Canta Bostridge, e Schubert è tutto un idillio
La primavera dell' amore e il suo rimpianto, la notte e la morte, il confondersi dell' io nella natura in tempesta, l' anelito romantico all' irraggiungibile patria ideale, insieme ai bozzetti più famosi, la trota lunatica che guizza verso la sua fine, il pescatore che l' astuta pastorella tanto vorrebbe pescare... Con un sottile inanellarsi di temi, il tenore Ian Bostridge, al debutto in recital alla Scala, con il pianista Julius Drake, ha composto, lunedì, una sua personale antologia, una «Bostridgereise» tra i Lieder di Schubert. L' artista inglese, dottore e Sir, è oggi tra le voci più colte, nel Lied, in Britten, e soprattutto come Evangelista nelle Passioni bachiane. Il suo tedesco ha una perfezione e una trasparenza assai rare presso gli Inglesi (mentre nel libretto di sala leggiamo versioni curiose: «Wann wirst du mir schlagen, o Stunde der Ruh' ?» non significa «Quando mi colpirai, oh ora di pace?» ma «Quando suonerai per me, ora del riposo?»). Il timbro, di squisita limpidezza, genera idilli soffusi. Bostridge acquerella ogni verso, con acuti eterei, pianissimo sfumati, finissimo uso del vibrato e del non-vibrato (un capolavoro, «Sei mir gegrüsst»): un continuo incanto, pur nel languore, che gli vale molti applausi e quattro bis, tra cui «Heidenröslein» e «An die Musik». Basta non chiedergli slanci eroici (come in «Auf der Brück»), dato che la voce è assai esile; né note gravi, così afone e sforzate (e allora, perché insistere su Lieder come «Aus Heliopolis II»?). La sua dimensione è la grazia, talvolta estenuata; è la purezza del canto più nobile. Anche se, diciamolo, un vero Sir non si presenta alla Scala senza cravatta, con la camicia sbottonata...
Gian Mario Benzing