"Terza" di Mahler, il trionfo di Gustavo Dudamel
Giovane, carino e simpatico, con quel volto riccioluto alla Ninetto Davoli e quella mimica danzante. Ma prima di tutto, bravo. L'altra sera, all'Auditorium praticamente pieno, quasi dieci minuti di applausi con il pubblico in piedi per Gustavo Dudamel, il 27enne direttore venezuelano sempre più sulla cresta dell'onda. E sempre più maturo.
In programma, per la stagione di Santa Cecilia, la Terza di Mahler, il Titanic delle Sinfonie: organico colossale, sei movimenti, lunghissima. Il compositore boemo, elaborando materiale elevato della tradizione e accostandolo a musica "bassa", da circo o da operetta, aspira a una difficile sintesi. E nella Terza si serve di tutto ciò che può diventare mezzo espressivo per raccontare l'ascesa della conoscenza partendo dal caos.
Dirigendo a memoria e portando l'orchestra di Santa Cecilia a un suono denso ed espressivo, Dudamel ha evitato le insidie sia delle letture "ad alta voce" sia di quelle decadenti ed estenuate. Ha suscitato il respiro ampio e solenne del "suono della natura" senza mancare di dar rilievo alle asprezze che pure lo costellano. La sua è una visione serena e pacificata del rapporto odio-amore di Mahler con il passato. Si sente soprattutto nell'estatico terzo tempo con l'intervento dall'esterno della cornetta di postiglione (Roberto Rossi: perfetto) e nel quarto movimento, dove la voce del contralto Michelle De Young assume risonanze wagneriane. Dolcissime le sonorità dei cori, quello femminile dell'Accademia e le Voci bianche di Roma.
Dudamel, e anche per questo è simpatico, ha voluto condividere il trionfo con i cori e i loro maestri (Balatsch e Sciutto), la cantante, l'orchestra. Solo alla fine sono riusciti a farlo uscire da solo per prendersi tutti i battimani. Replica stasera alle 21 e domani alle 19.30.
Alfredo Gasponi