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I Am Legend
di Francis Lawrence
con Will Smith |
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Il Giornale, 11 gennaio 2008
Troppo solo Will Smith nel deserto
Dei tre film tratti da I vampiri di Richard Matheson (1954), Io sono leggenda di Francis Lawrence è il maggior investimento e sarà il maggior incasso, ma non è la miglior riuscita estetica.
Gli effetti speciali fanno saltare i cervi di Central Park - nella deserta New York dell'estate 2012 - come velociraptor nei Jurassic Park; i «vampiri» - mutanti affetti da una sorta di rabbia, aggressivi e fotofobici ma non impudici (hanno sempre almeno le mutande) - sono scattanti come gli ultimi zombi.
Poi ci sono le incoerenze: che stipendio avrà un medico militare (Will Smith) per possedere un'intera palazzina di tre piani, più cantina-laboratorio, in Washington Square? E dopo il contagio del Natale 2007 - indotto dal virus del morbillo, modificato dalla biologa Emma Thompson in funzione anticancro -, dove trova il Nostro l'energia elettrica? E perché i ponti di una New York da isolare sono colpiti dal cielo, come fossero quelli dell'Irak e della Serbia, e non minati?
Attore per caso, Smith regge bene nei film dove ha intorno chi gli porge la battuta. Ma in Io sono leggenda quasi sempre recita solo e così mostra i suoi limiti; il confronto con i protagonisti degli archetipi - Vincent Price de L'ultimo uomo della Terra di Sydney Salkow e Charlton Heston di 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Sagal - gli nuoce.
Ma anche lo spettatore ignaro degli antedecenti di Io sono leggenda noterà che qui responsabile del contagio, contagiati e militari ottusi sono bianchi; non lo è chi il contagio combatte, come Will Smith e la brasiliana Alice Braga, esule approdata a New York da San Paolo per discutere di fede!
Maurizio Cabona
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L'Unità, 11 gennaio 2008
L'uomo della provvidenza
New York deserta, cadente, intasata di automobili abbandonate con l'erba che cresce sull'asfalto, "sgarrupata" come Napoli ma senza la sua spazzatura. E animali (non abbiamo visto topi) che scorazzano selvaggi. E' uno degli aspetti migliori ma non inedito di Io sono leggenda, polpettone apocalittico ambientato nel futuro prossimo con Will Smith a recitare in coppia con un espressivo pastore tedesco. La morte della civiltà a causa di una pandemia incontrollabile e la lotta di pochi eroici sopravvissuti è un leit motiv ormai trito. Almeno due tre film a stagione lo declinano in forme che gioco-forza si stanno assomigliando. Il nostro per esempio assomiglia tanto a 28 settimane dopo, giusto l'ultimo in ordine di apparizione. Ma del romanzo omonimo di Richard Matheson da cui è tratto c'era già stata una trasposizione hollywodiana nel '71 col pistolero Charlton Heston e addirittura una riuscita e anteriore di Ubaldo Ragona, L'ultimo uomo sulla Terra ('63), dove per "Terra" si intendeva il futuristico quartiere dell'Eur a Roma.
Tutto accadde nel 2009, quando un rivoluzionario vaccino contro il cancro inizia a sviluppare nell'uomo un retrovirus che lo rende rabbioso e animalesco. In breve l'umanità viene sterminata: l'1% che si salva è composto da "predatori delle tenebre", cioè umani mostruosi, tipo zombi e anche vampiri, perché temono la luce. Il dottore e militare Robert Newell (Smith) resta da solo a New York con un sacco di spazio e il suo cane ed è incredibilmente immune al virus. Dopo aver perso moglie e figlia di giorno va in giro a cercare provviste e magari un buon film nella sua videoteca di fiducia. Di notte si barrica in casa per difendersi dai predatori delle tenebre e si mette a studiare un vaccino. Poi scopre che in realtà non è veramente solo come credeva.
Meno ispirato che in altre circostanze, Will Smith si ritrova nel ruolo che, il titolo gli da una mano, sembra quasi volerlo santificare. Il gagliardo medico-guerrigliero-kamikaze che ridà speranza all'umanità usando le parole messianiche di Bob Marley è un azzardo che fa venire il sorriso sulla bocca. Eppure la cura con cui gli sceneggiatori e il regista Francis Lawrence avevano costruito lo sfondo della sua solitudine prometteva bene. Poi però nel film è emersa l'anima videoclippara e più genuinamente votata agli effettacci con automobili che giocano a bowling con i corpi dei predatori, le pistolettate, le esplosioni e almeno un paio di improbabili salvataggi. Che certo daranno qualche soddisfazione immediata a chi voleva solo riempirsi gli occhi.
Pasquale Colizzi
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Il Messaggero, 11 gennaio 2008
Will Smith e gli zombie,
medico o sterminatore?
Un'epidemia scatenata da un virus nato in laboratorio trasforma gli esseri umani in zombie-vampiro terrorizzati dalla luce. Solo un uomo, uno scienziato misteriosamente immune, sopravvive con il suo fedele cane nella New York distrutta e inselvatichita del dopo-catastrofe...
Diretto dal regista di Constantine con Keanu Reeves, Io sono leggenda è la terza versione del celebre romanzo di Richard Matheson (ora riedito da Fanucci) già portato sullo schermo nel 1963 ( L'ultimo uomo della Terra di Sidney Salkow e Ubaldo Ragona, con Vincent Price) e nel 1971 (1975: occhi bianchi sul pianeta Terra di Boris Sagal, con Charlton Heston). Il film italo-americano, di gran lunga il migliore, era un piccolo e imitatissimo gioiello concettuale a basso budget, tutto girato all'Eur. Il remake del 1971 giocava senza troppa convinzione la carta del catastrofismo in stile kolossal.
Io sono leggenda invece si adegua al roboante cinema d'azione d'oggi, troppo schiavo dei videogame e degli effetti più o meno speciali per dare un'anima oltre che un corpo ai suoi incubi. Così, dopo un prologo suggestivo con Will Smith e il suo cane a caccia di cervi fra Times Square e Downtown (ma era più bella la Manhattan assediata dai ghiacci di The Day After Tomorrow, e mille volte più emozionante il Robinson di Tom Hanks che parla col pallone in Castaway), il film inizia a girare in tondo e imbocca la strada del crescendo obbligato. Ogni scena deve far salire l'adrenalina più della precedente. Ogni volta dunque gli incontri con i vampiri saranno più ravvicinati (ci sono anche cani-zombie davvero terrificanti).
Non mancano sorprese e incidenti, ma il film non sfrutta fino in fondo le sue carte. E se è bella l'idea di costringere Will Smith, mai così atletico, nei panni contraddittori del medico e del killer che ora cattura i vampiri e cerca un vaccino, ora li stermina rabbiosamente, il dibattito parareligioso in sottofinale (può esistere un Dio in una situazione simile?) è abbastanza appiccicato. Come del resto l'ovvia morale sui rischi della scienza. Fatale anche creare un esercito di zombie tutti uguali. Bob Marley, qui testimonial involontario del Padreterno, meritava di meglio.
Fabio Ferzetti
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La Stampa, 11 gennaio 2008
Apocalypse New York
con Will Smith tutto solo
Un film dove per quasi tutto il tempo abbiamo davanti un solo protagonista e il suo cane poteva rappresentare una scommessa arrischiata, ma un box office miliardario ha già premiato Io sono leggenda e non c'è da stupirsi. Intanto la pellicola, ispirata (è la terza volta) a un bellissimo quanto angoscioso classico di fantascienza firmato nel '54 da Richard Matheson (Fanucci Editore), è stata attualizzata e riambientata con estremo rigore dal regista Francis Lawrence; ed è destinato a rimanere nelle antologie del cinema il colpo d'occhio iniziale di una New York abbandonata e degradata tre anni dopo che un virus mortale ha trasformato i suoi abitanti in zombi vampiri.
Poi c'è la presenza carismatica del divo hollyoodiano Will Smith, che ricopre il ruolo dell'unico sopravissuto della città con un'intensità drammatica non priva di sfumature umoristiche, confermandosi un bravissimo attore. Può restare un dubbio sul finale consolatorio del film, una sorta di palingenesi che attenua la pessimistica visione di Matheson: ma è pur vero che di questi tempi abbiamo tutti bisogno di un po' di speranza.
Alessandro Levantesi
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La Repubblica, 11 gennaio 2008
"Io sono leggenda", salvate Will Smith
ultimo sopravvissuto sulla Terra
Impossibile non restare ammirati davanti a Will Smith che in Io sono leggenda (salvo la compagnia del fedele cane lupo, comunque destinata a non durare) sostiene solitario sulle proprie spalle un'ora intera di film. In mezzo alla devastazione di una New York "dopo la catastrofe" che, dal vero, è diventata l'impressionante scenografia del film di Francis Lawrence dal romanzo di Richard Matheson già più volte portato sullo schermo. Però la stessa ragione di ammirazione non impedisce al film di rischiare la monotonia.
Una dottoressa (fugace apparizione di Emma Thompson a inizio film) annuncia commossa di aver scoperto il vaccino anticancro. Tre anni dopo il tenente colonnello e scienziato Robert Neville (Smith) si aggira solo, armato e soltanto di giorno per la metropoli spettrale. Il presunto vaccino ha diffuso un virus che ha decimato il genere umano. Un decimo è sopravvissuto per lo più trasformandosi in vampiresche belve notturne, un decimo del decimo è sopravvissuto immune. A quanto pare Neville a New York è il solo.
Il venir meno del clima da guerra fredda che stava all'origine del romanzo nel 1954, potrebbe aver sottratto alla storia appeal e potenziale appassionante?
Paolo D'Agostini
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Il Manifesto, 29 dicembre 2007
Neville, l'ultimo uomo fra i morti viventi
Anche Will Smith - l'esponente hollywodiano dello straordinario successo afroamerican postrazziale e postideologico di Barak Obama e Oprah Winfrey - è protagonista di un importante adattamento di questa stagione, I Am Legend, dal romanzo di Richard Matheson. La premessa di questo classico della fantascienza, pubblicato nel 1954 era semplice: in seguito a un'epidemia, l'intera popolazione umana è stata spazzata dal pianeta, sostituita in parte da una letale razza di vampiri/morti viventi. Immune al virus, Robert Neville, «l'ultimo uomo rimasto sulla terra», di giorno scorrazza per la postapocalittica wasteland losangelina cacciando i succhiatori di sangue, di notte (quando gli altri escono per cacciare lui) si ripara in una fortezza costruita sui rottami della società dei consumi.
Visionario ibrido di gotico tradizionale e sci-fi, il libro di Matheson nascondeva dietro a una trama da guerra fredda, una ricerca più profonda sul senso dell'umanità. Non a caso, al cinema, il suo erede filosoficamente legittimo è George Romero che ha basato il ciclo degli zombie sulla riflessione sollevata in I Am Legend. Due finora gli adattamenti «ufficiali» del libro, di cui il più fedele e strano è The Last Man on Earth (1961), di Ubaldo Ragona, su sceneggiatura dello stesso Matheson (che però decise di firmarsi come Logan Swanson), girato in minimalista Scope bianco e nero, con Vincent Price (Neville) in una Roma modernista che ricorda la sequenza conclusiva di L'eclisse, solo popolata di cadaveri.
Più noto ma quasi altrettanto esoterico è l'adattamento che ne trasse nel 1971 Boris Sagal, The Omega Man, con Charlton Heston che scorrazza in decapottabile rosso fiammante, parlando da solo, armato di una mitraglietta e inseguendo vampiri incappucciati di nero. Per svagarsi, questo Neville dell'era hippie va al cinema a rivedere Woodstock. In sintonia con il suo tempo, The Omega Man aveva immaginato i morti viventi come prodotto di una guerra batteriologica tra Urss e Cina.
Rifacendosi ai décor postapocalitici di Fuga da New York e al ruolo che la città gioca nell'immaginario globale post 9/11, il nuovo I Am Legend, trasferisce il suo set a Manhattan. L'epidemia che ha distrutto la razza umana parte da una cura per il cancro scoperta da Emma Thompson. Will Smith, nei panni di Neville, è il virologo che non è riuscito a fermarla e che, immune alla malattia, vaga per New York in compagnia di un cane, cacciando cervi (per sfamarsi) e dark seekers (qui i vampiri sono chiamati così), parlando con i manichini e ricordando la moglie e la figlia scomparse. Da Times Square a Central Park, dalla Quinta strada al ponte di Brooklyn, il film usa i luoghi iconici della città come se fossero stati (digitalmente) riconquistati dalla wilderness. Cespugli, alberi, liane, quando non sono leoni affamati (come in 12 Monkeys di Terry Gilliam) hanno invaso il cemento e le torri di vetro. Solo per la maggior parte del film, Smith/Neville fa del suo meglio per trastullarsi e rimanere vivo. L'idea non sarebbe male se il regista Francis Lawrence e lo sceneggiatore Akiwa Goldsman, oltre ai maldestri riferimenti a 9/11, non avessero deciso di «attualizzare» il tutto aggiungendo alla storia due elementi che Matheson non aveva proprio contemplato: Dio (nell'apparizione di Alicia Braga, un altra sopravvissuta) e la speranza. Si tratta di un tradimento imperdonabile.
Giulia D'Agnolo Vallan
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