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Grande Grosso e... Verdone
Grande Grosso e... Verdonedi e con Carlo Verdone
e con Claudia Gerini, Eva Riccobono, Geppi Cucciari (Italia, 2008)
 
L'Espresso, 14 marzo 2008
Il coatto raffinato

Verdone è cambiato, in questo 'Grande, grosso e... Verdone' (i titoli, meglio senza puntini impronunciabili). La sua comicità si muta in malinconia; la sua accettazione del mondo com'è diventa nausea della società; i suoi personaggi sono più tristi che buffi. Non è l'età: è l'Italia, divenuta per molti insopportabile. Nel film Verdone riprende tre delle sue vecchie amate figure (il candido frustrato, il pignolo verboso, il coatto volgare) aggiornandole al passare del tempo, al cambiamento italiano; e affidando a ciascuna non un messaggio, ma una constatazione che lo fa passare dalla parodia al naturalismo.

Una serie di guai intorno alla morte della mamma (agenti di pompe funebri delinquenziali, tamponamento sull'autostrada, cimitero chiuso, urna sbagliata) possono esemplificare gli incidenti e le disfunzioni quotidiane dell'Italia malridotta. Il rapporto tra un padre pignolo, ipocrita, verboso, autorevole e amico d'altri autorevoli, prepotente, e un figlio ragazzo timido e sensibile che lo odia e lo vorrebbe morto, può esemplificare l'atteggiamento schiacciante tra la generazione adulta e i giovani. Il disagio d'una piccola famiglia di coatti arricchiti in vacanza al San Domenico di Taormina, la ammirata soggezione che provano per i clienti eleganti soltanto per accorgersi che sono assai più brutali di loro, possono esemplificare l'interclassismo della volgarità italiana.

Il film realizzato con leggerezza e con segreta disperazione ha poi il vantaggio d'avere un protagonista quale Carlo Verdone: se come sceneggiatore o regista non ha fatto progressi straordinari, come interprete diventa, con mezzi sempre più espressivi e raffinati, sempre più bravo.

Lietta Tornabuoni

 
Corriere della Sera, 7 marzo 2008
Tic e manie nazionali in tre personaggi

Verdone ritorna alla galleria dei tipi nazionali e ridà vita alle sue caratterizzazioni più applaudite - il bambinone mai cresciuto, l'egocentrico pignolo e asfissiante e il burino arricchito - facendone i protagonisti dei tre episodi che formano il film. La capacità di leggere i tempi (e il loro imbarbarimento) attraverso i personaggi funziona con Moreno ed Enza (una brava Claudia Gerini), la coppia in vacanza con il figlio che strappa le risate più convinte. Ci riesce meno con il candido Leo alle prese con i tormentati funerali della madre e stenta decisamente col professor Callisto, il cui involontario sadismo è troppo monocorde per appassionare davvero lo spettatore. In tutti gli episodi ritrovi la forza mimetica dell'attore Verdone, la sua abilità di cogliere tic e manie nazionali, ma solo nel terzo c'è anche la capacità di leggere, attraverso i personaggi, il Paese che li ha generati e poi trasformati nei suoi paladini.

VOTO: 6

Maurizio Porro

 
L'Unità, 5 marzo 2008
Una reunion per battere cassa

Le reunion non si negano a nessuno. Ci sono musicisti che rilanciano carriere grazie a questi trampolini pubblicitari. Anche il cinema usa questi stratagemmi. La serialità non è un male né un delitto. Vedi Fantozzi, a riuscite alterne. Saremmo ingiusti se non riconoscessimo a Carlo Verdone quei tre quattro personaggi che hanno resistito al tempo, come i veri fenomeni popolari, e che se usasse "contro" di noi ci conquisterebbero di nuovo: il Candido ingenuo e broccolone, lo stupore grugnante dell'immigrato calabrese che non spiccica una parola, il Mimmo stizzito ma buono alle prese con la nonna e Furio, pedante come una lezioncina di Tremonti. L'idea di un ritorno a quelle maschere, a 25 anni da Bianco, rosso e Verdone e Un sacco bello, seppure mediato da inevitabili modifiche, ha fatto alzare le antenne a molti. Chissà mai che Grande, grosso e Verdone non rivitalizzi la scrittura un po' appannata dell'autore romano?

Invece Verdone, che ha sceneggiato insieme a Piero De Bernardi e Pasquale Plastino, ci ha gabbato con una finta reunion. Il titolo suggerisce certi accostamenti. Il regista guarda a episodi più recenti come Viaggi di nozze. Il film è diviso in tre parti. Nella prima un Leo-Candido è pronto con moglie (Geppi Cucciari) e figli a partire per il campeggio vestiti da scout quando si accorgono che la nonna è morta. Funerale organizzato da un impresario di pompe funebri vessatore e sbrigativo (il personaggio trash di una tv locale romana Massimo Marino), disavventure una dopo l'altro. Nel secondo episodio il professor Callisto Cagnato, fissato col sesso e un po' tirannico, spinge il figlio ad avere almeno una storia con una coetanea. Ricorda il professor Cotti Borroni che sfiancava la moglie Fosca in viaggio di nozze. Satira un po' spicciola quando scambia due parole lungo la strada delle prostitute con l'amico politico (sempre Verdone): si parla di case chiuse, di leggi da affossare, di raccomandazioni. Finale con Ivano-Jessica "'o famo strano" diventati il ricco e cafone venditore di telefonini Moreno Vecchiarutti in vacanza in un hotel di lusso a Taormina con la moglie Enza Sessa (Claudia Gerini) e il figlio.

Scoperto l'arcano, ci si rende conto che è stata appiccicata un'etichetta finta per un lancio in grande stile. Il film esce in 800 copie (come dire: rassegnatevi a vederlo) e in fin dei conti non sposta Verdone di una virgola. La sua regia è piatta e lineare come sempre. Del resto è cinema che punta sull'intrattenimento della gag, sulle battute esatte, sull'idea di personaggi e tipologie alcune volte ben disegnati. La sua capacità caricaturale c'è, viene fuori a sprazzi. Inevitabilmente le cadute cafonal di Moreno possono divertire, la Gerini coatta ha le battute migliori. La seconda parte, un po' virata a thriller, tenta una variazione ed è la più debole. Appiccicate a forza le due storie tra ragazzini. Alcuni doppiaggi, fatti così male, non si ricordavano dagli anni sessanta. Leo che piagnucola, geme delle disgrazie e vorrebbe strapparci una lacrima per la morte della "nonna" (vedi le insistenti musichette) sortisce l'effetto contrario.

Pasquale Colizzi

 
Il Manifesto, 7 marzo 2008
«Grande, grosso e Verdone», l'Italia stralunata in un revival d'autore

Il regista di «Viaggio di nozze» punta su tre dei suoi personaggi più noti; una appassionata lettrice incontra il suo scrittore preferito; un tempo Campania felix, ora terra di conquista; le ragazze in rivolta del 68; la Barbagia del «bandito Mesina» La coppia coatta, Mimmo il timido, il professore che ha seppellito tre mogli. Ma il «mix» perde contro i modelli originali

Fortemente voluto dai fan, che da anni sognavano il ritorno dei suoi grandi personaggi, dal candido Mimmo a Ivano il coatto, Grande, grosso e Verdone, è la giusta, onesta e attesa risposta a questi desideri da parte di Carlo Verdone. Ben sapendo a cosa andava incontro. Cioè esporsi a una via crucis di quanti, ricordando il Verdone anni '80 e '90, si esibiranno in ogni tipo di accanimento su paragoni, differenze e ogni genere di reazioni fanatiche su personaggi che si trovano a attraversare trent'anni di vita italiana. Se ne guarda Benigni di rifare Cioni Mario oggi, dopo l'Oscar e le letture di Dante. Se ne guarda ancor di più Moretti di rifare il Michele Apicella di Ecce bombo. A Verdone, invece, che pure ha studiato con Roberto Rossellini e ha avuto come padrino degli esordi Sergio Leone, si può chiedere di tutto. E lui non si nega mai. Per questo è così amato dal pubblico. E per questo non si può che provare tenerezza di fronte a un attore che rispolvera maschere un po' lontane riadattandole ai gusti di oggi per un progetto che comporta non pochi rischi. Verdone punta su tre dei suoi personaggi più noti costruendo su di loro, assieme a Piero De Bernardi e a Pasquale Plastino, dei piccoli film da commedia all'italiana classica. Non mischia nemmeno le storie come in Un sacco bello e Bianco, rosso e verdone, né comprime il tutto con un montaggio più serrato e moderno. Dilata per sviluppare bene ogni capitolo. Nel primo episodio seguiamo quello che un tempo fu Mimmo, bravo ragazzo in giro con la nonna Sora Lella. Adesso è sposato con una ragazza sarda, Geppi Gucciari stellina di Zelig, ha due figli che parlano non solo come lui, ma proprio con la sua voce, e una mamma a carico che ha la pessima idea di morire il giorno che la famigliola ha deciso di fare una gita scoutistica. I quattro si trovano così ad affrontare una serie di eventi sfortunati legati alla spostamento della salma e alla tumulazione. Ne viene fuori un curioso Six Feet Under all'italiana, forse non adatto ai gusti della nostra commedia, dove brilla per stravaganza comica la stella di Massimo Marino, star della tv trash notturna della capitale («A frappé» è la sua frase storica), nei panni di un fetentissimo cassamortaro cocainomane. Fa meno effetto quello che è un vero regalo ai fan dell'attore, cioè l'arrivo del fratello emigrato in Australia, Stefano Natale, che non solo parla anche lui come Verdone, ma che è stato il modello originario del personaggio di Mimmo. Certo, se Verdone non avesse già triplicato la parlata alla Mimmo, l'entrata di Stefano Natale sarebbe stata più clamorosa. Nel secondo episodio, il più costruito anche registicamente e il più cupo, è di scena il professore pignolo che aveva liquidato in Bianco, rosso e verdone la moglie Magda e in Viaggi di nozze l'altra moglie, Veronica Pivetti. Niente moglie qui, ma i ritratti di tre spose defunte. Il professore sfoga la sua carica di follia col figlio, timido pianista (è Andrea Miglio Risi, figlio di Marco Risi e nipote di Dino), e con la fidanzatina di lui, orfanella. I due cercano di liberarsi del mostro, anche coinvolgendo uno scassinatore (Nicola Di Gioia) che si prenderà ben due colpi di pistola. L'idea è quella di fare il ritratto di un mostro di oggi, legato alla politica, alla Chiesa, ma pronto a abbassare il prezzo con le prostitute. Nel terzo episodio, il più funzionale, torna la coppia Verdone e Claudia Gerini di Viaggi di nozze. Stavolta sono due coatti, Moreno e Enza, in vacanza in un hotel elegante di Taormina col figlioletto che pensa solo al calcio. Con l'idea di ricostruire una famiglia in crisi, ognuno di loro vedrà negli ospiti alla moda dell'albergo delle occasioni per elevarsi di classe. Moreno si innamorerà di un'algida fanciulla, Eva Riccobono, e Enza del bellone televisivo, Roberto Farnesi. Scopriranno, come nelle commedie anni '60, che i mostri non sono loro, ma le persone finte che hanno intorno. Verdone e la Gerini sono fantastici come ai tempi di Ivano e Jessica, con grandi battute e notevoli tormentoni. La spalla verdoniana degli esordi in tv, cioè Pierluigi Ferrari, ha un bel ruolo come concierge. Ma è il trionfo di Moreno-Verdone che non la smette di preoccuparsi di «cadute di stile» e per questo offre in continuazione mance da 50 e da 100 euro a tutti. Alla fine dei 131 minuti, forse si esce convinti di non aver riso come avremmo sperato, soprattutto dopo un film divertente come il precedente Il mio miglior nemico con Silvio Muccino. Probabilmente Verdone ha bisogno di aver a fianco degli attori che gli trasmettano energia per farci davvero ridere. Ma forse in questo film voleva trasmetterci il malessere che proviamo rispetto alla volgarità della società dove viviamo. E questo non fa più ridere.

Marco Giusti

 
La Repubblica, 7 marzo 2008
"Grande Grosso e... Verdone"
risate pessimiste sui mostri italiani

Ecco qui, con Grande Grosso e... Verdone, la nuova prova di un talento già molte volte dimostrato dal regista e attore romano. Quello di essere audace nella prudenza, audace e prudente al tempo stesso. Sembra una contraddizione ma, a conti fatti, non lo è.

Da una parte è vero che Carlo riporta di nuovo in vita i personaggi che hanno fatto la sua fortuna all'inizio della carriera, nei primi due film Un sacco bello e Bianco Rosso & Verdone, e poi in parte ripresi o rinnovati da Viaggi di nozze. Quei personaggi sono la sua polizza di assicurazione. Rappresentano la sicurezza per il pubblico che gli è più affezionato da quasi tre decenni, sicurezza che peraltro ha superato indenne la prima generazione per trasmettersi intatta a quella dei figli. E rappresentano una garanzia di successo per lui e per il suo produttore.

Ma questa volta c'è un doppio fondo, un effetto secondario che prima non c'era o era meno forte. Perché Carlo rivisita quegli stessi personaggi - cioè il boyscout bigotto, perbenista e pedante, il professore maniaco perfezionista e persecutore, il cafone campione di volgarità: variamente distribuiti, incarnati e reincarnati nei tre film precedenti - ma li ritrova oggi. Invecchiati nell'età, e radicalizzati nei loro vizi e difetti. In un contesto storico e sociale che ha accentuato le sue cupe ombre di inquietudine, che ha estremizzato il naufragio dei valori. Ridere si ride, ma lo stampo "malincomico" - malinconia più comicità - che definiva la leggerezza di Verdone, ha subìto una brusca sterzata verso l'umorismo nero. Se non macabro.

L'ormai attempato boyscout Nuvolone vive due giornate d'inferno nell'impossibilità di dare degna sepoltura alla vecchia mamma a causa di un'impresa di pompe funebri che è un'associazione a delinquere. Incarnata nell'irresistibile performance di Massimo Marino. L'infame professor Cagnato non si accontenta di rendere la vita impossibile al timidissimo figlio ma estende il suo untuoso cinismo alla ragazza che gli ha scelto per fidanzata. E la famiglia dei mostruosi negozianti romani Vecchiarutti combina l'Iradiddio in un tempio del turismo di classe ma soprattutto mette in mostra tutta la tristezza della sua povertà di spirito.

È un film per divertirsi, scritto e recitato per divertire (tuttavia non tutto il cast funziona a dovere), ma anche un allarme diciamo pure accorato su come vanno le cose nella convivenza in-civile e nella famiglia. Verdone cerca e in larga parte trova registri lontani dalla tradizione dei nostri più genuini mostri della commedia. Anche se rimane resistente il cordone ombelicale che lo lega al Sordi - tanto per citare tre titoli cui i tre personaggi si possono apparentare - di Mamma mia che impressione, del Moralista, o di Dove vai in vacanza.

Meno feroce del suo predecessore ma anche suo malgrado costretto a un maggior pessimismo, forse Verdone non è del tutto contento di questo pesante fardello dal quale vorrebbe affrancarsi. Convinto che i tempi diversi richiedano un diverso sguardo.

Paolo D'Agostini

 
Il Giornale, 7 marzo 2008
Verdone spiazza con "famolo normale"

«Forse in un prossimo film interpreterò, come mi chiede, un eroe borghese, ma sto ancora preparando un ritorno ai miei personaggi tipici», rispondeva al mio suggerimento Carlo Verdone nello scorso giugno. Ora esce Grande, grosso e... Verdone, infatti, da lui interpretato e diretto, oltre che scritto con Piero de Bernardi e Pasquale Plastino.
Ammmesso che davvero Grande, grosso e... Verdone chiuda un ampio ciclo di maschere cinematografiche, lo fa quasi quasi al livello dell'apertura. Ma naturalmente manca l'effetto-novità.
Il «primo atto», quello del complicato funerale, è il migliore: senza le pause farsesche, che diluiscono, anziché condensare la comicità involontaria insita nel dramma (la morte improvvisa della madre), l'episodio sarebbe corrosivo, da commedia all'italiana (dei Mostri di Dino Risi, in particolare).
Il «secondo atto» perde invece l'opportunità di continuare a esser cattivo sul serio. Anzi, qui perfino il delitto diventa buonista, coi «puri» adolescenti (Andrea Miglio Risi, nipote di Dino, e Martina Pinto) pronti a far morire in una catacomba l'asfissiante padre (Verdone) di lui. Con le loro facce d'angelo, i due sono ben più ignobili di questo pedante puttaniere sputtanato. Ma ciò sarà colto solo dallo spettatore avvertito; di questi tempi, cioè, quasi da nessuno.
Il «terzo atto» è il ritorno della coppia del «famolo strano»; ora, per cambiare, Verdone e la Gerini dicono «famolo normale»; lui si ripete, ma lei solleva le sorti del finale, perché è tanto bella da esser affascinante perfino quando si cala in un personaggio ruspante.

Maurizio Cabona

 
La Stampa, 7 marzo 2008
Largo ai nuovi mostri

Carlo Verdone riprende alcuni dei suoi primi amati personaggi (il buon ragazzo frustrato, il pignolo verboso e prepotente, il coatto cafone) per raccontare i mutamenti subiti da loro e dalla società italiana in un quarto di secolo. Tutto va peggio. I nuovi mostri incalzano. La morte della mamma dell'ex buon ragazzo diventa una catastrofe esemplare delle disfunzioni e degli incidenti che possono capitare nell'Italia malridotta, a cominciare dalla improvvisa apparizione di un agente di pompe funebri mai chiamato da nessuno che col suo aspetto delinquenziale insulta i cari rimasti non ricchi: «La bara, quella? Ma ve la potevate fare da soli col compensato». Il pignolo è ormai paranoide, un professore di Storia dell'Arte autorevole, autoritario e puttaniere, tormento del figlio ragazzo che lo odia. Il coatto distribuisce compulsivamente mance a tutti al San Domenico di Taormina e scambia una squillo per una gran dama francese, sua moglie Claudia Gerini fa la danza del ventre (benissimo).

C'è poco da ridere. E' piuttosto una scoraggiata malinconia a dominare il film: Verdone sembra aver abbandonato la parodia a favore del realismo. L'Italia ha fregato il comico romano che con maggiore bravura ha rappresentato senza esasperazioni la piccola borghesia italiana, classe invadente e poco sopportabile. Grande, grosso e...Verdone non manca di difetti (incongruenze, situazioni non credibili, lentezze) ma Verdone è un interprete sempre più bravo e straordinario. Per misurare il suo talento crescente basterebbero il modo rigido e saltellante di camminare, le spalle squadrate del professore, oppure la faccia appassita e imbarazzata del coatto arricchito («E' proprio vero, se non ci hai una cultura non vai da nessuna parte»). Verdone riesce sempre a esprimere la natura magari spregevole del personaggio, e insieme a farsi voler bene dagli spettatori per la sua genialità.

Lietta Tornabuoni

 
Il Tempo, 5 marzo 2008

Verdone vent'anni dopo. Con tre personaggi, il candido, il professore, il coatto, ripresi da quei suoi film, "Un sacco bello", "Viaggi di nozze", che già lo indicavano come erede legittimo di Sordi, confermandone una comicità di irresistibile forza espressiva, fra la caricatura e il costume, con colori e invenzioni addirittura geniali.
Tre episodi, o meglio, come egli stesso ci chiede di definirli, tre film in cui le caratteristiche dei personaggi di allora, modificate anche da età più mature e da contesti sociali furbescamente dettati da quelli di oggi, si ripropongono con varianti più ghiotte e un dominio persino più sicuro delle costruzioni narrative che li sostengono (scritte come sempre da Verdone con Piero De Bernardi, il suo felicissimo complice).
Il "candido", oggi lo incontriamo vestito da boy scout, con moglie e figli vestiti come lui, pronto a partire per un grande raduno. Ma, improvvisamente, gli muore la madre, in casa loro; ne seguono peripezie coloratissime che, nonostante l'argomento solleciti mestizie, consente a Verdone di crearvi al centro un carattere fra il timido, il goffo e il maldestro, tra un fiorire continuo dei contrattempi più inattesi.
Ecco poi il professore. In casa e all'università è un tiranno quasi demoniaco, ai danni soprattutto di un figlio ventenne cui vorrebbe imporre regole strambe, ma nel suo privato segretissimo è un vizioso erotomane che frequenta prostitute da strada, sempre però all'insegna dell'ipocrisia più vistosa. Una "maschera" dai segni molto accentati che Verdone indossa con viscido sussiego. Una delle sue creazioni maggiori.
Non è da meno la terza, quella di un arricchito volgarissimo (il coatto di una volta) che con un figlio interessato solo al calcio e una moglie che si finge un po' snob, cerca di risistemare i suoi problemi familiari con una vacanza in Sicilia, in un albergo di lusso, dove tutto svela la sua totale estraneità. Nel più scoperto e pittoresco dei modi. Permettendo a Verdone una caricatura del personaggio che, ad ogni svolta, provoca risate irrefrenabili, senza mai perdere però la misura del buon gusto anche quando deve esibire rozzezze e volgarità. Con l'ausilio, qui, di una Claudia Gerini che, con la stessa vivacità di un tempo, gli fa nuovamente da spalla.
Un "festival Verdone", perciò. Con un ritorno apprezzabile alle belle doti dei suoi momenti migliori, ma con accenti più consci e, ovviamente, con più consumato mestiere. Lodi senza riserve, applausi e, da domani, un successo che spazzerà ogni record.

Gian Luigi Rondi

© Sipario 2011