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Home
Homedi Ursula Meier
con Isabelle Huppert, Olivier Gourmet, Adélaïde Leroux
 
L'Unità, 29 gennaio 2009

C'era una casa alla fine del mondo. Poi il mondo volle entrarci dentro.

Ordinaria e speciale come "I Simpson", stramba ma meno poser de "I Tenembaum", la famiglia con casa "apparecchiata" sull'autostrada in HOME – fulminante esordio della svizzera Ursula Meier, ospite della Semaine de la Critique di Cannes - è la fotografia in movimento di ciò che stiamo diventando. Uno scenario che cambia sotto i nostri occhi, seminando paradossi e spiazzando ad ogni virata. S'inizia con un curioso ensemble di colori pop e acidi fotografato da Agnes Godard che ricorda tanto, come notava un critico francese, le pubblicità dei prodotti di largo consumo del dopoguerra. Tranne per il fatto che il contesto è chiaramente imbarbarito e il sorriso è isterico e instabile quanto quelli di allora erano sospesi e di plastica.
Marthe (una straniata Isabelle Huppert) e Michel (Olivier Gourmet) sono una coppia all'apparenza affiatata: lei ha una sorta di volatilità che la rende imprendibile, lui stivali da cowboy e piglio da capofamiglia. Nel prato davanti al guard-rail che utilizzano per giardino, visto che la superstrada che costeggia la loro casa è pronta ma mai inaugurata, Judith la figlia grande e ribelle si stordisce di musica metal prendendo il sole in eterno bikini mentre il piccolo Julien scorazza sulla lingua d'asfalto in bici. Marion è la figlia media, un po' nerd e fissata. Di annuncio in annuncio, un giorno si passa ai fatti e la strada viene aperta al traffico: quattro corsie e auto che sfrecciano a tutta birra, scuotendo la paradossale cartolina.

Procedendo per simbologie, la famiglia che sembrava un rifugio modesto ma sicuro, infarcito di paranoie ma intimamente solidale, si ritrova al confronto con il sistema sociale da cui si schermava. Esplodono le psicosi, nessuno si sente più idoneo al suo ruolo: per prima Marthe, che collassa nel suo autismo, poi la figlia ribelle prende il volo, la nerd intensifica le psicosi citando film apocalittici, il maschio non è più buono nemmeno come collante. Per estrema difesa si isolano porte e finestre, ci si inabissa nel proprio privato.

Rinchiudere il caos esistenziale dentro scatole poco sigillate per separarlo dal caos del mondo circostante è l'attività più praticata ma meno riuscita dell'uomo contemporaneo. Una volta (e ancora accade, da qualche parte) era la vita in comune a determinare le regole e la condivisione era la soddisfazione massima. Adesso che l'uomo-cittadino ha al massimo una famiglia (e minimo se stesso), condivide l'intimità sulla banda larga e viene tradito dalle pareti troppo sottili dei condomìni. Non gli resta che arrendersi.
HOME è una favola acida sulla perdita di senso: di una casa che diventa un inferno, di una famiglia che implode, di una società che corre su scatolette metalliche e quattro ruote non si sa verso dove (verso un benessere mai raggiunto veramente? Fugge dall'infelicità? È a corto di idee?). Comunque è vittima del deliro modernista che Ballard e Cronemberg in "Crash" viravano in maniera algida.

La scelta iperrealista di Ursula Meier e dei suoi cinque sceneggiatori – che fanno muovere madri e figlie snaturate, padri impotenti e bambini dall'infanzia anomala – produce un affresco grottesco che da tanto non si vedeva sullo schermo. A memoria, si muove nelle stesse atmosfere di "Canicola" di Ulrich Seidle, di un cinema che si scopre visionario con poco.

Tuttavia non serve affogare l'esordio della Meier di appigli sociologici, col rischio di inquinare il puro piacere dell'inventiva, la libera citazione dei generi che vola sulle note di "Wild is the wind" nella dolorosa, catartica interpretazione di Nina Simone. Semplicemente andate a conoscere questa famiglia così contemporanea da prescindere tempo, date, cellulari, obblighi sociali. Prendetevi una vacanza dal solito, state at Home.

Pasquale Colizzi

 
Il Giornale, 30 gennaio 2009

Nella casupola sull'autostrada trionfa soltanto lo sbadiglio

Sconsigliare un film con Isabelle Huppert e Olivier Gourmet fa male al cuore: trovarli in Italia due professionisti così…
Ma in Francia, dove il cinema è ancora un'industria, si girano più film di quelli che occorrono e ciò ancor più che in Italia. Da noi ne basterebbero dieci all'anno, da loro venti. Invece ne fanno ben più di cento. Fra le eccedenze francesi c'è Home di Ursula Meier.
Farlo uscire come Maison sarebbe stato più coerente, ma neanche Casa sarebbe suonato male, visto che siamo in Italia. Ma ormai siamo un Paese colonizzato dall'idiozia più che dall'anglofilia.
Una famiglia, che abita lungo un'autostrada mai aperta, s'è adattata al nastro d'asfalto che nessuno percorre, annettendolo mentalmente e fisicamente, come se lì proseguisse il triste giardinetto casalingo.
Questo Eden finisce quando l'autostrada si apre. Ormai colonne di auto in coda o cortei di auto sfreccianti separano la casa e la famiglia dal resto del mondo. E allora la nevrosi latente diventa palpabile, con la Huppert che si prende alcune scene madri, perfetta come in ogni suo ruolo, ma ormai ripetitiva, specie dopo il ruolo di folle latente nella Pianista. Più discreto, meno folle in apparenza, il personaggio del marito (Gourmet), ma incapace di uscire da quella situazione nemmeno davanti ai segni di squilibrio che danno presto i figlioletti.
Ammirata la bravura degli interpreti, lo spettatore - che non sia uno psichiatra in cerca di aggiornamenti - si chiederà: ma che cosa me ne importa? Nello spettacolo, infatti, i casi-limite funzionano per una certa durata. Qui invece il crescendo piace troppo alla regista. Forse vi esorcizza problemi suoi e in tal caso ha la nostra solidarietà, ma la terapia non avvenga a danno del pubblico. E anche ammesso che ci sia chi cerca una catarsi in questo modo, perché fargliela sospirare per un'ora e quaranta? L'ora bastava e avanzava.

Maurizio Cabona

 
Il Messaggero, 30 gennaio 2009

Huppert, la vita è un'autostrada

La Huppert ride. Che meraviglia. A scrivere il vero avevamo già visto la divina francese prendersi in giro nell'hollywoodiano sottovalutato I love Huckabees in cui scimmiottava le sue donne inquietanti alla Pianista. Ma in Home di Ursula Meier si supera: madre allegra e padrona di casa solare a due passi da un'autostrada da anni in costruzione, la vediamo cadere lentamente in depressione per l'arrivo delle macchine invadenti. L'aria attorno alla famigliola felice si incupisce, la magistrale fotografia di Agnès Godard si ingrigisce e la macchina da presa delle Meier perde energia, smette di saltellare e si siede su una sedia, come fosse un altro componente del nucleo familiare intristito dal traffico esterno. La contemporaneità è entrata in casa. Dalla vita sui monti alla Heidi (la regista è svizzera), all'odore ai tempi del bitume. Con violenza e confusione come la colonna sonora che spazia bizzosa dal rock al jazz come venisse, come viene, dallo zapping radiofonico delle quattro ruote che assediano la magione come in un attacco degli indiani da western. Il film tra le mille ispirazioni (il Godard di Weekend, Tati, Haneke) ha anche il genere americano per eccellenza. Ce la faranno i nostri eroi a non perdere le staffe? Accanto alla Huppert, più potente del solito perché passa dalla gioia alla sofferenza e non, come spesso fa, dalla sofferenza allo stillicidio, troviamo il solito perfetto Olivier Gourmet, padre e marito affettuoso. Se questo è il nuovo cinema europeo siamo a cavallo. Anzi, in una macchina perfetta.

Francesco Sala

© Sipario 2011