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Halloween - The Beginning
Halloween - The Beginningdi Rob Zombie
con Malcom McDowell, Sheri Moon Zombie, Scout Taylor-Compton
 
Il Mattino, 5 gennaio 2008
Con Zombie alle origini di un serial killer

Era il 1978 quando uscì «Halloween» del trentenne Carpenter. Quello che sarebbe diventato uno dei maestri dell'horror contemporaneo lanciava uno dei serial killer piu emblematici della storia del genere e apriva una delle saghe piu prolifiche e imitate della storia del cinema. A trent'anni di distanza il personaggio di Michael Myers è stato riesumato da Rob Zombie, il regista di «La casa dei mille corpi» e «La casa del diavolo». La particolarità di «Halloween - The beginning» è che non è un prequel e non è un remake, o forse è tutte e due le cose insieme. La nuova versione riveduta, corretta e più splatter è anche una sorta di appendice alla storia e al personaggio, perché Zombie si è concentrato sull'infanzia di Myers e sugli eventi che lo portarono a diventare un feroce assassino. Siamo di nuovo ad Haddonfield nel 1963 quando il giorno di Halloween il piccolo Myers, di dieci anni, uccide il fidanzato di sua madre, sua sorella maggiore e il fidanzato. È rinchiuso in un ospedale psichiatrico e affidato ad dottor Loomis, ma sedici anni dopo evade e si mette sulle tracce di Laurie, una liceale che fa la baby-sitter. Sul piano della storia l'aspetto piu interessante della nuova versione è l'approfondimento psicologico tra Michael e lo psichiatra. Sul piano tecnico e formale, invece, Zombie si muove tra la narrazione classica e lo stile documentaristico, ha un approccio piu realistico all'escalation sanguinaria di Myers e per questo ha preferito utilizzare la camera a mano. Le uccisioni sono piu violente e dettagliate e il serial killer viene pedinato con invadenza documentaristica mentre semina morte. In perfetta sintonia con il tono del nuovo film, il ruolo del dottor Loomis che fu di Donald Pleasance, è stato affidato al luciferino Malcolm McDowell.

Alberto Castellano

 
Il Manifesto, 4 gennaio 2008
Così iniziò «Halloween». Una notte senza brividi

Tra gli otto discendenti di Halloween ('78), questo prequel/remake di Rob Zombie, che riprende il titolo originale di John Carpenter e parte della sua «storia degli inizi», è quello con le ambizioni più autoriali. Da parte sua, Carpenter non ha mai voluto tornare su quello che rimane uno dei suoi film più personali, «perfetti» e intuitivamente geniali, osservando così la franchise - accompagnata dall'inconfondibile tema musicale e, talvolta, dal suo nome autorevole in veste di produttore - passare e permutarsi nelle mani di colleghi meno visionari, come Rick Rosenthal, Steve Miner e Tommy Lee Wallace.
Ai fratelli Weinstein (che oggi controllano la proprietà insieme ai produttori storici) deve essere piaciuta l'idea di affidare a Rob Zombie (i cui due primi film hanno creato un culto tra gli amanti dell'horror) il compito di «ringiovanire» la serie attraverso non un'ennesima progressione/degenerazione della trama, bensì impostando un confronto diretto con l'originale. Da quel confronto, il regista di Night of 1000 Corpses e The Devil's Rejects esce polverizzato. Non tanto perché la scarsa intuizione visiva e concettuale del suo cinema (che ho sempre trovato sgradevolmente falso - eccezione fatta per l'interesse ossessivo nei confronti della bruttezza/brutalità del white trash americano) non eguaglia nemmeno da lontano l'essenziale impeccabilità del film di Carpenter e la precisione feroce del suo occhio. E nemmeno perché Zombie non avesse il diritto di fare qualcosa di nuovo e non ci abbia effettivamente provato. Il problema è che questo Halloween, invece di essere una re-visione punk di quel testo così classicista ed ellittico (un alzare la posta rispetto agli albori di una riflessione su male che Carpenter porterà avanti in tutto il suo cinema), è un film intriso della bassa psicologia e delle verbosità drammatico/narrative (con in più un tocco paternalistico da self help) in cui affonda gran parte del cinema di genere contemporaneo. Halloween made in 2007 è un oggetto arrogante (nel suo puzzare di appropriezione indebita e nello sfoggio di citazioni), pasticciato, noioso, che non fa paura e profondamente miope. Nonostante - ed è una delle novità - qui gli occhi di Michael Meyers siano non due buchi neri nascosti dietro alla maschera ma due iridi visibili che, nei momenti più ridicoli, vorrebbero comunicare delle emozioni.
La storia di Meyers bambino che Carpenter aveva riassunto in un unico bellissimo movimento di macchina, qui è il centro dell'interesse di Zombie che vi dedica una buona parte del film, inscenando uno di quei quadretti di famiglie da incubo che gli piacciono tanto («un Cassavettes dello splatter», lo ha definito il New York Times). A forza delle urla, delle botte e degli abusi sessuali del patrigno (Bill Forsythe) e della dolce inadeguatezza della mamma stripper (Sheri-Moon Zombie), il piccolo Michael (Daeg Faerch) cresce un mostro dietro alle maschere che collezione e con cui si nasconde.
Aggiungi un paio di compagni sadici che lo umiliano e la strage quasi integrale della famiglia diventa questione di minuti. Malcolm McDowell eredita il ruolo del Dr. Loomis che fu di Donald Pleasance e per anni segue Michael (Tyler Mane) nel manicomio criminale. Quando, ad Halloween, riesce a scappare, «il mostro» torna a casa, alla ricerca della sorellina Laurie Strode (la protagonista del film di Carpenter, qui interpretata da Scout Taylor-Compton). Il resto lo abbiamo già visto. Solo, in meglio.

Giulia d'Agnolo Vallan

 
Il Messaggero, 4 gennaio 2008
"Halloween"
re-immaginato

Tra una settimana Oronzo Canà, oggi Michael Myers. Icone nuove neanche a parlarne per cui riecco sempre più spesso quelle vecchie. È il cinema di oggi bellezza. Halloween di Rob Zombie recupera Michael Myers, enorme uomo nero apatico e afasico che infilza giovani promiscui indossando la maschera inespressiva del capitano Kirk di Star Trek. E' scappato da una casa di cura dopo aver ucciso la sorella nella notte di Halloween quando aveva solo sei anni. Dopo gli omicidi piega la testa da un lato per contemplare il cadavere come farebbe un pittore con il suo nuovo quadro. Non muore mai anche se crivellato di colpi, infilzato e precipitato da altezze letali. E' il mostro di una saga culto di cui il primo film del cinico John Carpenter del 1978 è il Quarto potere del cinema horror. Michael diventò presto il simbolo reazionario della fine dei comportamenti eccessivi degli anni '70. Uccideva i giovani che facevano l'amore senza proferire parola al ritmo di una colonna sonora elettronica meravigliosa. Questo nuovo Halloween di Zombie, ex rockettaro distintosi al cinema per due opere in cui provava simpatia per psicopatici piuttosto antipatici, non è l'ottavo sequel, non è il remake ma una re-immaginazione. Neologismo partorito dai produttori fratelli Weinstein. La definizione da gradassi potrebbe essere pure corretta ma solo per la prima parte molto bella in cui Michael è un piccolo bambolotto telegenico circondato da confusione e violenza. Realismo, psicopatologia della quotidianità, famiglia come inferno. Zombie cambia molto rispetto all'originale di Carpenter e per un attimo sembra prendere il mostro per le corna. Non più un metafisico uomo nero ma una persona malata circondata dall'orrore. Attuale. Poi però si sono svegliati i Weinstein ed ecco lo scherzetto. Non contenti dell'approccio psicologico, i produttori impongono una seconda parte imbarazzante in cui Michael torna l'energumeno immortale dei tanti sequel dozzinali. Inseguimenti autoparodici, omicidi noiosi, fiacco duello con l'eroina, finale furbetto per il sequel. Completamente un altro film. Il sopravvalutato Zombie non ritira la firma ma accetta tutto. Re-immaginazione? Piuttosto, resa incondizionata. E Carpenter, conoscendolo, se la ride di gusto. Il suo Halloween rimane irraggiungibile.

Francesco Alò

 
Il Giornale, 4 gennaio 2008
La cupa, ossessiva carneficina del serial killer con la maschera

Esiste un ordine di registi che definiremo emeriti rompiscatole. Non ci riferiamo ai registi impegnati, che affrontano temi scottanti con le migliori intenzioni. Stiamo parlando di autori (!) che scelgono soggetti già scelti da altri, con la presunzione di fare meglio quello che era già il meglio del peggio.
Campione della categoria, tanto per intenderci, è Rob Zombie, dal nome programmatico, che con Halloween – The Beginning è così gentile da fornirci il prequel della serie iniziata da John Carpenter. In realtà la vicenda è la stessa vista in altri otto episodi: il primo, quello di Carpenter, è del 1978. Il personaggio, noto ai fan del genere, è Mike Myers, assassino a solo sei anni, internato per un lungo periodo e che ormai adulto, evade, con l'involontaria complicità dello psichiatra Samuel Loomis (Malcom McDowell), personaggio presente in tutte le puntate. Ammazza chi gli capita a tiro, con il volto coperto da una maschera, gigantesco e tetragono a proiettili ed a tutti corpi contundenti che le sue vittime tentano pateticamente di lanciargli.
In un atto di estrema generosità possiamo apprezzare l'omaggio ad Howard Hawks, visto che il nostro Zombie mostra la sequenza clou di La cosa da un altro mondo (1951), in cui il gigantesco James Arness si muove al pari di Myers e le pallottole gli fanno il solletico. Qui siamo in piena comicità involontaria. Resta la cupezza di una vicenda che mostra la solita mattanza in modo fastidiosamente ripetitivo. E si seguita a sostenere il falso definendo questi (sotto)prodotti stimolanti e ricchi di sottintesi. Invece sono soltanto malintesi.

Adriano De Carlo

 
La Stampa, 4 gennaio 2008
C'era una volta l'eroe-killer
che ispirò Halloween

Trent'anni fa, nel 1978, il grande John Carpenter diresse Jamie Lee Curtis ventenne e Donald Pleasance in Halloween-La notte delle streghe, suo terzo film, storia della strage perpetrata da un omicida psicopatico reduce dal manicomio in Illinois il 31 ottobre 1963 alla vigilia di Ognissanti e della nascita della truce festa dark americana. Più tardi sarebbero venuti, con altri registi ma quasi sempre con Jamie Lee Curtis, Il signore della morte-Halloween II e III, Halloween 20 anni dopo, Halloween la resurrezione. Halloween-The Beginning di Rob Zombie, narra ancora una volta l'origine della festa nera.

La ripetizione è compensata da tre elementi: notevole e cupa spettacolarità; realizzazione contemporanea di un rifacimento e di un seguito; fornitura di una spiegazione del furore assassino del protagonista. Michael Myers compie una serie di omicidi a Haddonfield, viene preso e chiuso in manicomio criminale, ne fugge dopo 17 anni di prigionia, comincia a seguire tre ragazze; il suo medico si unisce allo sceriffo nella caccia al pluriassassino.

Lietta Tornabuoni

 
L'Unità, 21 dicembre 2007
Halloween: il remake di Rob Zombie

Dopo aver inanellato numeri stratosferici nella serialità delle saghe horror, Hollywood è partito alla carica con i remake. Nuove idee latitano e allora si chiede il permesso a maestri del genere come Romero, Hopper, Carpenter per poter rifare i loro cavalli di battaglia. L'ultimo dei tre nel 1978 con Halloween aveva mostrato la via più diretta e intimista per fare paura. Imitato decine di volte. Dietro Halloween - The Beginning adesso c'è l'eclettico Rob Zombie, prima di tutto musicista hardcore, poi fumettaro e infine regista con un gusto molto seventies nel girare le sue saghe sanguinolente coltivate tutte in famiglia. E' il caso di Michael Myers (il piccolo Daeg Faerch e poi l'ex lottatore Tyler Mane), bambino disadattato con affettuosa madre ballerina al "palo" (Sheri Moon Zombie, moglie del regista), il parassita uomo di lei, la sorella sprezzante e la sorellina neonata che guarda con stupore alla disastrata situazione famigliare. Mike, maschera da pagliaccio sul volto, il giorno di Halloween fa fuori un po' di gente, viene rinchiuso in un sanatorio criminale e 17 anni dopo riesce a fuggire. Torna nella cittadina del misfatto, Haddonfield, e in un tragico anniversario rimette mano al coltellaccio. Tenta di fermarlo il dott. Loomis (Malcom McDowell), che lo aveva seguito da piccolo nella sua diabolica evoluzione.

Sicuramente uno dei registi di genere più vicini a certe visioni alla Carpenter, Rob Zombie ha inventiva e grande capacità di ricreare atmosfere. Profondamente americano, con la sua visione agro-dolce del nido familiare e con influenze evidenti che arrivano dalla sua passione per il fumetto, ha tirato su un remake dignitoso che però non compete con l'originale. Manca forse la tensione claustrafobica che pervadeva l'antesignano e che qui viene depotenziata da qualche giro a vuoto. Non male la sorellina del mostro (Scout Taylor-Compton) che lui cercherà inutilmente di avvicinare. Efficaci gli altri del cast, sebbene la "star" Malcom McDowell non luccichi particolarmente: gli occhi azzurri sono sempre quelli, anche se il suo personaggio resta insipido. Diverse (non saranno involontarie) le citazioni e i classici che passano sugli schermi dei televisori accesi. La colonna sonora, che in genere Zombie sceglie con perizia da esperto, stavolta è affidata interamente a Tyler Bates.

Pasquale Colizzi

© Sipario 2011