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Demoni di San Pietroburgo (I)
di Giuliano Montaldo
con Manojloviv, Roberto Herlitzka
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Panorama, n. 18 2008
Rivoluzione da sceneggiato
Giuliano Montaldo torna al
cinema, dopo 18 anni, con un progetto ambizioso ma pieno
di insidie, come tutte le opere affresco che raccontano
una grande biografia (qui una porzione di vita di Fëdor Dostoevskij)
intrecciando con ardimento vero e falso. L'ormai anziano
e malato scrittore, travolto da debiti di gioco, si ritrova
coinvolto nelle trame terroristiche degli anarchici bakuniniani.
Di giorno scrive a rotta di collo il capolavoro Il giocatoreper
arginare i debiti, di notte corre le strade di San Pietroburgo
(ricostruita a Torino sulle musiche di Ennio Morricone)
per intercettare i complottatori e impedire altri attentati.
I demoni che lo tormentano comprendono flashback della
prigionia in Siberia e la drammatica consapevolezza che
i suoi libri hanno infiammato gli animi dei rivoluzionari
più delle parole di Mikhail Bakunin. Quando però i
personaggi di un film parlano profeticamente con le frasi
famose dei libri del protagonista, la partita è già persa
a metà. E la storia importante narrata da Montaldo
sfuma in un tono prudente da antico sceneggiato, nonostante
la magnifica fotografia di Arnaldo Catinari e le belle
prove di Carolina Crescentini, Roberto Herlitzka, Filippo
Timi. Restano nella memoria, emozionanti e diretti con
foga visiva, i flashback lividi e ghiacciati sui gulag
siberiani.
Piera Detassis
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Il Manifesto, 25 aprile 2008
Immobili e frenetici
I demoni di San Pietroburgo. 1860: 6 giorni, a luce piena o a striature dark-espressioniste, nella vita, nelle opere e negli incubi di Fjodor Dostoievskij (Miki Manojlovic, dissociato ma concentrato, come le prospettive nervose di Rastrelli, Rossi e Quarenghi, urbanisti di un'utopia antiasiatica). Detterà e consegnerà tutt'intero il nuovo romanzo all'editore-strozzino, terrorizzato dalla rovina finanziaria. Non ci fosse Anna, stenografa fan (Carolina Crescentini) e l'amorevole Advotja di Patrizia Sacchi, finirebbe però come Evariste Galois...
Fjodor, socialista da giovane (e quasi giustiziato come simpatizzante di Bakunin), il «cattivo maestro» che attraverso i suoi romanzi «insostenibili» ha nutrito i giovani russi di ideali rivoluzionari - e istigato lui stesso al rovesciamento criminale del despota - oggi, abolita la servitù della gleba, rompe coi terroristi («staccati da un popolo che disprezzano»), tradisce, forse grato a quel suo bacio sulla croce del pope, che lo salvò (miracolo?) dalla fucilazione; allo zar, che non è tiranno qualsiasi ma autorità sacra al cielo; e a un galeotto immondo che ne fecondò l'umanità rimossa in Siberia (ridandogli il Vangelo rubato), fede compresa, che anche per i laici è «sostanza di cose sperate».
«Sono 30 i membri della famiglia reale da sterminare ancora» gli confessa Gusiev (Filippo Timi, spiritato come Sam Neill cronenberghiano o l'abate Faria di Walter Chiari) che lo informa delle prossime bombe (tutte tonde e nere come nelle barzellette antianarchici) programmate. «Pazzi!» risponde al pentito (e fuggito in manicomio...). Ma, freneticamente, con la veemenza del seigiornista, Fjodor si butta nella quintupla sfida, a bordo dell'abisso: bloccare le bombe; depistare il grande Inquisitore Pavlovic (un gigantesco, «andreottiano», Roberto Herlickza fuoriuscito da uno sceneggiato anni 70 di Fabbri e Bolchi); salvare (su preghiera di Guseiev) Aleksandra, leader terrorista, da se stessa (Anita Caprioli, di coriacea ambiguità); finire il libro; non cedere all'azzardo e al sesso (per quanto Cristina Aceto improvvisamente nuda sia diabolica nella tentazione)...
Ma il suo viaggio al termine della notte pietroburghese (il set è soprattutto Torino, e il suo testimonial n.1, Steve Della Casa, disegna un giudice militare con la ferocia sabauda del fumetto di Magnus) è alla ricerca di una idea di cinema degna di un'idea narrativa. Ma c'è consonanza tra regista del film e grande letteratura ispiratrice? È nell'agitazione (che le armonie, anche elettroniche, di Ennio Morricone rendono quasi isterica). Scriveva Deleuze che «nei romanzi di Dostoievskij i personaggi sono eternamente nell'urgenza, ma mentre sono presi nell'urgenza, in questioni di vita o di morte, sanno anche che c'è una questione più urgente, ma non sanno quale sia. Ed è questo che li ferma». Il film di Montaldo si ferma per pensare. E quando si ferma «resiste» al movimento febbrile. Annulla tutte le parole d'ordine che via via ha scodellato, brucia tutte le informazioni che fingeva di dispensare. Giocando con semplicità a riassumere punto per punto Dostoievskij per «chi non sa nulla di lui» in realtà insegna, ma a un «popolo che non c'è ancora». Film didattico obliquo, indirizzato esplicitamente a liceali insidiosi (prenotarsi allo 800089483, per l'anno scolastico 2008-2009), I demoni di San Pietroburgo, pur giocando su vari tavoli (storico, letterario, biografico, psichiatrico, espressivo) pur semplificandoli tutti secondo la nota tecnica televisiva (spiegare sempre più volte il perché di una scena, chiarire tutto, affidarsi allo stereotipo sempre, vedi Giovanni Martorana «terrorista tipico», visto il profilo da «infido arabo») mira al sodo, e tocca il punto, il centro della questione.
Giuliano Montaldo, 18 anni dopo Il tempo di uccidere, torna al cinema che ama. Profondi temi etici da sfiorare (il potere, la responsabilità, il destino, la lotta contro la violenza) attraverso personaggi storici Giordano Bruno, Sacco e Vanzetti, Marco Polo che resistono e dunque deformano quel che il popolo dato sa... Da una idea di Konchalovsky, budget 4 milioni di euro, coproduzione tra la Jean Vigo di Elda Ferra e Rai cinema non teme i grandi Demoni (anche di Wajda) realizzati. Il più attuale è del 1915, di Protazanov. Urgenza? Il despotismo zarista da abbattere «con ogni mezzo necessario». Nicola II stava pianificando e avrebbe eseguito lo sterminio di 2 milioni di ebrei, capro espiatorio della disfatta bellica.
Roberto Silvestri
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Corriere della Sera, 25 aprile 2008
Il lungo duello con la Storia di
Dostoevskij
Ma l'eleganza di Montaldo frena le emozioni
Mescolando la cronologia con una certa libertà e
concentrando nei giorni in cui Dostoevskij scrisse Il giocatore
anche una serie di attentati contro i membri della famiglia
zarista, il film di Montaldo I demoni di San Pietroburgo
rivela da subito le propri ambizioni: usare la Storia,
anzi le storie - quella politica e quella letteraria, soprattutto
- per riflettere sul ruolo dei «maestri» e
sulla influenza che le idee hanno nel formare la gioventù.
Il «maestro» è naturalmente Fëdor
Michailovic Dostoevskij (affidato a Miki Manojlovic per
gli anni della maturità e a Giordano De Plano per
quelli della detenzione in Siberia, entrambi doppiati egregiamente
da Sergio Di Stefano): le sue idee, che l' hanno fatto
passare dall' adesione giovanile a un socialismo utopistico
fino all' accettazione di un umanesimo intriso di religiosità e
di messianesimo slavofilo, hanno influito fortemente sulla
gioventù russa del secondo Ottocento, infiammata
da Bakunin e dal mito socialista e decisa ad abbattere
anche col sangue delle bombe l' assolutismo del potere
zarista. E proprio questa influenza offre al regista (e
ai suoi sceneggiatori Paolo Serbandini e Monica Zapelli,
partiti dall' idea che Andrej Konchalovski aveva proposto
a Carlo Ponti) lo spunto da cui inizia il plot. Dostoevskij
decide di visitare in manicomio chi gli ha mandato una
strana e accorata lettera e così scopre che l' autore
- Gusiev (Filippo Timi) - è un rivoluzionario «convertito» dai
romanzi e dalle idee dello scrittore e che per non tradire
i compagni ma anche per non farsi più coinvolgere
nei loro attentati non ha trovato di meglio che fingersi
pazzo e farsi internare. La sua speranza, affidata alla
lettera per Dostoevskij, è che lo scrittore riesca
a far desistere l' amata Aleksandra (Anita Caprioli) dal
mettere in pratica l' agguato già preparato contro
l' arciduca. Inizia così una specie di percorso
contro il tempo che intreccia diversi piani: c' è quello
della ricerca di Aleksandra, sulle cui stracce si è mossa
anche la polizia e l' insinuante capo della «terza
sezione» Pavlovic (Roberto Herlitzka), che mette
a confronto Dostoevskij con gli studenti rivoluzionari
che difendono con foga le stesse idee lo avevano affascinato
in gioventù. Poi c' è il piano della memoria,
che fa riandare il protagonista agli anni in cui fu arrestato
per aver aderito a un circolo di intellettuali socialisti,
poi condannato e messo davanti a un plotone di esecuzione
(per un' atroce messinscena punitiva) e infine «graziato» con
la condanna ai lavori forzati in Siberia. Dove lo scrittore
di origini aristocratiche (anche se decadute) finì per
confrontarsi davvero con il popolo e tutte le sue contraddizioni.
E infine c' è il piano «metaforico» (anche
se storicamente realissimo) della scrittura del Giocatore,
dettato in pochi giorni a una stenografa che sarebbe diventata
la sua seconda moglie (Carolina Crescentini), e che permette
di affrontare un' altro corsa contro il tempo (per soldi
si è impegnato a consegnare il testo entro una certa
data), di descrivere un altro aspetto controverso della
propria vita (la passione per il gioco che lo portò sul
lastrico) e soprattutto di rendere sempre più complessa
e controversa la figura del «maestro», umanissimo
quanto vulnerabilissimo nei suoi vizi e nelle sue debolezze.
Montaldo affronta questa materia senza sottolinearne troppo
il possibile lato ideologico e soprattutto senza arrivare
a stabilire un vincitore certo tra le idee «revisioniste» dello
scrittore e quelle «rivoluzionarie» dei giovani
(la Storia, invece, ci dirà che gli attentati anarchico-socialisti
continuarono: nel 1881, cioè una ventina d' anni
dopo i fati raccontati nel film, il gruppo Narodnaja Volja
assassinò lo zar Alessandro II), ma non sceglie
nemmeno di scavare più a fondo nella psicologia
di Dostoevskij e negli abissi di quell' anima umana che
i suoi romanzi avrebbero saputo scandagliare in maniera
così magistrale. Sceglie piuttosto una narrazione
più tradizionale, «antica» verrebbe
quasi da dire, che si ricollega direttamente allo stile
delle sue regie anni Settanta e Ottanta e che sarebbe ingeneroso
definire tout court «televisiva» (basterebbe
il ricercato lavoro sull' illuminazione e la fotografia
di Arnaldo Catinari per capire quanto poco il film sia
debitore dell' estetica senza profondità in stile
fiction), ma che non cancella l' impressione di un cinema
fin troppo «pedagogico», fin troppo «equilibrato»,
più attento alle suggestioni del romanzesco che
a quelle del visivo. Una regia che sceglie di non confrontarsi
con le scommesse estetiche del cinema contemporaneo e che
rivendica con orgoglio il diritto a uno stile «classico»,
un po' intemporale, signorilmente pittorico. Ma che rischia
di stemperare troppo la tensione che pure il tema vuole
affrontare.
Paolo Mereghetti
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Il Mattino, 26 aprile 2008
I terroristi di Dostoevskij
È un piacere ritrovare la firma di Giuliano Montaldo, regista a vocazione popolare e Gran Signore del cinema italiano. Tratto da un'idea dell'amico e collega Konchalovsky travasata nella sceneggiatura di Paolo Serbandini, «I demoni di San Pietroburgo» si serve dell'immortale figura di Fedor Dostoevskij per mettere un scena un affresco storico ad alta intensità metaforica. S'immagina infatti che nella San Pietroburgo del 1860, sottoposta al potere autocratico dello zar, il tormentato scrittore si rechi in manicomio per incontrare l'internato che gli ha spedito un'inquietante missiva: scoprirà che Gusiev (Filippo Timi) è un terrorista che, redento dalle nobili idee profuse nei suoi romanzi, si è finto pazzo per allontanarsi dai compagni senza doverli tradire. Il drammatico faccia a faccia si completa con la rivelazione da parte di Gusiev di un imminente e clamoroso attentato, mirato all'assassinio del granduca e organizzato dall'amata e fanatica Aleksandra (Anita Caprioli): l'unica persona che potrebbe sventarlo diventa, così, proprio lo scrittore, da questo momento in poi risucchiato in una corsa thrilling contro il tempo... «I demoni di San Pietroburgo» amalgama con pregevole equilibrio e sufficiente fluidità storia e romanzo, ma finisce con il nuocergli il tradizionale impianto illustrativo, inadeguato a restituire l'ambiziosa filigrana metaforica del racconto in cui s'evidenziano i ricordi dello scrittore e il processo che da rivoltoso aristocratico (o radical chic) lo ha trasformato in equanime indagatore delle debolezze dell'animo umano. Se, per esempio, è limpido e convincente lo slancio non solo moralistico, ma soprattutto razionale col quale si condannano (per il passato come per l'attualità) gli astratti deliri ideologici e i brutali ricorsi alla violenza dei giovani rivoluzionari, non altrettanto riuscita appare l'immersione nel vortice delle contraddizioni dostoevskiane, spietatamente incalzate dall'indigenza e dall'epilessia, dall'assedio dei creditori e dall'urgenza di pubblicare quel meraviglioso racconto che si chiama «Il giocatore». Bisogna, per la verità, aggiungere che Miki Manojlovic è un attore di carisma e non ha colpa della verbosità teatrale che affligge il suo ritratto; come del resto non possono lamentarsi della sapiente direzione di Montaldo l'emergente Timi e il fuoriclasse Herlitzka (il poliziotto Pavlovic). Manca forse uno scatto visionario che, nel corso dei cinque giorni in cui si sviluppa il dramma, trascenda la pure assai accurata ricostruzione di arredi e costumi d'epoca.
Valerio Caprara
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La Repubblica, 25 aprile 2008
Vita di Dostoevskij
pensando alle Br
Si capisce subito quanta importanza Montaldo abbia attribuito al film. L'autore di opere che negli anni 70 hanno fatto epoca, come Sacco e Vanzetti, vi ha riversato tanto della sua esperienza del proprio tempo. Si capisce subito un'altra cosa. Se l'appassionante scommessa è quella di organizzare in un unico tessuto narrativo opera e biografia di F. M. Dostoevskij (1821-1881), è evidente ciò che Montaldo ha voluto leggervi e far leggere in trasparenza. Inquietudini a noi molto più prossime.
Mentre assistiamo al dividersi di un Dostoevskij già molto provato nella salute e sotto la pressione dei creditori tra la febbrile stesura de Il giocatore (che uscì nel 1866) assistito dalla stenografa che diventerà sua moglie, e il coinvolgimento in una trama terroristica che gli impone di fare i conti con il se stesso che è stato, emergono tutte le possibili allusioni ai brigatisti rossi, ai cattivi maestri, ai pentiti, ai collaboratori, ai deliranti messaggi, al perdono. A un insieme politico, etico e lessicale che riguarda il nostro ieri di italiani.
Si può ed è bello discuterne, comunque tanto di cappello alle ambizioni, alla cura della confezione, agli interpreti Manojlovic, Crescentini, Herlitzka, Caprioli.
Paolo D'Agostini
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