Il clown che sognava di volare
Risalta per contrasto
nello spettacolo che ha aperto la rassegna al Teatro
della Torre di Casertavecchia - «Icaro»,
di e con Daniele Finzi Pasca - la leggerezza che i due
direttori artistici, Paola Servillo e Ferdinando Ceriani,
hanno scelto come tema della 38esima edizione di «Settembre
al Borgo». Innanzitutto rispetto al fatto che l'ambiente
in cui si svolge l'azione è un ospedale. Infatti,
non c'è niente di più pesante della malattia,
e in senso psicologico (considerando la disperazione
o, almeno, l'abbattimento del malato) e in senso fisico
(considerando l'immobilità del suo corpo schiacciato
nel letto). Per giunta, si tratta qui di un ospedale
psichiatrico, vista la stanza senza porte e finestre
nella quale si muovono i personaggi in campo: uno che
sta lì già da tre anni e un altro (uno
spettatore scelto a caso sera per sera) che è stato
appena ricoverato. E la sottolineatura per contrasto
di partenza risiede nella trama sottilissima, quasi evanescente,
delle storie che il primo dei due ricoverati racconta
al secondo per esorcizzare o alleviare quella loro condizione.
Ovvio? Ma proprio attraverso l'ovvietà Finzi Pasca
- diventato famoso come regista del Cirque du Soleil
e del Cirque Éloize - riesce a toccare l'imprevedibile
e l'inatteso che trasportano dalla superficie alla profondità. È questo
il pregio non comune del suo spettacolo. E siccome la
leggerezza che presiede all'edizione in corso di «Settembre
al Borgo» viene dichiaratamente mutuata da Calvino,
mi torna in mente che, parlando del «Visconte dimezzato»,
Vittorini osservò che vi si dispiegano sia «un
senso di realismo a carica fiabesca» sia «un
senso di fiaba a carica realistica». In «Icaro» si
manifesta per l'appunto un intreccio del genere. E non
a caso - voglio dire non solo perché l'autore
e regista è anche un clown - la forma della messinscena
si riferisce alla grande tradizione del circo, appunto
quella costituita dai vari tipi di clown. C'imbattiamo,
infatti, nel clown-parlatore ricalcato sullo «shakespearian
jester» (Finzi Pasca) e nel «clown de reprise»,
ossia nel clown incaricato di riempire i vuoti o di rilanciare
la rappresentazione (lo spettatore che impersona il secondo
ricoverato); e il compagno del quale racconta con immedicabile
nostalgia il primo ricoverato si chiamava Augusto. Ma
proprio qui scatta la più significativa e lancinante
delle sottolineature per contrasto a cui accennavo. Il
clown-augusto è per definizione «l'uomo
che prende gli schiaffi»: e il compagno del primo
ricoverato li prese, terribili, sotto specie di un cancro
che a poco a poco gl'invase tutto il corpo. Eppure, fu
proprio lui a insistere fino all'ultimo sulla necessità d'imparare
a volare per andarsene da quella prigione. Insomma, «Icaro» (e
tralascio parole inutili circa la bravura di Daniele
Finzi Pasca come interprete) incarna per davvero alla
perfezione la leggerezza calviniana: poiché rimarca
senza parere, ma con forza decisiva, alcuni concetti
fondamentali troppo spesso dimenticati o trascurati.
Come, tanto per fare un esempio, nel caso della battuta
secondo la quale «volare è facile, è scappare
che è difficile»: al posto di «volare» dobbiamo
leggere sognare e al posto di «scappare» dobbiamo
leggere lottare per cambiare. Alla fine, ci riesce, a
volare, soltanto il secondo dei due ricoverati: nel senso
che l'altro gli apre una via di fuga attraverso la porta
di un armadio pieno di luce. Lui, il clown-parlatore,
resterà in quella stanza a raccontare altre storie,
sempre le stesse, agli altri ricoverati, sempre gli stessi,
che arriveranno. E qui Finzi Pasca, ancora senza parere,
ci pone la domanda di fondo a cui ciascuno può rispondere
come crede: è la vita che vince sul teatro o il
teatro che vince sulla vita?
Enrico Fiore