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Houdini - L'ultimo mago
di Gillian Armstrong
con Catherine Zeta-Jones, Guy Pearce, Timothy Spall
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Il Manifesto, 30 aprile 2009
Una sensitiva incatena il cuore del grande mago
In una società che offre ogni giorno imprevisti e stordimenti, l'attenzione ai maghi non è certo pressante (non che oggi non capiti di essere preda di illusionisti), anzi il cinema ha proposto ben due film del genere uno dopo l'altro, The illusionist con Edward Norton e Prestige con Hugh Jackman. Tornare al mago Houdini per Gillian Armstrong, la regista australiana famosa per le sue tematiche femminili e il suo stile sicuro (il remake di Piccole donne, ad esempio) è come una sfida. Houdini è icona maschile di un potere incantatore che sfidava le leggi naturali, qui Mary McGarvie (Catherine Zeta Jones) sopravvive a Edimburgo con la figlia con spettacoli da sensitiva un po' alla Theda Bara, proprio come Houdini, figlio di immigrati ungheresi alla fine dell'Ottocento nel Winsconsin tirava a campare vendendo giornali prima di diventare «The great», il grande re dell'evasione.
Madre e figlia metteranno alla prova il mago con qualcosa che non può controllare, l'amore. Il titolo originale del film, Death Defying Acts (azioni che sfidano la morte) indica la ricerca disperata di qualcosa di inafferrabile della sua esistenza, un inconscio oscuro che porta il mago a sfidare anche se stesso nel confine tra la vita e la morte. Quindi non ci si aspetterà la frenetica messa in scena di numeri che il grande Houdini dello schermo, Tony Curtis, in coppia inseparabile con Janeth Leigh proponeva , dalla lettura del pensiero, mezzo utile per flirtare, alla camicia di forza, alla donna tagliata in due, alla cassaforte chiusa alla prigione alla fatidica immersione nell'acqua in catene. Ce ne furono anche altri di interpreti, come Harvey Keitel e perfino Norman Mailer, ma come si vede si tratta già di una lettura più scettica. Qui siamo in atmosfera gotica, Houdini arriva a inerpicarsi sull'alto del cornicione del castello tra i mostri di pietra e potrebbe anche lanciarsi di sotto, i suoi tormenti ricordano quelli dell'uomo pipistrello. Qualcosa macera la mente del prestigiatore (la morte della madre, alla sensitiva chi gli riferirà le sue ultime parole donerà un assegno importante) e Mary cerca di approfittare della situazione. Ma non sa che Houdini nel suo tour europeo puntava a smascherare i ciarlatani e i finti medium. E quando scatta una pericolosa scintilla tra i due ecco che il film perde mordente, lascia da parte l'elemento fantastico per diventare un testa a testa in cui paradossalmente escono dalla bocca del più grande mago di tutti i tempi dialoghi come: «Mary ho paura» «Di me?» «No, di me stesso» che neanche in una soap. Che si tratti di un mondo ormai lontano e perdutola voce off della bambina, filo conduttore del film: «non era il suo corpo ad essere incatenato, era il suo cuore».
Silvana Silvestri
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Il Messaggero, 1 maggio 2009
L’amore? Una pericolosa magia
Torna il mago innamorato, soggetto che interessa molto il cinema di oggi come dimostrano il superiore The Prestige di Chris Nolan e il minore L’illusionista di Neil Burger. Ma se in quei film il maestro dei trucchi era anche un uomo passionale che cercava vendetta, in Houdini di Gillian Armstrong il mago protagonista parte aggressivo e finisce remissivo, comincia sospettoso e poi, abbastanza inspiegabilmente, non riesce ad accorgersi dei manifesti trucchi intorno a sé. Edimburgo, 1926: contattato da una truffatrice scozzese (Catherine Zeta-Jones) che sostiene di essere entrata in contatto con la madre morta, il celebre illusionista Harry Houdini (Guy Pierce) cade vittima del fascino pericoloso della femme fatale, cominciando una tormentata storia d’amore che potrebbe essergli fatale. La produzione è elegante e studiata nei minimi dettagli per quanto riguarda scenografia, costumi e fotografia. Come sempre ci ha abituato la Gillian Armstrong dell’eccellente remake di Piccole donne del 1994. Quello che manca è una sceneggiatura convincente e due attori in sintonia. Tra Pierce e Zeta-Jones non c’è magia.
Francesco Alò
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Il Mattino, 25 aprile 2009
La Zeta-Jones lascia il segno su Houdini
Sulla scia del successo di «The Prestige» e «The Illusionist», non poteva mancare la riesumazione del mito di Houdini. Evidentemente, però, la raffinata regista australiana Gillian Armstrong ha accettato la commissione di malavoglia, finendo col consegnare al pubblico «Houdini - L’ultimo mago», ovvero un film né carne né pesce che non riesce neppure ad avvicinare il romantico e rudimentale prototipo con Tony Curtis («Il mago Houdini», 1953). Lo spunto prende le mosse da un episodio reale della vita del grande Harry, ossessionato dal rimorso nei confronti della mamma e pronto a promettere diecimila dollari a chiunque si fosse dimostrato capace di svelare le parole sussurategli in punto di morte. La vera motivazione del protagonista sarebbe quella di potere smascherare la massa di medium e chiromanti che girano per l’Inghilterra sminuendo la «scientificità» del proprio approccio al soprannaturale; peccato che Mary McGarvie, la ciarlatana prescelta, si ritrovi incarnata nelle prosperose fattezze di Catherine Zeta-Jones e quindi destinata a cadere tra le braccia del velleitario moralizzatore. Lo spiritismo di ieri come i tele-imbonitori di oggi? Un’equazione piccola piccola che rende lo spettacolo pedante, farraginoso e soprattutto più interessato al gossip sentimentale che alle performance dell’eroe eponimo.
Valerio Caprara
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