Quando un regista si limita a fare il regista e lascia tranquilli gli
autori, l’allestimento di un’opera lirica – almeno
dal punto di vista estetico – viene fuori quasi sempre nel migliore
dei modi. E proprio nel migliore dei modi – ma anche in senso vocale – si
può dire che sia venuta fuori questa messinscena. Humperdink,
che fu anche segretario e allievo di Wagner, dal suo maestro ereditò il
canto tradizionalmente spiegato nonché un certo fraseggio musicale
e il gusto per i lunghi duetti, elementi tutti riscontrabili nella partitura
dell’opera, che i teatri, nonostante la deliziosa consistenza,
spesso evitano di inserire nei loro cartelloni per via – pensiamo – dell’argomento,
gradito soprattutto dai bambini. Al Bellini di Catania, questa opera
mancava da quasi cinquant’anni; ma al suo ritorno, come spettacolo
di chiusura della stagione 2006, è piuttosto felice e, dopo l’abbondanza
di voci più che interessanti fatta registrare dal precedente Don
Giovanni, ha segnato la continuazione del nuovo corso, presentando
vocalità di notevole valenza qualitativa, come possono essere
quelle di tutti gli interpreti, con particolare riferimento alla Moretto
e alla Peruzzo, nonché alla coppia di genitori, nelle cui vesti
agivano il mezzosoprano Maria José Lo Monaco e il tenore di Taormina
Salvatore Todaro. Con una direzione orchestrale non esaltante ma comunque
più che accettabile, un’orchestra in forma discreta e una
regia – come si diceva sopra – scrupolosamente rispettosa
della tradizione nonché dello spirito sia del compositore, sia
della librettista Adelhild Whitte (sorella di Humperdinck). Il tutto
con risultati veramente apprezzabili, grazie anche alle splendide scene
di Luzzati e ai costumi della Calì, entrambi esperti e non bislacchi
frequentatori estemporanei di palcoscenici.
Michele La Spina