Bugiardo (Il)
di Carlo Goldoni
regia Giulio Bosetti
scene e costumi Lele Luzzati
con Carlo Bagno, Andrea Matteuzzi, Marina Bonfigli, Ginella Bertacchi, Ornella Grezzi, Virgilio Zernitz, Giorgio Del Bene, Mario Piave, Carlo Gori e Gualtiero Rispoli
La Notte, 1 marzo 1975
Il segreto del Bugiardo (1750) sta, se così si può dire, nell’armonia di una disarmonia, un equilibrio stabilito sullo squilibrio di due piani in opposizione, dalla cui dialettica deriva un’unità tonale inattesa: un dscorso che è mimo almeno tanto quanto è parola, ed è vero in egual misura, e nel medesimo istante, in cui è falso. La ricchezza e la volubilità dei valori tonali e degli spessori contrappuntistici rispondono, intanto, come al solito, a un preciso senso e a un’inconfondibile prospettiva musicale, chiave che non si dovrebbe mai trascurare accostandosi al Goldoni, maggiore o minore che sia. Ci si dimentica troppo spesso la frequentazione e la pratica che egli intrattenne con l’ambiente del melodramma, nella fattispecie dell’opera comica, la cui voga infuriava a Venezia, la sua collaborazione con Vivaldi, la sua assidua e preponderante attività di librettista.
Nemmeno si trattasse di un vero e proprio spartito obbediente a una legge diafonica, personaggi e situazioni del copione sono tutti regolamente raddoppiati: due i padri, due le ragazze da marito, due gli innamorati, due i servi e due, sempre due, le soluzioni che simmetricamente si alternano di ogni incidente della vicenda, a cominciare dalle fanfaluche del protagonista, parodisticamente duplicate dalle scimmiottature di Arlecchino: un continuo rimbalzare del tema dal violoncello alla cornetta, per dire. Le stesse bugie del protagonista, per nove decimi, rispondono al fine di rovesciare come un guanto situazioni definite in precedenza.
Nel copione, che appartiene alle famose sedici commedie nuove del terribile anno 1750, promesse a sfida dell’ontoso fiasco dell’Erede fortunata, si coglie un momento quanto ad esuberanza di estro e a felicità di risultati, irripetibile. Quello della Commedia di carattere che sta per spiccare il volo dal fianco della Commedia dell’Arte; senza conflitti e senza polemica, direi quasi naturalmente e inevitabilmente, esempio rivelatore, uno dei tanti, dell’ambiguo rapporto fra la Musa goldoniana e il teatro “all’improvviso”, che fu più da restauratore diplomatico che da demolitore intollerante.
In tal senso, il copione, una Commedia dell’Arte interamente scritta se la contraddizione consente di chiamarla così, nella sua trasparente limpidezza, è più insidioso di una scatola cinese. Originalità nella convenzione, spontaneità negli artifizi, freschezza nei luoghi comuni, fluidità nei passaggi obbligati: punto per punto, esso è un affermarsi e smentirsi, questo e il contrario di questo, un discorso mutuato eppure autonomo. A tal proposio, non c’è uno che parlandone non metta le mani avanti per avvisarti che la commedia fu derivata – e anche qualcosa più a fondo – da Le Menteur di Corbeille. Ma non c’è nemmeno nessuno che si ricordi come Corbeille avesse, a sua volta, copiato Le Menteur da La verdad sospechosa di De Alarçon y Mendoza, per lungo tempo attribuita a Lope De Vega. Ebbene, io che mi sono preso il disturbo di rileggermele recentemente tutte e tre, sono in grado di darvi la mia parola che di quanto il bugiardo francese è inferiore a quello spagnolo, di altrettanto il bugiardo italiano è superiore a quello francese. Insomma, se Goldoni ha copiato, ha copiato bene; e del resto non lo ha mai nascosto, dichiarandolo a piene lettere sia nella prefazione alla commedia sia nelle Memorie.
Dicevo armonia di una disarmonia, equilibrio di uno squilibrio. Appunto due piani, due divergenze parallele per rendere omaggio ad Aldo Moro. Da una parte, la fantasia, lo sconfinato mondo spalancato ad ogni favolosa disponibilità, dove vola Lelio, nell’amorale innocenza – mai cercare imperativi morali in Goldoni! – delle sue “spiritose invenzioni”, capaci di ricreare l’universo a propria immagine. Dall’altra, la realtà, l’angusto mondo del piatto buonsenso che ignora l’autentica indignazione morale – si pensi, viceversa, a Molière! – dove poggia i piedi suo padre Pantalone col borghese conformismo dei suoi tradizionali luoghi comuni più che sufficienti al trantran della vita.
Ancora una volta, in altre parole, ha poeticamente ragione chi ha moralmente torto. Ma poi che torto? Le bugie di Lelio son tutte galanti bugie d’amore, pedine di un gioco eterno, infatti le donne sono tutte con lui; non rispondono per niente allo strumentalismo banalmente e bassamente interessato del mendacio comune. Sono un’incoercibile manifestazione di vitalità giovanile, capriccio di fantasia, esuberanza di sensi: gioco gratuito ed esibito, in ultima analisi, per narcisismo di immaginazione; aeree fandonie, iperbolici fuochi d’artificio per rendere più varia e colorita la vita, invivibile nella palude del banale quotidiano dove ingrassa suo padre col suo convenzionale e mortificante moralismo di ex maschera degradata e immeschinita a mercante piccolo borghese. A questo punto, la vera maschera è lui: Lelio che dovrebbe essere un uomo; e l’uomo: Pantalone che dovrebbe esser la maschera. I conti tornano, solo tornano rovesciati. Lelio opera sospeso da terra. Fa l’arte per l’arte, è un missionario, un poeta della bugia. Vi si riconosce, vi si esalta, vi si “realizza” – equivalenti psicosessuali, insinuerebbe il solito psicanalista in agguato, intesi a compensare una personalità insicura – e, alla fine, si allontana da sconfitto solo in apparenza, in realtà da vincitore. Adorabile! il commediografo poteva risparmiarsi l’omaggio al conformismo, del fervorino finale, tanto già nessuno ci crede e, ciò che più dispiace, blocca la magia del personaggio.
A capo della Cooperativa Teatro Mobile, Giulio Bosetti ha ripreso la commedia, anche come regista, interpretata collo Stabile di Torino tredici anni addietro, sotto la guida di Gianfranco De Bosio. Lo spettacolo è sciolto, spiritoso, immediato; senza intellettualistiche eccentricità, ma anche senza convenzionali tradizionalismi pur nel pieno rispetto del discorso originale. A mantenerlo in un giusto mezzo fra frantasia e realismo contribuisce l’originalissima invenzione scenografia, irreale eppur venezianissima, di Lele Luzzati.
Come protagonista, Bosetti stilizza il tipo di una leggerezza elegante, vagamente atteggiata ed esaltata, privilegiando la simpatia e il lato dongiovannesco, in ciò fedele al testo. Piacque molto e fu molto festeggiato. Nelle due maschere: il Pantalone commoventemente umanizzato, con spoglia e spinosa verità, scevra di sentimentalismo, di Carlo Bagno, e il Dottor Balanzone irresistibile, fortemente caratterizzato nella sua comicità boriosa, di Andrea Matteuzzi, non uscirono di scena una sola volta se non applauditi. Spiritosamente pungente Marina Bonfigli, donnescamente deliziose Ginella Bertacchi e Ornella Grezzi; un elettrico Arlecchino è stato Virgilio Zernitz; e due innamorati: uno fin troppo mellifluo, l’altro fin troppo ispido sono risultati rispettivamente Giorgio Del Bene e Mario Piave: giusti e sicuri Carlo Gori e Gualtiero Rispoli. |