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Hancock
di
Peter Berg
con Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman, Eddie Marsan
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Corriere della Sera, 12 settembre
2008
Il supereroe Will Smith, ubriaco e pasticcione «tradito» da
troppe inquietudini interiori
A volte succede che ci siano dei
film dove è più interessante
scoprire che cosa c' è stato «prima» delle
riprese - per sapere come si è arrivati a quel soggetto,
come si è costruito il cast, chi si è impegnato
nella produzione - che vedere «poi» il film finito.
Capire come prende forma il prodotto piuttosto che limitarsi
a fruire il prodotto. Perché in un' industria dove sembra
tornata di moda l' assemblaggio fordista - un pezzo qui e un'
altro là, un' idea originale e un obbligo contrattuale,
un «plagio» televisivo e un nuovo effetto speciale
- i «segreti» di bottega (ammesso che poi segreti
siano) sanno dirci qualche cosa di più della semplice
visione del prodotto finito. Succede anche in Hancock, che
la critica americana ha considerato un passo falso del protagonista
Will Smith ma che il pubblico ha comunque premiata al botteghino
(più di 226 milioni di dollari in otto settimane di
programmazione). E che in una stagione italiana che sembra
stentare a partire - Kung-fu Panda ha incassato decisamente
meno di Shrek terzo, uscito l' anno scorso nello stesso periodo
- sembra destinato a ripetere la medesima dicotomia tra giudizio
critico e accoglienza popolare. L' «operazione» Hancock
dà l' impressione di essere stata costruita più su
un compromesso produttivo che su una originale trovata di sceneggiatura.
Perché l' idea del super eroe in crisi d' identità,
stanco del proprio ruolo e tormentato dalla propria unicità (come è appunto
la natura di John Hancock, interpretato da Will Smith) poteva
essere molto più coerentemente sviluppata lungo tutto
l' arco del film e non abbandonata troppo presto per dare al
film una svolta a sorpresa. Così la trovata di mostrare
un Hancock svogliato e ubriacone, che quando interviene con
i suoi ultra poteri (vola, è invulnerabile, è fortissimo,
eccetera eccetera) combina più disastri che risultati
positivi, tanto da sentirsi dire dal sindaco di Los Angeles
di emigrare per un po' a New York, finisce per sembrare solo
un modo per aggiornare in negativo la figura ormai di moda
- e forse inflazionata - del super eroe. Quando interviene
sul luogo del crimine rompe le insegne stradali, quando vola
urta (e distrugge) i palazzi, quando evita che un' auto venga
investita da un treno innesca un incidente ferroviario... Nessuno
lo vuole, se non fosse per un addetto alle pubbliche relazioni
decisamente idealista (Jason Bateman) che si mette in testa
di aiutarlo, spingendolo persino ad accettare di essere rinchiuso
in galera per saldare i «debiti» che i suoi interventi
hanno creato pur di permettergli di ricostruire la propria
immagine. Fin qui tutto sembra giocato sulla disattesa delle
aspettative e sulla forza dell' ironia, un po' come succede
quando si fa entrare un elefante in una cristalleria. Con tutte
le differenze del caso, la comicità ricorda alla lontana
quella di Stanlio e Ollio, ugualmente distruttiva e anarcoide.
Niente di nuovo ma tutto molto plausibile e «funzionale»:
serve a Will Smith per mostrarsi in modo diverso al pubblico
e conquistare chi magari nemmeno sapeva cosa fosse La ricerca
della felicità (il suo film «impegnato»,
diretto da Muccino senior) e offre a chi gli aveva permesso
di interpretare film più ambiziosi l' occasione di un
incasso più o meno sicuro (ecco come spiegare i tre
produttori che affiancano la star: James Lassiter, storico
socio di Smith; Michael Mann, che con Ali gli aveva fatto vincere
la sua prima nomination all' Oscar; e Akiva Goldsman, sceneggiatore
di Io, Robot e Io sono leggenda). Peccato che a metà la
storia cambi registro e invece di usare la moglie dell' esperto
di pubbliche relazioni (una Charlize Terhon che sa «cambiare» volto
a ogni film) come elemento di disturbo sentimentale (anche
i super eroi potrebbero innamorarsi), il film si inventi una
colpo di scena che non riveliamo ma che lo porta verso altri
percorsi, più «seri» e meditabondi, abbandonando
la leggerezza e l' ironia del protagonista pasticcione per
fargli vestire gli abiti del super eroe tormentato e ambiguo,
che cita Frankenstein e parla di destino. Anche questa svolta
può avere una spiegazione «a tavolino» ed
essere letta come il tentativo, dopo una prima parte più spensierata
e infantile, di interessare un pubblico (leggermente) più adulto
e riflessivo, ma finisce inevitabilmente per contraddire quello
che si è visto fino ad allora e corroborare la sensazione
di un' operazione soprattutto di marketing, dove l' attenzione è più sugli
elementi da assemblare (l' equilibrio del cast, il peso degli
effetti speciali, la conquista di pubblici diversi) che sul
modo in cui quegli elementi contribuiscono a creare una storia
coerente.
Paolo Mereghetti
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Il Mattino, 13 settembre 2008
L'altra faccia di un superman
Una miscela esplosiva in tutti
i sensi quella formata da Will Smith e Charlize Theron, protagonisti
di «Hancock»,
che fanno interagire il loro glamour divistico, il loro sex
appeal, ma anche i superpoteri di cui sono dotati i personaggi
di Hancock e Mary. Il nuovo Re Mida di Hollywood (attualmente è l'attore
più pagato) e una delle attrici più belle e
brave della sua generazione riversano un blend vincente in
una pellicola - prodotta dallo stesso Smith e da Michael
Mann - che già si candida tra i campioni d'incasso
della nuova stagione, se non altro perché ha tutte
le carte espressive e narrative in regola per diventare un
fenomeno commerciale trasversale. Il film diretto da Peter
Berg, infatti, esce proprio in un momento segnato da un'overdose
di supereroi fumettistici-fantascientifici che catturano
prevalentemente i fan del genere e con la sua inedita dimensione «realistica» e
la sua accattivante combinazione di azione e sentimenti,
di supereroismo e romanticismo può intercettare le
fasce di pubblico più diverse per età e cultura.
John Hancock è un supereroe politicamente scorretto,
depresso e alcolizzato che, anche se dà la caccia
ai criminali, non è amato dagli abitanti di Los Angeles.
Quando non vola e si esibisce nelle sue imprese, vive come
un barbone, sdraiato su una panchina con l'immancabile bottiglia,
litiga con tutti, insulta i poliziotti, molesta le signore,
distrugge auto, ponti, edifici e i suoi catastrofici interventi
costano molto alla comunità. Quando un giorno salva
la vita a Ray, brillante manager di una società di
pubbliche relazioni, questi per sdebitarsi si impegna a ricostruire
la sua immagine, ripulendolo e disintossicandolo, e lo porta
persino in famiglia dove sua moglie Mary lo accoglie con
una certa ostilità. La donna, in realtà, dotata
anche lei di superpoteri, è la chiave dell'esistenza
di Hancock, fa riemergere il suo oscuro passato, le energie
dei due entrano in collisione e quando alla fine, braccati
dagli alieni cattivi, restano ambedue feriti mortalmente,
sarà lui, ricaricatosi con il volo, a trasmetterle
l'energia per salvarla. Una commedia dark, insomma che tiene
d'occhio Frank Capra e il romanticismo estremo della grande
letteratura, anche se il nostro eroe emula Superman, Spider-Man,
Hulk; commedia dark che attraverso un personaggio sostanzialmente
perdente e vulnerabile, insegue la metafora del sogno di
poter fare qualcosa per cambiare il mondo.
Alberto Castellano
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Il Manifesto, 12 settembre 2008
Pazzo per Mary
Impossibile resistergli
Hancock è stato l'imprevisto blockbuster di quest'estate
negli Stati Uniti, e il suo eroe, «per caso» e
scurrile, impersonato da Will Smith, ha sconfitto pesantemente,
ai punti, la nuova eccentricità «extraterrestra» del
collega, rivale e ex principale divo african-american, Eddie
Murphy. È piuttosto stupido, il film? Forse. Ma «c'è sempre
qualcosa di intelligente in uno stupido film americano, mentre
sono sempre stupidi i film non hollywoodiani intelligenti».
Vediamo se Wittgenstein ha ragione anche questa volta.
Il film racconta le peripezie di un super eroe estremamente
strano: solleva pesi incredibili, vola, etc, ma si comporta
e vive come a un super eroe è vietato. Per esempio:
non ha la regolamentare tutina (ma ci sono anche negli States
le Mariastella Gelmini che gliela imporranno), distrugge sempre
qualcosa di troppo (case, selciato...) per proteggere magari
insignificanti cittadini dei burbs, e poi ha l'impertinenza
di innamorarsi della moglie Mary (Charlize Theron, indocile
anche ai ruoli da commediante, e infatti poco utilizzata) di
un esperto in pubbliche relazioni, Ray Embry (Jason Bateman),
a cui ha salvato la vita (la macchina incastrata, il treno
che arriva...a proposito, ormai il treno ha fatto la sua rentree,
visto il costo della benzina). Mettersi contro uno specialista
di immagini, per chi ha ormai una reputazione da John Edwards,
potrebbe portarlo alla catastrofe assoluta. Hancock cerca così di
risollevarsi, ritrovando almeno un pizzico di atavica super
astuzia alla Joker...E così, per la prima volta nella
storia del mondo, anche un addetto alle pubbliche relazioni
diventerà un eroe. E la scena in cui, per farsi ben
volere dalla gente (piuttosto irritata con lui), Hancock distribuisce
una serie di «good job» a tutti i lavoratori, e
anche ai bamboccioni nullafacenti, è davvero una sottile
satira delle guide «20 lezioni per essere amati da tutti».
Insomma, come confesserà lo stesso Will Smith, Hancock è l'imitazione,
per filo e per segno, del suo eroe wrestler preferito, quel
drop-out sporcaccione e solitario di Steve Austin. La storia
produttiva di questo film Sony ex Wb è tuttaltro che
easy . Scritto 12 anni fa, e originariamente intitolato «Tonight,
he comes» da Vincent Ng, è stato continuamente
ritoccato nel copione (anche dallo sceneggiatore di X-Files
Vincent Gillian) a secondo dei registi che avrebbero voluto
o potuto via via dirigerlo (da Tony Scott a Michael Mann, da
Michael Mostow all'amico Gabriele Muccino, con cui ha già girato
un altro film nel frattempo, Seven Pounds ). E Dave Chapelle
doveva esserne il protagonista... Il film, nonostante tutto
questo, e un certo abuso di effetti speciali, è straordinariamente
fluido, leggero e autoironico, ed è un po' come la parodia
volontaria, parallela e concettuale, del migliore film-saggio
di M. Night Shyamalan, Unbreakable , che proprio sulla vulnerabilità dell'Indistruttibile
si dilungava, e elaborava sulla nobiltà vera dell'eroe:
chi è sovrastato dal dubbio e che è terrorizzato
dalla propria facoltà di salvare il mondo. Ma è anche
l'involontaria parodia delle «dense», metafisiche
atmosfere shakespearian e del Batman di Christopher Nolan,
The Dark Knight , uscito contemporaneamente nelle sale Usa.
E di Batman-personaggio, Hancock è proprio il contrario
esatto: Hancock è nero, Batman è bianco; Hancock
veste casual, Batman indossa tute complicatissime; Hancock
vola senza problemi, Batman solo tramite complicati bat-fili.
Batman è alto borghese e meditabondo, Hancock è sottoproletario
ed è impopolare per istinto. E poi non ha l' automobile
(a parte una Volvo derelitta), è povero, dorme sulle
panchine, puzza come Bukowski, altro che camerieri o adolescenti «protetti»,
come Robin. Distratto, alcolizzato, perfino molestatore di
donne, Hancock, «teorico del lavoro zero», potrebbe
trasformarsi nel pericolo pubblico numero uno, e anche andare
in galera (certo, solo dopo aver giurato di non approfittare
delle sue doti...) perché avere tanta forza e gestirla
in maniera così distratta, schiva e menefreghista, anche
se sempre a fin di bene, potrebbe trasformarlo in un vituperato «mostro».
Inoltre, a differenza di Batman o di Babbo Natale, questo Bad
Superman non ha alcune missione superiore da compiere (la lotta
contro la criminalità, perché un bandito gli
uccise i genitori, è l'ossessione di Batman, che nell'ultimo
film di Nolan in realtà non sa più bene cosa è bene
e cosa è male) insomma è una mina vagante ridicolmente
forte e invulnerabile (come l'esercito Usa in Iraq e in Afghanistan
affidato a cervellini così imbarazzanti e di spudorata
sincerità?) che assume con non chalance tratti rabelaisiani
(come il bimbo gigante che inonda di pipì Parigi), da
Golam mal criptato, da Bud Spencer che dopo mezz'ora di pulizia
e di performance atletiche sembra adombrarsi di un tocco suicida.
Roberto Silvestri
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Il Messaggero, 12 settembre 2008
Un cretino nel cielo sopra New York
Il cielo sopra New York è abitato
da un cretino. Non è un angelo
poetico ma un supereroe patetico. Si chiama Hancock e tutti lo odiano. Dorme
ubriaco sulle panchine, quando vuole salvare una balena affonda una barca e
quando un ragazzino lo prende in giro lo lancia nello spazio. Se insegue i
criminali, va a sbattere contro i segnali stradali. Questo è il nuovo
supereroe yankee. Forse c'è della satira. Poi Hancock, che ha la faccia
da schiaffi di Will Smith (l'irresistibile Obama di Hollywood), viene salvato
da un pr (l'ottimo Jason Bateman di Juno) che gli cambia l'immagine. Il supereroe
conosce la moglie del pr (una Charlize Theron enormemente discreta) e scatta
qualcosa. Che non si siano conosciuti in un'altra vita? La prima parte di Hancock
sembra il sequel de Il cielo sopra Berlino (Così lontano, così vicino:
l'essere sovrannaturale che preferisce abitare i bassifondi) in versione popcorn
e coca-cola, mentre nella seconda lo stile del film di Peter Berg tratto da
un fumetto underground cambia tono. Ed ecco affiorare un inaspettato intimismo.
In America hanno amato più l'inizio fracassone che la fine sentimentale.
Per noi europei sarà l'opposto? Il cinefumetto hollywoodiano diventa
più sballato. E più divertente.
Francesco Alò
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