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Gran Torino
di Clint Eastwood
con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her (Usa, 2008)
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Corriere della Sera, 20 marzo 2009
Lezioni di vita firmate Eastwood
Come Nicholson in A proposito di Schmidt, anche Eastwood vive male la terza età. Vedovo, con due figli volgarmente scaltri, si trova unico «bianco» nel suo Middle West ormai pieno di asiatici. Razzista, il pensionato che ha lavorato alla Ford, combattuto in Corea e conserva una Gran Torino, diventa comprensivo e si fa giudice dei torti subiti da un ragazzino «nipote» putativo vittima di bulli. Ribaltando il western, si offre al finale sacrificio per raddrizzare le sorti di un mondo in cui non si riconosce. Meravigliosamente epico alla Ford (John, stavolta), Clint volto di pietra ci spiega una cosa bella e semplice: che l'accettazione della società multirazziale non è frutto di ideologie, ma di una faticosa pratica quotidiana. Pezzi d'antologia gli incontri col prete e la lezione della dialettica «macha» col barbiere. Vogliamo anche noi un reazionario come Clint!
VOTO: 9
Maurizio Porro
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Il Giornale, 13 marzo 2009
Eastood sempre più duro
prima odia e poi ama i cinesi
Clint Eastwood non è stato un grande attore; per un certo tempo non è stato nemmeno un grande regista. Ma è sempre stato un grand’uomo, e non solo per il suo 1,94 di statura.
Da lui diretto e interpretato, Gran Torino mostra ulteriormente come negli ultimi anni si sia preso carico delle responsabilità degli Stati Uniti durante la sua adolescenza e gioventù. Col dittico di Flags of our Fathers / Lettere da Iwo Jima, ha chiuso il conflitto fra il suo popolo e quello giapponese. Con Gran Torino chiude ora il conflitto fra il suo popolo e quelli coreano e cinese. Speriamo che abbia il tempo, con altri magnifici film, di chiudere il conflitto con tedeschi, italiani, russi, domenicani, vietnamiti, cambogiani, panamensi, somali, sudanesi, libici, iracheni, serbi… Lunga è la lista di chi ha preso in testa bombe americane. A commuovere è che Eastwood non sia mai stato un pacifista: i suoi personaggi hanno sempre ucciso con la stessa disinvoltura con la quale - come diceva mia nonna - sputavano per terra. In Eastwood non c’è piagnisteo, c’è la constatazione malinconica che il mondo è così. Non c’è quindi l’illusione di redimere, ma c’è il dovere di rendere omaggio al valore (e al dolore) dei nemici, col rispetto che i valorosi hanno per i valorosi.
Il magistrale sergente di Gunny, il film sobrio che mise in ombra la ridondanza di Full Metal Jacket, si reincarna nell’ex operaio della Ford (che nel 1972 fabbricava la Gran Torino) che ha visto il crepuscolo del sogno americano. I reduci dalla Corea - dove Eastwood fu realmente militare - si sono quasi estinti; la Ford stessa si è quasi estinta. Uno dei figli del reduce ha - orrore!- un’auto giapponese. I figli dei figli hanno quella miscela di cattivo gusto, cattiva educazione e cattiva indole che rende inevitabile il rimpianto di quando i popoli avevano un’esigua borghesia, modellata sull’aristocrazia, non uno sterminato ceto medio modellato su stesso.
C’è tutto questo dietro la vicenda di un ragazzino Hmong, che cerca di rubare la Gran Torino, e del vecchio proprietario, che vorrebbe sparargli e finisce per adottarlo. È l’ultima manifestazione della capacità che un conservatore ha di essere diffidente, senza essere xenofobo. Non perché la xenofobia sia un razzismo tenue, ma perché è la paura di chi ha paura di noi.
voto: 8
Maurizio Cabona
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Il Manifesto, 13 marzo 2009
Clint, l'«American dream» ha una nuova casa a Detroit
Stranamente dimenticato, la notte degli Oscar, questo potente, commuovente, divertente, ma anche «insostenibile» e (forse troppo duro) film che racconta un'amicizia nei quartieri periferici di Detroit. Quella improbabile e poetica tra Thao, un sedicenne hmong (arrivato lì perché la sua comunità vietnamita si era mostrata fin troppo fedele agli Usa durante la guerra, e la chiesa luterana aveva organizzato la benvenuta deportazione in Michigan di gente così servizievole) e il «bianco» Walt, vecchio reazionario americano, ex combattente e massacratore in Corea, non senza un gravissimo «peccato» alle spalle (diventato via via un incubo difficile da estirpare, che né moglie né prete né psicologo han saputo o voluto curare), circondato ormai, nel suo quartiere operaio già ridente, da una sconfinata, inetta e diffidente massa di «orridi musi gialli»...
I hmong, contadini analfabeti di arcaica saggezza sciamanica, sono difficilmente integrabili in Usa, ma i loro nipoti ormai sono yankizzabili: bravissimi a scuola, crudeli nell'agonismo meritocratico, come Sue, la sorella maggiore del timido Thao, o eccellenti con le mitragliette nelle gang, perché (ma il film non lo dice, ormai si sa: se sradicano ogni tipo di lavoro dalla zona, che si può fare?) l'unica sopravvivenza è lo smercio di droga, e dai confini più ampli possibili. Thao dovrà fare la scelta etica, più che pratica, della vita: o entrare nelle gang (ma sembra inetto) o lavorare come edile. Ma per questo dovrà sottoporsi a un altro tipo di servilismo: sedurre Walt, lavorare gratis per lui, farsi raccomandare, farsi proteggere, farsi insegnare, in poche lezioni, due o tre cose su come travestirsi da americano e vivere felice, con una inaspettata magnifica auto fiammante. Già.
Gran Torino racconta un rito di iniziazione alla «americanità», dunque, e lo stesso personaggio del giovane prete cattolico del quartiere dovrà sottoporsi a una sorta di nuovo battesimo (dopo i guai che la sua chiesa ha provocato in questi ultimi anni), ma il film ha a che fare anche con la storia del cinema classico, con l'epoca Obama, con il Mito Americano (e in particolare quello dell'ispettore Callaghan, risottoposto a critica radicale, quasi «spettrale»), con la morte accettata fin dentro la vita e viceversa. Opera ambigua, nel senso dell'opera d'arte che apre a più significati, e non obbliga a una morale unica della storia (più è ambigua, anzi, meglio è, a differenza dei politicanti)...
Gran Torino, il nuovo gioiello di Clint Eastwood, racconta, estremizzando sia i toni da commedia che quelli da tragedia (perfino cristologica), insomma alla John Ford a braccetto con Billy Wilder, quella amicizia che riscalda emozionalmente gli ultimi mesi di vita, ai giorni nostri, del burbero caratteraccio di Walt Kowalski, ex operaio specializzato e altamente professionale, della casa automobilistica Ford negli anni quaranta e cinquanta e sessanta... Quando si costruivano auto più o meno eterne (come si vede gironzolando oggi per l'Havana), e non fatte apposta per sfasciarsi «a tempo». E quando il metalmeccanico (provvisto di perfetto sgabuzzino-attrezzi) era sinonimo di vero uomo, uno che poteva e sapeva sputare proprio come costruire e riparare tutto, dal frigorifero alle finestre, dalle grondaie ai tetti... Se no era, inguaribilmente, una checcha.
Uno di quei lavoratori che nel sessantotto votavano Nixon, e oggi, nostalgici, hanno votato McCain, e picchiavano gli studenti che sbraitavano contro l'aggressione in Vietnam. Non uno della «vile razza pagana» che «vuole tutto e subito» perfino la proprietà dei mezzi di produzione che capovolgerà il mondo (quelli sarebbero gli operai della catena, etnicamente promiscui, non professionali, organizzati, alla Ford, dalla potente Lega degli Operai neri di Detroit). No, uno di quelli ancora fedeli alla azienda «dal volto umano» (purché pagasse «il giusto»), molto specializzati, patriottici, casetta con giardino nei burbs con bandiera a stella e strisce al vento, che lavoravano sodo, fiatando solo se necessario, per costruire un futuro ai figli, e si incazzavano solo se un branco di «negri di merda» si azzardavano a farsi usare come crumiri per abbassare il loro tenore di vita, mettendo a repentaglio così il loro benessere, fatto non solo di pane, ma anche di venti ottime lattine di birra americana almeno quotidiane....
E se, per stabilizzare tutto questo bisognava saccheggiare, con il proprio esercito, il mondo, che lo si facesse e subito. Anzi, erano loro stessi in prima fila, con il fucile M-1 sempre a portata di mano. Questa è America. E, per annientare i comunisti in Corea, Laos, Cambogia e Vietnam «ogni mezzo era buono e necessario». Compresa la tortura e una interpretazione diciamo «nixoniana» della legge. Quel che faccio io, cittadino americano, va sempre bene anche se va al di là della legge. Lo aveva detto e scritto nella cronaca l'ispettore Callaghan. Era il «make my day» come programma minimo. Già. Era sbagliato. La 44 magnum è oggi diventata, nelle due scene più «assurde» del film, già anticipata in Mystic River, la mano a forma di pistola che Clint sfodera contro i cattivi. Adesso è il momento del terrorismo pacifista.
Walt Kowalski, il protagonista della storia, è lo stesso Clint Eastwood (l'unico attore assieme a Philippe Leroy, che, a 78 anni, non abbia la pancia). Interpreta questo esemplare unico di classe operaia bianca del Michigan di origine polacca (il suo nome è un doppio omaggio incrociato, a Disney e a Marlon Brando di Un tram che si chiama desiderio), fiero del proprio passato alla catena di montaggio, quando lo sfruttamento, bestiale, almeno, veniva pagato con le lotte in bei contanti, per esempio con automobili di lusso come la preziosa fuoriserie, modello 1971, che ha parcheggiato in garage, perennemente lucidata e mai guidata, che tutti vorrebbero avere, almeno in eredità, ma che lui darà solo a chi se la merita davvero. E non sarà nessuno della sua immonda famiglia, due figli mogli e prole, anestetizzati dal vivere nella schiavitù del consumo e dell'isolamento di altri sobborghi per soli bianchi e senza più alcuna socialità...
E ci si poteva sempre sfogare da ogni altra frustrazione trattando l'intera fauna sociale che forma il puzzle America con una bella e reciproca dose di insulti razzisti, il cemento del paese senza il quale tutto evapora. Già il film dice cose scandalose. Callaghan ha fatto male. Nixon ha fatto male. Bush ha fatto male. D'altronde hanno chiesto scusa, perfino Clinton l'ha fatto. Adesso anche Clint. C'è una solennità, una sacralità in questo chiedere scusa che perfino Mishima apprezzerebbe.
Roberto Silvestri
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L'Unità, 14 marzo 2009
Il generale nel suo labirinto
Ne bastava uno ma per sicurezza se ne vedono due di funerali perché di testamento spirituale si tratta: non sarà l’ultimo film di Clint Eastwood (speriamo) ma quello in cui mette il becco in una serie di questioni importanti non uscendo mai dal suo quartiere. S’è portato avanti col lavoro, a quanto pare. Caso o provvidenza cinematografica, lo sceneggiatore Nick Stern ha tirato fuori dal cilindro un personaggio disegnato addosso ai fantasmi di Eastwood: Walt Kowalski, reduce dalla Corea, in pensione dopo una vita alla catena di montaggio Ford, vedovo con figli e nipoti lontani e assenti, è un vecchio che presidia la veranda mentre il mondo intorno si sfascia: giovani senza rispetto, figli che ti manderebbero in un confortevole ospizio, gusti involgariti (in strada macchine “per frocetti” mentre lui si lucida la Gran Torino, modello che Ford dedicò a quella che oggi si usa chiamare eccellenza italiana), una religiosità controversa e sporadici contatti umani, guastati dall’abitudine di minacciare l’interlocutore fucile alla mano. Odia ricambiato il territorio nemico che inizia appena finisce il suo prato, compresi i suoi abitanti. Non riconosce l’America che chissà quando ha riscoperto multietnica, confusa, nemica, difenderebbe l’onore patrio se non gli spiegassero che tutti quegli immigrati Hmong che si trova vicino casa sono finiti lì perché qualcuno li ha disturbati in Vietnam. E’ una ragazzina dei loro a rivaleggiare con la sua cocciutaggine, riuscendo a portarlo allo scoperto. E che cosa fa un uomo burbero ma perbene in questi casi? Per ringraziare dà una lezione di “civiltà americana”: si prende a carico un ragazzino Hmong, lo striglia ben bene come l’addestramento “Full Metal Jacket” e lo riconsegna alla società come vorrebbe che fosse. Si passa dalla prima parte della storia – l’autismo caricaturale e fumettistico di un vecchio tutto di un pezzo – alla seconda – la generosità, il romanzo di formazione, la tragedia – con naturalezza, in un fluire pulito e toni netti, con dialoghi formidabili e battute fulminanti. Western metropolitano e riflessione sulla vecchiaia, dichiarazione d’amore a certo cinema e visione moderatamente pessimista sull’America d’oggi, la storia dell’Eastwood-capolavoro è ormai un mantra che è inutile ripetere: ogni volta tira fuori una grande prova, formalmente perfetta, eticamente ambiziosa, da mettere accanto a Million Dollar Baby, Mystic River, Changeling, il dittico Iwo-Jima. La suggestione del suo nome fa il resto. Suo pure il brano dei titoli di coda.
Pasquale Colizzi
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Il Mattino, 14 marzo 2009
Clint, icona d’America
Un dinosauro metropolitano che digrigna la sua rabbia e il suo orgoglio. Con sicurezza, pazienza e ironia il settantottenne Clint Eastwood mette in scena se stesso in un microcosmo che riesce a riflettere non solo l'America, ma anche gran parte del mondo che ci circonda e non di rado ci angoscia. «Gran Torino» è un film volutamente piccolo e minuzioso, riflessivo ma attraversato da furiose acmi d'azione, in apparenza divagante e accomodante ma in sostanza compatto e severo. C'è un'eco dello stile e della struttura dei classici di John Ford nell'itinerario del protagonista Kowalski, un «uomo tranquillo» arroccato in una casetta dei sobborghi multietnici di Detroit in cui si fronteggiano temibili gang di teppisti: esibendo una maschera di pietra antica e un eloquio di carta vetrata ai limiti dell'auto-caricatura, il vecchio Clint infonde nel personaggio il primitivo senso della morale e della giustizia ereditati dall'intera carriera. Veterano della guerra in Corea, operaio in pensione e fresco vedovo, Kowalski disprezza figli e nipoti, detesta l'umanità circostante e desidera solo sorseggiare birra seduto sul patio su cui sventola il vessillo Usa e rimirarsi la Ford Gran Torino del '72 che cura con maniacale devozione. Sempre a un passo dallo scontro fisico con la famigliola dei vicini «hmong» (popolazione asiatica profuga della Cina e dell'Asia sud-orientale), si ritrova tra i piedi, come risarcimento di un tentato furto, il timido adolescente Tao nei confronti del quale da misantropo boss si trasforma prima in incuriosito e lungimirante mentore e poi in generoso padre di complemento. Sembrerebbe un apologo eccessivamente buonista, ma le tematiche che scaturiscono dalla regia asciutta e lineare sono più profonde e complesse: l'eterna competizione tra vecchi e giovani, il senso della responsabilità collettiva che confligge con quella individuale, la difficile e a volte impossibile coesistenza tra comunità estranee, il ricorso alla violenza che oscilla tra gratuita bestialità e indispensabile autodifesa. Lo show dell'attore è, ovviamente, il perno su cui ruota questo gioco di rifrazioni psicologiche e comportamentali: perfettamente a suo agio come icona americana, l'ex pistolero di Sergio Leone ne riesce tuttavia a incarnare tutte le sfumature, da quelle arcigne a quelle comiche, da quelle naif a quelle psicotiche, da quelle meschine a quelle sublimi. Per come inizia e finisce «Gran Torino» potrebbe certo alludere a una prova testamentaria, ma un altro jolly è costituito dalla chiave espressiva con la quale Clint-Kowalski schiva l'incombente retorica, si nega all'invettiva apocalittica e guarda, invece, alla fine (di se stesso, del personaggio, di un tipo di cinema e di società) con la sublime leggerezza di un eroe scespiriano.
Valerio Caprara
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Corriere della Sera, 13 marzo 2009
Un vecchio operaio della Ford si scontra con i nuovi immigrati, ma scopre un' altra verità.
La storia capolavoro di Eastwood sulle ingiustizie e i doveri dei padri: un dramma che va oltre l' America
Come si può definire un film che si apre con un funerale e si chiude con un altro? Un osservatore superficiale potrebbe anche definirlo iettatorio, ma in realtà Gran Torino appartiene più correttamente alla categoria dei film «testamentari», quelli dove l' autore - qui il 78enne Clint Eastwood - ci lascia in eredità il suo messaggio «finale», il suo pensiero definitivo sulla vita e sulla morte. Meglio, su come comportarsi in vita e come affrontare la morte. Cioè, sul Bene e sul Male. Questa riflessione ha sempre attraverso le opere di Eastwood regista. L' azione, che in altre età della vita sembrava predominare su tutto, finiva però per riportare primo o poi il suo «eroe» ai temi centrali della responsabilità. E a volte del castigo se non della morte. Come condanna (al cattivo di turno) ma anche come estremo destino di sconfitta. Come succede in Bird, in Un mondo perfetto, in Lettere da Iwo Jima... In Gran Torino, la riflessione di Eastwood prende un' andatura più zigzagante, a volte fin contraddittoria, come per riassumere tutte le diverse opzioni di una carriera che ha portato il suo regista a confrontarsi non solo con i limiti della vita, con le sue debolezze e le sue sconfitte, ma anche a farsene carico, ad assumerli (cristologicamente?) su di sé. Questo, almeno, fa Walt Kowalski (Eastwood), operaio in pensione dalla Ford, che vede il suo quartiere di Detroit spopolarsi di bianchi americani per lasciare il posto a ispanici e a un gruppo di invadenti «musi gialli» (in realtà «hmong», popolazione che non può più vivere nei territori d' origine, a cavallo tra Laos, Cambogia e Cina). All' inizio del film, però, durante il funerale della moglie, scopriamo che la rabbia di Kowalski si rivolge anche verso i membri della sua famiglia, i due figli Mitch e Steve da cui lo allontanano scelte di vita e gusti automobilistici (uno di loro commercia auto giapponesi, peccato più che mortale per un ex dipendente Ford), per non parlare dei nipoti vari, di cui disprezza praticamente ogni cosa, dall' abbigliamento all' indolenza. E senza preoccuparsi troppo di abbassare il tono quando fa le sue esternazioni. Con una buona dose di autoironia, Eastwood/Kowalski si mette in scena nel meno compiaciuto dei modi, ringhioso e urticante, capace di prendere il fucile per allontanare chi osa invadere la sua proprietà privata e preoccupato solo di due cose: avere una scorta di birra fresca da bere in solitudine nella sua veranda e ammirare la sua Gran Torino Ford del 72, che ogni tanto tira fuori dal garage e lucida con maniacale pazienza. Inevitabile che a un certo punto le rabbie e le recriminazioni di Kowalski comincino a vacillare, e proprio quando stanno per esplodere di fronte alla scoperta che il timido figlio dei vicini di casa, Thao (Bee Vang), sta tentando di rubare come «cerimonia» di iniziazione all' età adulta proprio la sua amata auto. A partire da questo momento, la rabbia si trasforma in disprezzo, poi in non belligeranza per diventare curiosità e infine protettivo spirito paterno. Anche per merito della sorella di Thao, Sue (Ahney Her), meno impacciata nel suo percorso di integrazione nella cultura americana. Lo strano, o per lo meno l' insolito, in un film hollywoodiano è la libertà che sembra prendersi Eastwood, che a un certo momento dà l' impressione di «perdersi» in lunghe deviazioni apparentemente non essenziali. Si prende il tempo per raccontare alcune specificità antropologiche degli hmong, scherza con le differenze razziali (e razziste) delle varie anime americane (i duetti col barbiere italo-americano), allontana la minaccia che incombe sul film (il violento bullismo di una banda orientale che scorrazza nel quartiere) come se volesse far imboccare al film un' altra strada, quella di una commedia di costume un po' fuori dal tempo. E poi, all' improvviso, fa ripiombare lo spettatore di fronte alla violenza e alla crudeltà. Obbligandolo però a fare un passo ulteriore, che è quello dell' assunzione delle proprie responsabilità di fronte alle ingiustizie della vita. E chiudendo perfettamente il percorso che unisce questo film a Mystic River e Million Dollar Baby: la coscienza della responsabilità che i padri - veri o «putativi» poco importa - hanno verso i figli. E il carico di «debiti» morali da cui non possono certo liberarsi. Alla fine la storia riprende il suo percorso incalzante e sorprendente, che naturalmente lasciamo allo spettatore scoprire. Possiamo solo aggiungere che Eastwood lo fa con una assunzione di responsabilità inusitata anche per i suoi film, quasi fosse riuscito finalmente a fare i conti davvero con la morte che nelle sue ultime regie aveva sempre più invaso le avventure dei suoi non-eroi, finendo per assumere l' aspetto del convitato di pietra. E che Eastwood filma con la semplicità e l' immediatezza che hanno solo i grandi.
Paolo Mereghetti
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Panorama, n12 2009
Clint contro il resto del mondo
La Ford Gran Torino parcheggiata in giardino è un moloch silente, proprio come il suo vecchio proprietario, Walt Kowalski, inchiodato alla sedia sul patio, ringhioso e solo. Ha le rughe fitte di Clint Eastwood, ruggisce quando i figli gli propongono il trasloco alla residenza per anziani, è un nonno imbufalito senza cedimenti sentimentali. Veterano della Corea, conservatore e razzista, detesta i rumorosi vicini coreani, almeno fin quando qualcuno non li minaccia vigliaccamente. A quel punto Clint rispolvera l’ispettore Callaghan, che però ormai non ce la fa più, usa minaccioso (splendida autoironia) il dito puntato anziché la Magnum e monda tutti i peccati del mondo con un gesto esemplare, inaudito, sacrificale. Stilisticamente crudele e insieme classico, essenziale, il film è un pugno veloce nello stomaco, un capolavoro che non si nasconde dietro il dito dei buoni propositi ma guarda in faccia la realtà senza ingombri ideologici. Nessuna nomination per Clint, l’Academy preferisce la storia dell’anziano Benjamin che ridiventa bimbo a quella, intollerabile, di un vecchio antipatico che non trova nulla di fiabesco nell’avanzare dell’età.
Piera Detassis
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L'Espresso, 12 marzo 2009
Clint tra due fuochi
Clint Eastwood, 78 anni, interpreta e dirige il suo primo film sulla vecchiaia, bellissimo e desolato: il titolo 'Gran Torino' è il nome d'un modello di auto conservato, dopo cinquant'anni di lavoro in fabbrica, nel garage della sua casa alla periferia di Detroit.
È un vecchio scostante, soprattutto dopo la morte della moglie. Non riesce a sopportare il mondo che lo circonda né i suoi abitanti. I vicini di casa asiatici li chiama "musi gialli", come faceva durante la guerra di Corea dove ha combattuto ed è stato decorato. Gli fa orrore la nipote adolescente con la pancia nuda e i piercing, neanche gli piacciono i suoi figli corpulenti e pigri. Non desidera parlare con nessuno.
Non vuole vedere nessuno. Chiude la porta in faccia al parroco cattolico che vuole convincerlo alla confessione. Disprezza le case del vicinato, degradate, scrostate, trascurate: al confronto, la sua casa è tenuta come una reggia. Sta solo, con la cagna bianca Daisy. È malato, sputa sangue. Mangia male. Fa senza amore i lavori domestici: è abituato alla fatica manuale, ma non gli va. Parla come se abbaiasse sempre all'interlocutore. Non ha nostalgie né rimpianti: ma gli grava sul cuore il rimorso di un'infamia compiuta in guerra.
Il suo stato d'animo, l'umore, cambiano quando si lega a un sedicenne asiatico perseguitato da una banda giovanile asiatica guidata da un cugino, alla sorella adolescente di lui violentata dalla stessa banda. Le gang (ce ne sono di nere, di messicane) sono emblemi del mondo presente. L'amicizia con i due ragazzi asiatici è una ragione per vivere, ma anche per morire.
Eastwood è magnifico nel personaggio: la sua sicurezza evoca il tempo dell'ispettore Callaghan, il resto del film evoca il suo atteggiamento contemporaneo, i due elementi mescolati creano una figura composita toccante, un impasto di rimorso e violenza. La faccia rugosa, il corpo esile, il modo atletico di muoversi esprimono al meglio la fine d'un uomo forte di integrità e di coraggio.
Lietta Tornabuoni
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La Stampa, 13 marzo 2009
Clint signor dinosauro
Il primo film sulla vecchiaia diretto e interpretato da Clint Eastwood è intitolato con il nome di un’auto Ford del 1972 a cui il protagonista ha lavorato durante i suoi cinquant’anni di fatica in fabbrica e che adesso sta nascosta nel garage della sua casa in quella periferia di Detroit divenuta ghetto di immigrati. Il racconto comincia e finisce con un funerale: prima quello della moglie, poi il suo in cui lo si vede morto nella bara scoperchiata. Quasi un testamento, un addio.
Bellissimo e dolente, Gran Torino è la storia d’un dinosauro, d’un anacronismo: il protagonista è un ex combattente decorato nella guerra di Corea, tiene in casa fucile, pistola e bandiera americana, ha sempre fatto l’operaio alla Ford. E ha la dimensione crepuscolare dei personaggi di Eastwood dei Novanta: uomini tormentati da un male oscuro, da una ferita del passato, dal rimorso per una infamia commessa. Soprattutto, è vecchio: ha più dei 78 anni dell’attore, forse. Un vecchio solitario, incattivito. Non ama i propri figli grossi e pigri, né i nipoti alla moda. Non vuol frequentare nessuno, non vuole gente per casa: al parroco che intende convincerlo alla confessione sbatte la porta in faccia. Mangia male, quello che càpita. Beve troppa birra. E’ malato, sputa sangue. Odia le bande giovanili (asiatiche, nere, messicane) che girano in auto per il quartiere cercando dove far danno. Disprezza le case dei vicini, scrostate e mal tenute: se i vicini sono asiatici, li chiama «musi gialli» come faceva in Corea. Eppure è cattolico, è polacco d’origine, si chiama Kowalski come Marlon Brando nel Tram che si chiama Desiderio da Tennessee Williams.
Per caso si lega a Thao, un ragazzo vietnamita (uno di quei vietnamiti Hmong che si allearono agli americani e alla loro resa vennero uccisi o scapparono): cerca di educarlo, di tenerlo lontano dalla gang di suo cugino, di dargli carattere. Quando la gang viola la sorella del ragazzo, è lui a pianificare una vendetta. Gran Torino, riflessione sui pregiudizi e la redenzione, sulla religione e le minoranze etniche, è raccontato con una classicità perfetta, con una calma e una libertà inaudite e con l’autoironia o autoderisione con cui Eastwood si prende in giro per divertirci, fa il vecchio cane ringhioso, fa il misantropo intollerante, fa il poliziotto armato. Un grande film, di regista e d’attore.
Lietta Tornabuoni
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