Quando la furbizia scomoda la libertà
Cinque uomini sono in una fabbrica abbandonata: uno è legato, uno appeso con le manette, uno ha il naso rotto, uno è tumefatto, uno appena ferito. Due fattori li accomunano: sembrano non conoscersi e non ricordano nulla. Non solo di cosa sia accaduto: ignorano le proprie identità. Dopo il panico, qualcosa si fa largo nella memoria: forse si è trattato di un tentativo di sequestro. Ma quali, fra loro, sono le vittime e quali i carnefici? All'inizio, Identità sospette di Simon Brand, ricorda Saw ma, al posto di arti mozzati e sangue, il regista punta su spazio ridotto e rapporti umani. Costretti a convivere, gli uomini creano alleanze o rivalità. Ma di chi ci si può fidare? Perché il Male, si sa, non è un mostro estraneo, ma vive dentro di noi. O al massimo a fianco. Il film prima indaga con maestria sull'angoscia, poi invece gioca sull'azione (polizia e altri classici), con inevitabile calo di tensione. Ma resta un thriller drammatico e claustrofobico di tutto rispetto.
Roberta Bottari