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Hotel Meina
di Carlo Lizzani
con Benjamin Sadler, Ursula Bushhorn, Danilo Nigrelli, Marta Bifano (Italia, 2007)
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La Repubblica, 25 gennaio 2008
"Hotel Meina", quella tragedia sul lago Maggiore
Fedele al suo interesse per la storia ma convinto che la narrazione risponda a proprie leggi, Carlo Lizzani ha tratto spunto dal libro-inchiesta di Marco Nozza sulla "prima strage di ebrei in Italia" (Saggiatore) per dare con Hotel Meina un'idea d'insieme dei giorni immediatamente successivi all'8 settembre '43. Rispettando i dati fondamentali, ha adattato al suo intento divulgativo e d'intrattenimento la vicenda di un gruppo di famiglie ebree prima rinchiuse in un albergo sul lago Maggiore e dopo dieci giorni di speranze e illusioni sterminate dai tedeschi. Ha amplificato una resistenza partigiana già organizzata o la risonanza del manifesto europeista siglato al confino di Ventotene.
Così come - sollevando il dissenso di Becky Behar, miracolosamente sopravvissuta all'eccidio come figlia del proprietario dell'hotel, ebreo turco e quindi di nazionalità neutrale - ha forzato la verità attribuendo all'autentica figura di una donna tedesca che le testimonianze ricordano (quanto meno) ambigua, la statura di una coraggiosa combattente antinazista. Volendo dire che non tutti i tedeschi furono nazisti e che ci fu anche una minoranza che operò e pagò per restituire dignità alla sua nazione.
Paolo D'Antoni
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Corriere della Sera, 25 gennaio 2008
1943, la Storia di Lizzani
Pervenuto a un' età in cui altri se ne stanno a casa con un plaid sulle ginocchia a rileggere i classici, Carlo Lizzani è sempre in piena attività; e mentre trascorre instancabile fra film, documentari e TV, ha rinfrescato la propria immagine con uno dei migliori libri finora scritti sul cinema: Il mio lungo viaggio nel secolo breve (Einaudi). La parola che più ricorre nel gergo dei critici di fronte alla ricchissima filmografia lizzaniana è «eclettico» per la disponibilità ad arpeggiare sui generi: ma in tanta varietà di proposte, dal suo esordio con Achtung, banditi! (1950) a questo Hotel Meina, emerge un costante interesse per i temi dolenti della storia contemporanea. Altri titoli da considerare sono Cronache di poveri amanti (' 53, la notte di sangue dello squadrismo fiorentino), L' oro di Roma (' 61, il prezzo che la comunità ebraica pagò ai nazisti in una truffaldina promessa di salvezza), Il processo di Verona (' 62, il dramma di Edda Ciano rivissuto da Silvana Mangano), Mussolini ultimo atto (' 73), Celluloide (' 96, come nacque Roma città aperta dal libro del compianto Ugo Pirro) e in Tv Maria Josè, l' ultima regina (2001). Qualcuno dovrebbe prendere esempio da un dimenticato capolavoro di Blasetti, quando nel ' 64 da eccelso montatore mise insieme la miniserie «Gli italiani del cinema italiano», un collage da pellicole ricollocate sulla cronologia degli eventi. Si potrebbe fare lo stesso con le opere di Lizzani a conferma di un' attenzione non occasionale a eventi vissuti da contemporaneo. Hotel Meina in particolare riguarda la spietata esecuzione di 16 ebrei avvenuta ai bordi del Lago Maggiore il 22 settembre ' 43 a opera del tedesco invasore, quando i repubblichini non si erano ancora organizzati per svolgere il loro tristo compito di rastrellatori e massacratori. Basandosi su un vibrante saggio di Marco Nozza, Lizzani introduce nella sua versione numerosi elementi romanzeschi. Vedi la figura dell' affascinante spia antinazista, con radiotrasmittente nascosta sotto il letto, contrapposta a un crudele SS che ne subisce il fascino; e vedi soprattutto i molteplici casi di quotidianità vulnerata, di paure, di illusioni di compromesso. Forte della sua esperienza, il regista è convinto (come del resto Spielberg e tanti altri) che per far arrivare un messaggio al cuore del pubblico è giocoforza incartarlo nella fiction. Un atteggiamento che alla Mostra di Venezia, in controtendenza con la commovente ovazione in sala, suscitò le riserve di una critica che sembrò negare la legittimità dei «componimenti misti di realtà e invenzione» di manzoniana memoria. Se si respinge il diritto di inventare in margine alla cronaca bisogna rinnegare La certosa di Parma, I miserabili e Guerra e pace. Ogni volta, certo, vanno verificati i modi attraverso i quali un autore adatta la verità dei documenti alle esigenze dello spettacolo rischiando magari di stravolgerla. Dalle sequenza di Hotel Meina emerge sicuramente un' aura di cinema classicheggiante, inviso ai cinefili tarantinati. Ma nonostante le imperfezioni e approssimazioni, la peculiarità dell' impresa resta quella di esser nata da cose viste anziché da libri letti. Nell' approccio di Lizzani alla materia vibra un' emozione di prima mano, intrisa di quella sacrosanta indignazione che non si spegne. Per tutto il film, che dalla solarità della vacanza lacustre scivola verso l' allucinante ecatombe notturna, spira l' aura di una stagione in cui nessuno sapeva come sarebbe andata a finire, quando vita e morte oscillavano tra i giochi dei potenti e i capricci del caso. Forse bisogna aver attraversato di persona certi frangenti per accedere al nucleo più recondito del film, quando l' evocazione riesce a toccare la nota nevralgica di un autentico momento della verità.
Tullio Kezich
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La Stampa, 25 gennaio 2008
Nell'Hotel della Memoria
Il Giorno della Memoria è una cosa bellissima a patto che non ci esoneri dal ricordo della Shoah per gli altri rimanenti 364 giorni dell'anno. Anche se il suo film Hotel Meina, accolto da una commossa ovazione alla scorsa Mostra di Venezia, esce proprio alla vigilia di questa ricorrenza, la raccomandazione riferita a Carlo Lizzani appare del tutto superflua. Come ha dimostrato di recente pubblicando un libro da leggere assolutamente, Il mio lungo viaggio nel secolo breve (Einaudi), l'ultraottantenne regista romano non ha bisogno di appuntamenti rituali per ricordare le tante tappe della traversata del XX secolo. Sulla memoria degli avvenimenti vissuti, dal trionfo al crollo del fascismo, Lizzani ha costruito un'intera serie di film a volte di sicura durata come Cronache di poveri amanti e Il processo di Verona. Tutti improntati a quel senso di autenticità che deriva dell'aver vissuto dentro i momenti cruciali della storia. E' anche il caso di Hotel Meina, che rievoca l'orrenda strage di 16 ebrei massacrati dai nazisti e gettati nelle acque del Lago Maggiore il 22 settembre 1943 mescolando la cronaca nell'impasto del romanzesco secondo uno schema narrativo tradizionale. Ma se la scrittura di Lizzani non riserva innovazioni di struttura o di stile, i suoi film rispecchiano qualcosa di prezioso come il palpito dell'emozione e la capacità (oggi assai rara) dell'indignazione.
Su un versante più ispido si arrampica, sempre a proposito dell'Olocausto, il viennese Stefan Ruzowitzky con Il falsario - Operazione Bernhard (nominato all'Oscar per il miglior film straniero), storia in parte vera di un bidonista ebreo che per sopravvivere nel campo di sterminio accetta di fabbricare a uso dei nazisti sterline e dollari perfettamente contraffatti. Qui il dilemma è sino a quale punto è lecito servire il nemico per salvarsi la vita. Affiancato da attori tutti eccellenti, il protagonista Karl Markovics incarna molto bene la tragica bizzarria di un film che procede tra angosce e sussulti, spesso impietoso, sempre molto efficace.
Alessandra Levantesi
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Il Messaggero, 25 gennaio 2008
La forza di un documento storico
A 11 anni da Celluloide, il gran signore Carlo Lizzani (Giuliano Montaldo raccontò che l'unica volta che lo vide perdere le staffe su un set fu quando scagliò per terra una mela) torna alla regia con Hotel Meina tratto da un saggio storico di Marco Nozza: nel settembre del 1943 un gruppo di sedici ebrei rifugiatisi nell'Hotel Meina sul Lago Maggiore vivono una settimana di paranoia e paura dopo l'arrivo di un plotone delle SS pochi giorni dopo l'armistizio firmato l'8 settembre. Che cosa ne sarà di loro? Non è vibrante come Achtung! Banditi! (fantastico esordio di Lizzani datato 1951) ma non è senile come Le rose del deserto di Monicelli. Il film di Lizzani, che ha più il fascino della compostezza del documento storico che non l'ardore del dramma narrativo, è inattaccabile dal punto di vista del rispetto e della sobrietà delle intenzioni. Anche gli elementi più romanzati rispetto alla cronaca dei fatti realmente accaduti del testo di Nozza, diventano nella pellicola momenti mai gratuitamente spettacolari. Da qui la scelta di un cast praticamente sconosciuto per puntare tutto sull'effetto da cinema verità. Lizzani, classe 1922. Ecco la vera meglio gioventù che ha fatto grande il nostro paese.
Francesco Alò
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Il Tempo, 23 gennaio 2008
Un felice ritorno di Carlo Lizzani. Dopo una carriera che ha fatto sempre onore al cinema italiano, sia quando l'ha guidata l'impegno, sia quando, con sicuro mestiere, ha seguito gli inviti dello spettacolo.Un felice ritorno di Carlo Lizzani. Dopo una carriera che ha fatto sempre onore al cinema italiano, sia quando l'ha guidata l'impegno, sia quando, con sicuro mestiere, ha seguito gli inviti dello spettacolo.
Oggi siamo di nuovo all'impegno, con un linguaggio teso a suscitare emozioni intensissime senza mai smarrire un solo istante l'equilibrio e la misura. Il tema, come il titolo ci fa intuire, ci mette di fronte a una delle stragi più spietate perpetrate dai nazisti contro gli ebrei subito dopo l'8 settembre. Il Lago maggiore, una vacanza in un albergo che prende il nome dalla ridente località in cui sorge, Meina, appunto. È il momento in cui, dopo l'annuncio dell'armistizio, la guerra sembra stia per finire e molti villeggianti ebrei, alcuni fuggiti da persecuzioni in altri Paesi, tirano un sospiro di sollievo. Presto però oscurato dall'angoscia perché i tedeschi arrivano - è un torvo reparto di SS -, requisiscono l'albergo e, censiti tutti gli ospiti ebrei, li rinchiudono in alcune stanze da cui pensano di farli uscire solo per la "soluzione finale". Che si verificherà puntualmente.
Lizzani, questi fatti, in più momenti addirittura atroci, se li è fatti suggerire da un libro che ne aveva fatto la cronaca precisa. Li ha divisi in due parti. La prima quasi serena, anche se già in cifre sospese. I villeggianti ebrei capiscono il pericolo che comincia a incombere ma ancora non lo vedono così tragico, vivono la vita d'albergo, si mescolano ancora ai villeggianti non ebrei che hanno conosciuto, cui, in alcuni casi, si sono legati d'amicizia e da cui, infatti, ricevono aiuti e sostegno. Dopo, però, terrificante, esplode il secondo momento: con le SS pronte ad eseguire gli ordini assassini del loro comandante, con un tentativo di fuga che arriverà solo a pochissimi, con la retata conclusiva che vedrà trucidati tutti gli altri, donne e bambini compresi, poi buttati, di notte, nelle acque del lago.
Prima una cronaca che, pur nella sua apparente levità, comincia a rivelare nubi scure d'ansia, poi un susseguirsi di pagine tragiche ricostruite da Lizzani con la sua consueta maestria, toccando, con voluta asprezza, tutti i tasti della disperazione e dell'orrore. Con il risultato di suscitare, ad ogni immagine, un clima soffocante che serra alla gola senza più un momento di respiro, senza una pausa, ma anche -ed è un altro merito- senza un eccesso. Perché bastano quegli eventi orrendi a pretendere, anche senza orpelli né aggiunte, l'emozione più lacerata. Sostenuta da una recitazione, in tutti, anche in interpreti volutamente poco noti per "far vero", che sa adeguarsi alle intenzioni dell'autore. Ancora una volta nobilissime e degne.
Gian Luigi Rondi
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