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Grindhouse - A prova di morte
regia: Quentin Tarantino
con Kurt Russell
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La Stampa, 1 giugno 2007
A suon di Cha Cha Cha
la vendetta è donna
Tre giovani unite contro il violento e vanesio
Kurt Russell. Il film di Tarantino, zeppo di inseguimenti, è più sgangherato
che divertente
All'inizio il nuovo film di Quentin Tarantino faceva parte
di Grindhouse (un'opera realizzata a metà con Robert Rodriguez, regista dell'episodio
Planet Terror. In Italia si diceva un tempo «pidocchietto» per
indicare Grindhouse, un cinema popolare piccolo, brutto, sporco). All'uscita
americana il doppio film di oltre tre ore non è andato bene: l'hanno
ritirato, diviso in due, redistribuito. L'idea è rimasta intatta:
un horror al femminile, simili a certi film di serie Z degli Anni Settanta
con eroine femminili. Death Proof è infatti la storia di un'amicizia
fra tre giovani donne, unite contro l'ex stuntman vanesio Kurt Russell.
Un inseguimento in auto lungo più di 25 minuti, ricco di speronate
e scontri, conclude il film. Alla fine le ragazze soprannominate Cha
Cha Cha cominciano a picchiare violentemente l'uomo disteso ai loro piedi
accanto alla propria automobile distrutta: bastonate, calci nel fegato,
pugni in faccia. Quando si accorgono che l'uomo maculato di cicatrici, è morto,
levano le braccia al cielo con forti grida di vendetta compiuta e di
felicità.
Bello, no: le tre donne chiacchierano compulsivamente, l'uomo scuote
la testa con aria di sufficienza, il film è più sgangherato
che divertente. Se qualcuno vuol coglierne il senso più profondo,
i dialoghi sono pubblicati da Bompiani nella traduzione di Alberto Cristofari.
Lietta Tornabuoni
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L'Espresso, 8 giugno 2007
Equivoco Tarantino
L'eterno dilemma sul regista di Pulp Fiction: qualità o stupidaggine? O ancora divertimento? Anche perché sull'uscita di Grindhouse c'è l'ombra del fallimento
Un nuovo film di Quentin Tarantino ripropone la perenne domanda: roba di qualità, o pura stupidaggine? Come sempre, la storia elementare allude al cinema trash degli anni '70, soprattutto alle rivendicazioni femministe d'epoca: il desiderio di vendetta di tre amiche di Austin, Texas (una è la figlia di Sydney Poitier) contro uno stunt-man brutale e vanesio maculato di cicatrici (Ken Russell) si conclude dopo uno strepitoso inseguimento in auto con la vittoria delle ragazze, con la morte del nemico.
In più, stavolta, c'è l'ombra del fiasco. Il progetto prevedeva due film di complessive tre ore, 'A prova di morte' diretto da Tarantino e 'Planet Terror' diretto dal suo amico Robert Rodriguez. All'uscita americana l'opera è andata male, è stata ritirata, divisa a metà. L'episodio di Tarantino è stato allungato sino a quasi due ore, presentato in concorso al Festival di Cannes senza premi né entusiasmi. Del secondo episodio non si sa nulla; il film sopravvissuto è uscito anche in Italia, e vedremo.
La domanda resta la solita. È una pura stupidaggine? Impura, magari? Ha qualità, offre l'immagine d'un mondo contemporaneo inerte e vuoto, senza scopi né progetti, privo di ogni vitalità che non sia rappresentata semplicemente dall'esercizio di ammazzare gli altri? Terza variante possibile: è divertente? Meno del solito (pure lo stile della regia è più sciatto, stanco); meno ricco di battute o di turpiloquio creativo, meno fitto di personaggi inattesi: lo si capisce in particolare leggendo con affaticata attenzione i dialoghi, pubblicati in Italia da Bompiani nella traduzione di Alberto Cristofori. Tarantino, che non ha mai ostentato ideologie, cancella anche i significati. Allora? Allora, è perfetto.
Lietta Tornabuoni
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Avvenire, 23 maggio 2007
Com'è fragile il cattivo Tarantino
Delude il film «Death Proof» su uno stuntman psicopatico
Negli Stati Uniti, Death Proof, il nuovo film di Quentin Tarantino presentato ieri in concorso a Cannes, viaggia allegato a Planet of Terror di Robert Rodriguez in una pellicola di oltre tre ore dal titolo Grindhouse, un omaggio cinefilo ai B-movie degli anni Settanta e alle esperienze vissuta in certi cinema underground di periferia che offrivano due film sbiaditi e tagliuzzati al prezzo di uno. Ma sarà perché in patria l'operazione è stata un autentico disastro ai botteghini, sarà perché si voleva tentare la stessa fortunata operazione di Kill Bill 1 e 2, i furbi (o incauti) produttori della pellicola, i fratelli Weinstein, hanno deciso che in Europa Tarantino sarebbe arrivato da solo (Rodriguez è rimandato a settembre) con il suo episodio "gonfiato" per avere una lunghezza che gli permetta di godere di vita propria. Se pensiamo al ragazzaccio di Pulp Fiction che proprio qui a Cannes, vincendo una Palma d'Oro nel 1994, si è conquistato l'appellativo di nuovo Godard, non possiamo non rimanere delusi da questa fragile operina in due atti e convulsamente logorroica che, estrapolata dal contesto del progetto originario, ha ancora meno senso. Il film, integrato di alcune scene precedentemente escluse dal montaggio, mette in scena otto donne inseguite da uno stuntman psicopatico (Kurt Russell) su una Chevrolet Nova del 1972 guidata per uccidere a 200 all'ora sulle strade della California. Alle prime quattro malcapitate amiche, colpevoli di scostumatezza e linguaggio troppo ardito, andrà malissimo. Le altre si trasformeranno invece da vittime in carnefici in un inseguimento che senza dubbio riserva qualche momento di divertimento sulla scia del celebre Duel spielberghiano e di Vanishing Point di Richard Sarafian, ma che nulla aggiunge all'immaginario dello spettatore. E il fatto che il regista abbia confessato la sua intenzione di rivisitare per il resto della sua carriera le pietre miliari del cinema di genere amate crescendo, non lascia ben sperare per il futuro.
Alessandra De Luca
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Corriere della Sera, 8 giugno 2007
Tarantino, immagini sfregiate per lo psicotico Kurt Russell
È il film di Tarantino più radicale, estremo, senza protezione,
ma anche il migliore dopo Pulp fiction. Rimasto senza il secondo tempo
di Rodriguez e i trailer finti, nello stile Grindhouse (da noi si diceva:
due film, cento lire) ecco il regista alle prese col doppio «duel» dello
psicotico killer Kurt Russell che insegue due gruppi di ragazze (tra
cui una fantastica stuntwoman) prima in un fetido bar texano e poi su
deserte strade del Tennessee, su una Dodge Charge, citazione da Punto
zero. Immagini sfregiate, salti nella pellicola, la fede nell' incubo
del cinema paradiso americano. Tarantino è in un imbuto espressivo
da sempre. Lo porta qui all' eccesso sia quando accelera da pazzo tra
le due auto, sia quando fra la violenza si concede intervalli con chiacchierate
femminili che neanche Cukor si è mai permesso. Un manierismo che
sfiora altezze geniali, in America non capito: eppure ci rimanda a quella
civiltà, a quell' amoralità, a quei paesaggi.
(m. po.)
VOTO: 7,5
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Il Manifesto, 1 giugno 2007
Retromarcia d'immaginario a trecentoventi km all'ora
Tarantino entra nelle storie del cinema e le fa a pezzi. Perché gli
anarchici di Carrara sono delle Superstar. L'Fbi odiava il rosso dei
Beatles. Una frizzante trentenne concupisce il quindicenne. Gogol in
America, perplesso «A prova di morte», manifesto per una
teologia della liberazione dalla sceneggiatura. Quentin Tarantino decostruisce
il cinema di oggi, inteso come mera «scatola sadica»
Roberto Silvestri
Il film più complesso e senza rete di Quentin Tarantino è A
Prova di morte. Fa «bump and grind», si scontra e ferisce,
ma ammacca soprattutto la platea. Tre ragazze libere e disinibite di
Austin (capitale dell'anti-Hollywood: Araki, Linklater, Rodriguez...)
succintamente svestite, sono fatte in mille pezzi, dopo una serata al
Texas Chili Parlor, comprensiva di margaritas e lap-dance aptica e personalizzata,
dallo psicopatico Stuntman Mike, quella sera astemio, ma dotato di Dodge
Charge modificata, che schiaccia la loro auto a 320 km all'ora, a fari
spenti nella notte. Puro sadismo maschile, alla Trier, ma senza orpelli
porno.
Seconda parte, in Tennessee (la geografia è dislettica si dice
Tennessee e si gira in California, o viceversa), altre tre ragazze disinibite
e sexoidi, pilota un'african-american, e con la Dodge Challenger 1970
rubata a Punto zero, raggiungono lo stesso strafottente psicopatico stuntman,
Kurt Russell (magnifico attore che però vota Bush e se ne vanta),
e citando vari italiani fusi e Faster Pussycat Kill! Kill!, identici
i guanti neri, prima gli sbriciolano l'auto criminale, dopo un inseguimento
che dura «3 o 4 ore», poi lo massacrano di botte come fossero
Bruce Lee alle prese con quel nazi di Chuck Norris e di tutto l'Occidente...Puro
sadismo femminile. E macchina della vendetta almeno bipartizan. Ma ciò che
conta, più dell'happy end che inchioda Abu Ghraib alle sue doppie,
sessualmente, responsabilità, o che affascinerà Dario Argento
(che non ama gli stuntmen), o la frenesia pop-corn-sexy-strip-action
dispiegata, sono i dialoghi devianti e perversi, vera estasi «noir» per
chi crede nella «teologia della liberazione» dalla sceneggiatura.
Il film, inoltre, è solo spezzone di film, mezzo spettacolo, triturato
come se fosse già stato proiettato per mesi nei circuiti di provincia,
pieno come è di salti, tagli, interruzioni, insert in b&n,
dialoghi oblunghi e citazioni (da Robert Frost a Reynolds, da Corman
all'high concept coreano: ovvero non-esiste-film-senza-tre-adelscenti-eroine),
ralentì, fermo immagine, inseguimenti ossessivi. Più di
un film, però, Death Proof è stato un festival eccentrico,
a Los Angeles (madrina Barbara Bouchet); è il «party horror»,
stile attrazione fetale, concepito da una setta segreta cinefila, ma
non integralista, anzi festiva e socializzante che rimpiange il bel cinema
fatiscente di una volta; e sarà un dvd, che promette extra sconvolgenti,
scene in più estreme.... Ed è un certo modo, indecente
e irrispettoso, giocoso e euforico, femminista e «cannibale» di
amare e fare arte con il cinema e di riscriverne la storia. Libero, sfacciato,
rivoluzionario perché non controllato né dallo stato né dalle
pr. Fuori schema, fuori budget, anarchico. Ma senza aver compiuto alcuni
riti iniziatici, prima, aggirandosi tra i bad movies di Al Adamson e
Doris Wishman, Jack Hill o H.G. Lewis, lo troverete più noioso
di un poema visuale di Bela Tarr. E vi mancheranno le basi atee e cinetiche
per orientarvi tra una nevrotica criminalità splatter, una sfilata
di tette giganti in ricordo di Russ Meyer e incomprensibili snodi narrativi,
che neanche Duchamp e Gerard Damiano insieme avrebbe mai congegnato.
Fracassato e smembrato in due, ma con 20' in più rispetto al Death
Proof impacchettato da Tarantino con Planet terror di Robert Rodriguez
nella doppia confezione (più 4 prossimamente) Grindhouse (due
film con un solo biglietto), che ha allibito il pubblico Usa qualche
settimana fa, A prova di morte forse troverà in Italia il suo
pubblico. Che ora attende: orde zombie, go-go dancer su una gamba sola,
shorts tanga, dottori pazzi, pustole esplosive, babysitter gemelle sguaiate,
castrazioni, decapitazioni, salse piccanti «gustose», truci
messicani, Bin Laden, esplosioni giganti, Fu Manchu, secchiate o getti
geysers di sangue, montagne di armi e mitraglie...
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Il Tempo, 3 giugno 2007
Tarantino riesuma il cattivo gusto in stile anni Settanta
Un film in due parti. Una nel Texas, l’altra nel Tennessee. Le
collega un cascatore, Mike, dall’aria truce, con tendenze scoperte
all’uccisione di donne in serie. La sua arma privilegiata sono
le auto che lancia a pazza velocità, fracassando tutto e tutti.
Quella con cui si fa avanti nella prima parte è nera e sul cofano
ha dipinto in bianco un teschio con ossa in croce. Ne è così sicuro
che l’ha definita (si veda il titolo) «a prova di morte».
Se salva lui, non salva certo le donne che vi accoglie perché quelle
in cui si imbatte nella prima parte vanno tutte incontro a una morte
orribile, sfracellate. Le tre, invece, con cui, servendosi di un’altra
auto, si illude di poter ottenere gli gli stessi effetti letali, sono
pronte a tenergli testa, a tal segno che, dopo un concitato inseguimento
(anche loro sono motorizzate), non solo si salveranno la pelle ma faranno
fuori lui, ridotto a uno straccio. Si è preso la briga di raccontarci
queste due storie Quentin Tarantino che le ha intitolate «Grindhouse» per
citare quelle modestissime sale cinematografiche (da noi le avremmo chiamate «pidocchietto»)
in cui negli anni Settanta, con il prezzo di un biglietto, si potevano
vedere anche due o tre film insieme, tutti regolarmente di serie B. A
quel tipo di film si è rifatto anche lui sperando, forse, di ottenere
gli stessi risultati di quando, con il suo celebrato «Pulp Fiction»,
aveva riletto al cinema la cosiddetta letteratura «pulp».
Invece ha fallito quasi su tutta la linea. Intanto gli inciampi suscitati
nell’azione, in entrambe le parti, dai fittissimi dialoghi delle
donne protagoniste: insistiti, verbosi, prolissi, due volte statici perché ci
si fanno ascoltare solo all’interno di automobili. Poi l’azione
in sé, sempre con gli inseguimenti in primo piano, con corse furiose.
Nella prima parte destinate a trasformare le donne in vittime, nella
seconda pronte a erigerle a vendicatrici. Ma sempre nelle stesse cifre,
con attenzioni scarse per le psicologie e dando rilievo solo agli affanni
(molto meccanici) e, naturalmente, a un profluvio di sangue perché tipico,
appunto, di quel genere di film che non si capisce proprio perché si
sia voluto riesumare; sia pure, reinterpretandolo qua e la con illusioni
cinefile. In mezzo, prima carnefice poi vittima, si agita, nei panni
del cascatore, Kurt Russell, con la stessa maschera segnata incontrata
di recente nel secondo «Poseidon». Le donne che gli si avvicendano
intorno stanno al gioco, ma si dimenticano.
Gian Luigi Rondi
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La Repubblica, 1 giugno 2007
Bocciato in patria e a Cannes questo giocattolo colorato senza capo
né coda
Tarantino principe del riciclaggio
Si può parlare male di Tarantino? Non per ritorsione verso la
sua infelice uscita sul cinema italiano delle ultime stagioni che, secondo
un'intervista del regista, sarebbe tutto deprimente. Diciamo che la pessima
impressione ricevuta dal suo film, solo pochi giorni fa presentato in
concorso (e giustamente ignorato dalla giuria) al festival di Cannes,
viene esaltata dal suo trinciare sentenze.
Grindhouse - A prova di morte è un giocattolo colorato senza capo
né coda. In due parti distinte. La prima. Tre ragazze molto discinte
e sboccate capitanate dalla dj Jungle Julia, gloria locale di Austin
Texas, vivono allegramente il loro sabato sera tra corse in macchina,
bevute, chiacchiere e corteggiamenti tra un bar e l'altro. Si profila
all'orizzonte un tipo strano (Russell), ex cascatore cinematografico
sfregiato, sulle prime solo un altro corteggiatore un po' più sfrontato,
che le insegue, le manda fuori strada e in un tripudio di sangue le ammazza.
Seconda parte. Altro terzetto femminile che si imbatte nello stesso Stuntman
Mike, ma questa volta le parti si invertono e a rimetterci le penne è lui.
Stop.
Gioco di omaggi e citazioni a pioggia. Dal B-movie sempre caro al regista
al più sofisticato riferimento alle amazzoni tettone e vendicatrici
di Russ Meyer, dalla colonna sonora largamente presa dal cinema popolare
e dai sottogeneri italiani soprattutto anni 70 al culto delle auto veloci,
degli inseguimenti mozzafiato, dell'epopea del "coast to coast" rappresentato
nelle citazioni di titoli-culto come Punto zero e Bullitt.
Splatter, violenza esagerata e gratuita, sottocultura pop e tanto colore.
Ma la suggestione dell'assemblaggio di Pulp Fiction e di Kill Bill svanisce.
E resta un interrogativo. Come ha fatto a guadagnarsi una tale fama di
originalità, quando non di genialità, un sistematico riciclatore?
Come può apparire originale il sistematico ricorso ad immaginari
di seconda o terza mano?
Il film, dopo aver cercato senza trovarlo il riscatto sulla Croisette,
arriva sui mercati europei dopo la bocciatura di quello americano. Come
già il "pulp" anche il "grindhouse" - doppio
film horror in un unico spettacolo - è oggetto di omaggio al patrimonio
pop americano. In origine doveva essere un'operazione a doppia firma
con Robert Rodriguez.
Paolo D’Agostini
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