Nelle false democrazie regna la corruzione
VENEZIA — A cinque anni di distanza, il maestro egiziano Youssef Chahine, 81 anni, è tornato in concorso alla Mostra di Venezia con "Heya fawda" (Chaos), film prodotto in Egitto. La vicenda si consuma attraverso un triangolo drammatico che riflette la condizione di una metropoli, qual è Il Cairo, i cui abitanti mostrano sempre meno umanità e solidarietà. A collaborare con il grande maestro, c'è stavolta il giovane co-regista Khaled Youssef e degli interpreti superbi, come Khaled Saleh, Mena Shalaby, Youssef El Sherif e Haka Sedky. In un feuilletton colorato, ricco di musica, poesia e passione, "Chaos" racconta in chiave melodrammatica la vita di Hatem (Saleh), ras del quartiere e poliziotto illegale, pronto a prendere mazzette con le mani unte di cibo in cambio di ogni genere di protezione, mentre nessuno del quartiere osa ribellarsi. Ma anche lo squallido Hatem ha un debole: per la bellissima professoressa Nour (Shalaby) che, puntualmente, lo rifiuta perché innamorata dell'affascinante Cherif (El Sherif), incorruttibile magistrato. Nour è l'unica persona che osa tenergli testa e Hatem non vede altra via d'uscita se non quella di rapirla, in un crescendo di situazioni folli e caotiche. Su tutto, domina la denuncia dei registi, che fa emergere la dilagante corruzione e repressione dei Paesi dispotici, soprattutto quelli protetti dall'impero americano. Nei Paesi del Terzo mondo i cittadini - secondo il parere dei registi - vengono trasformati in animali e per le donne del mondo arabo c'é sempre troppa ingiustizia e mancanza di diritti. La pellicola, denunciando la corruzione dell'Egitto - che appare come una «falsa democrazia con la milizia pronta a usare il manganello» - sembra incitare i giovani a emigrare per evitare di diventare anche loro corrotti come gli egiziani della vecchia generazione. "Chaos" rievoca spesso i film melò italiani degli anni '50, di quel cinema ispirato a Visconti, Fellini e Rossellini, quest'ultimo amico del maesto Chachine.
Dina D’Isa