Beffardo (Il)
di Nino Berrini
Commedia in quattro atti
Corriere della Sera, 19 agosto 1919
Di Cecco Angiolieri, senese, non sappiamo molto. Dev’essere nato dopo il 1250; è morto nel 1313. Suo padre, ascritto all’arte del cambio, era taccagno quant’egli era spendaccione e godente; e Cecco, nei suoi versi, disse chiaro che l’avrebbe visto morir volentieri; e col babbo, anche la mamma:
“s’io fossi morte anderei da mio padre
s’io fossi vita, fuggirei da lui;
similmente faria di mia madre”.
Tanto agro, aspro, arso d’ira era, che avrebbe voluto esser fuoco per ardere il mondo. Fu multato più volte per nottambulismo, per ribellione, per ferimento. Se la prese con Dante che aveva, pare, conosciuto quando si trovò con suo padre, per tredici giorni, a far armi contro gli aretini. Dante alluse a lui, dicono i commentatori, nella Vita Nuova, discorrendo di quel sonetto
“oltre la spera che più larga gira”.
Il Boccaccio racconta un’avventura, nella quale, assai più che il beffardo, Cecco è il beffato, poiché vien derubato non solo dei soldi, ma anche dei panni, e lasciato in camicia da Cecco Fortarrigo.
Nino Berrini prende le mosse, appunto, dal ritorno di Cecco dalle Marche, dopo questo non allegro accidente. Entriamo nella casa del poeta, dove egli è amato come il fumo negli occhi. Sua madre, Lisa, lo detesta perché le è nato dal matrimonio col vecchio Angioliero, che fu il sacrificio della sua fresca giovinezza; Angioliero, che non tende che ai soldi, odia questo suo figliaccio gran spenditore e crapulone, tempestoso e schiumante nel piacere e nell’astio. La famiglia è, poi, dominata da Mino de’ Tolomei, detto lo Zeppa, amante da molti anni di Monna Lisa, al quale il vecchio ha affidato il governo dei suoi affari. D’accordo con Lisa, Mino, maneggiando il danaro del vecchio, fa masserizia per conto proprio, e ruba largamente. Fa, invero, meraviglia, che l’Angioliero, accorto tesoreggiatore, si lasci depredare con tanta facilità e cecità, e così all’ingrosso che, in un affare di cinquemila fiorini, ben due restano nelle mani del cattivo intermediario. La meraviglia cresce quando ci accorgiamo che l’intermediario è sì ingenuo ladrone che, al quart’atto, basta al vecchio di esaminare un poco i suoi conti perché gli apparisca lampante e preciso il gran danno patito. Ma passiamo oltre. Queste tre dolci anime, al primo atto, macchinano di disfarsi di Cecco, del quale hanno appreso il ritorno a Siena. Progettano di spedirlo lontano, in Inghilterra, al seguito di qualche grosso mercante, e poi di lasciarlo laggiù sì sprovveduto di denaro che il ritorno gli sia impossibile. Ma fanno mal i conti. Cecco, poiché gli è chiusa in faccia la porta, entra in casa scivolando, tutto fuligginoso, giù dal camino, arraffa una borsa piena di fiorini del babbo, e, dopo aver detto il fatto suo alla mamma, al padre e a quel briccone di Mino, se ne va meditando una beffa crudele, di quelle che la novellistica italiana raccontò copiosamente e che la grande fortuna della Cena del Benelli ha messo in voga al teatro. Cecco ha scoperto che Mino, in una casa romita fra gli orti, tien celata una gentile giovine, Fioretta, e con scaltrezza gliela porta via, in una sera di maggio, festevole di canzoni. Tra queste canzoni udiamo rievocato, con non spiacevole anacronismo, uno dei canti carnascialeschi che tanto piacquero alla Firenze di Lorenzo il Magnifico; e precisamente quello dei Suonatori di liuto, di Guglielmo il Giuggiola.
Fioretta non è l’amante di Mino, come forse Cecco credeva; è sua figlia. Lo Zeppa lo deve pur confessare, quando non la trova più in casa, e, disperato, s’imbatte nel rapitore che lo schernisce. Questa rivelazione, invece di placare il beffardo, dà un più acido sapore alla sua vendetta. Ha dunque colpito il nemico nel cuore. Rifiuta di restituire la fanciulla, e tanto più rifiuta, quando, inattesa, in un’osteria dove egli beve e motteggia, gli capita davanti, supplichevole, a intercedere per Mino, Monna Lisa. Allora Cecco travede un dramma che non aveva prima sospettato. Fioretta è figlia di Lisa. Mentre l’Angioliero era via per i suoi commerci, dai colpevoli amori di Lisa con Mino è nata la ragazzina. Grazie agli Dei, questa volta ci è risparmiato l’irritante supposizione dell’incesto. Cecco dichiara subito che non vuol fare alcun male alla innocente creatura. Apprendiamo anzi, più tardi che, quand’ei la vide la prima volta, provò per lei un inconscio sentimento di fraternità. Ora sì gli si spiega il mistero del disamore che sempre gli portò la madre! Monna Lisa non è incapace di dolcezza materna; ma tutta questa dolcezza ella donò alla fanciulla che fu concepita nella passione.
Cecco sospira, dal fondo della sua anima inaridita, su questa tenerezza di mamma che egli non conobbe mai; poi la sua ira riprende il sopravvento. Fioretta è un’arma nelle sue mani. La restituirà quando Mino prometta di partire per sempre e Cecco possa finalmente riavere la sua famiglia, che lo Zeppa gli alienò, il suo danaro, che lo Zeppa gli rubò. Ora, rotta ogni possibilità di accordo, dopo preghiere inutili e minacce, è guerra sanguinosa tra Cecco e Mino. Il pugnale lampeggia; un braccio di Cecco è lacerato. Il vecchio Angioliero ha avuto sentore del ratto che suo figlio ha compiuto. E nel tempo stesso gli è balenato il sospetto delle confidenze che lo Zeppa si è preso col suo danaro. Che costui gli togliesse la donna da un pezzo sapeva, e taceva sprezzando; ma che gli assottigliasse anche il patrimonio, questo ignorava, e questo egli non può sopportare. Invita Mino a una resa di conti in casa sua, una sera in cui Cecco in questa casa si è introdotto. Mino entra nelle stanze del vecchio armato di pugnale; il suo stiletto ha anche l’Angioliero; e mentre Cecco, ancora una volta, rampogna la madre a lui sì crudele, e le comanda di cacciare l’amante se rivuole Fioretta, lo Zeppa cade ucciso dal vecchio, e l’Angioliero, con la gola insanguinata, appare sull’uscio della sua stanza, con le ultime parole dona tutte le sue ricchezze al figliuolo, e poi piomba giù senza vita. Cecco ridà Fioretta alla madre, che per la prima volta lo guarda con un po’ di dolcezza e con le mani congiunte lo ringrazia.
Il Beffardo è inquadrato e colorito con abilità: i più rossi sonetti di Cecco Angiolieri sono accortamente insinuati entro la compagine dei versi del Berrini, sì che talvolta, tra l’onda sonante degli endecasillabi sciolti, sgorgano e si baciano le rime con armoniosa vaghezza. Certo, dai precedenti lavori di Nino Berrini a questo, c’è notevole progresso: egli si è fatto spedito, sicuro dei suoi effetti. Gli si può rimproverare d’aver trovato la sua matura tecnica teatrale più fuori di sé che in sé, più studiando gli altri che risolvendo per conto proprio il problema dell’attuazione scenica e dell’espressione. La saldezza del suo dialogo poetico e drammatico, anche se ci prende, non ci può far dimenticare che, in fondo, egli, per i suoi personaggi, per i casi che ha inventato e messo ingegnosamente insieme, non ha tratto dalla sua fantasia un contrasto, una situazione, un sentimento che non ricordino opere già note, e nei quali non riecheggino musiche che conosciamo.
Per il colorito generale il Beffardo deve qualche cosa alla Cena delle beffe e al Mantellaccio; per certi stati d’animo ci riconduce un poco verso il Conte Rosso; e v’è anche, tra tutto quel toscano fiorettato di arcaismi, qualche appena accennato aroma della poesia valdostana del Giacosa; e nel linguaggio qualche piuma ciranesca; e abbiamo rivisto nel second’atto qualche movimento scenico di Le roi s’amuse. Intendiamoci bene: non plagio; neppure, anzi, imitazione; studio e ammirazione, piuttosto, rispettosi e operosi; ma, insomma, da tutto questo vediamo che, ancora nel Berrini, la volontà di piegare l’ingegno all’arte del teatro, rivolta robustamente alla ricerca dell’esperienza, soverchia e inceppa la libertà dell’ispirazione e le toglie quella divina qualità che è l’ingenuità.
Ci sarebbe anche un po’ da discutere su questa figura di Cecco. L’autore, iersera, ce l’ha presentato cattivo solo per reazione, ma desideroso, anzi sospiroso di amore e di bene. Forse, per quel che sappiamo, e per la veemente testimonianza della sua arte, ora perfida ora violenta, era meglio far di lui un personaggio più veramente beffardo, una di quelle anime amare che respirano la malizia e stridono il loro riso acerrimo su tutto e su tutti. Il Berrini, nel tratteggiare questo Cecco (al quale in un suo vecchio studio Luigi Pirandello ha negato ogni qualità di umorista), s’è lasciato uscir di mano una figura romanticheggiante, non un toscano del duecento con ire fredde e malinconie piene di punte. Più artisticamente bello sarebbe stato il personaggio se disegnato con una più franca umanità, meno seducente di grazie canore e talora patetiche. Ma anche questa concezione del protagonista ha giovato all’esito del dramma, poiché ha attirato su Cecco maggiori simpatie di quelle che forse, in altro modo dipinto, avrebbe ottenute. |