella immagine paterna incarnata da Homayoun Ershadi;
e lo svolazzare libero e colorato degli aquiloni in gara
sui tetti di una suggestiva Kabul (ritagliata in Cina),
com'era prima dell'invasione sovietica, dell'avvento dei
talebani e dell'attuale caos.
Alessandra Levantesi
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