Sipario

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog



 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
cinema
 
 
 
ricerca per titolo
A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9
   
* Per leggere la trama clicca sulla Locandina
Gomorra
Gomorradi Matteo Garrone
con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo (Italia, 2008)
 
L'Unità, 19 maggio 2008

Scarface a Scampia

Applausi convinti nella sala del Grand Theatre Lumiere e un polemico accenno di Toni Servillo, incalzato da un giornalista in conferenza stampa sul problema rifiuti, che sa tanto di costernazione e vergogna per il senso civico calpestato da malavita e malapolitica, ha accompagnato la proiezione per la stampa di Gomorra, il primo film italiano a passare in Concorso a Cannes 2008 a firma di Matteo Garrone. Accanto ad uno dei registi di punta del nostro cinema, il cast e Roberto Saviano, l'autore del bestseller da 1,2 milioni di copie a cui è ispirato il film, che da tempo vive sotto scorta. Sabato il giornalista aveva incontrato un Nanni Moretti scatenato, a testa bassa contro il Caimano Berlusconi, Maroni e il nuovo governo che, è convinto, non combinerà nulla di buono.

Dalle immagini in sala – e in attesa del Divo di Sorrentino – si ricava una foto fosca, compromessa del nostro paese. Però è anche il modo e lo strumento che la grande tradizione del cinema politico italiano dei settanta (Petri, Rosi, Bellocchio tra gli altri) e, perché no, anche tanti episodi del neorealismo, ci hanno consegnato per ragionare e guardarci allo specchio.

In curiosa coincidenza temporale, in queste ore dall'Italia non arrivano cartoline edificanti. Rimbalzano sui media internazionali di nuovo le notizie dei roghi di rifiuti che riprendono per le strade del napoletano mentre i Carabinieri hanno scovato in una clinica casertana, ricoverato sotto falso nome, Guido Abbinante, 51 anni, capo clan tra i responsabili della guerra di camorra nel quartiere di Scampia. Sarebbe collegato a 50 omicidi, lui dalla parte degli scissionisti che hanno tentato di mettere in discussione l'egemonia della cosca Di Lauro.

Aspetti che si legano a doppio filo al film, prodotto dalla Fandango di Procacci e dalla Rai e venduto in oltre dieci paesi. In Italia, dove è uscito venerdì, ha già incassato un milione di euro. Matteo Garrone, che alla Croisette qualche anno con L'imbalsamatore aveva affascinato con le atmosfere malate in una provincia napoletana segreta e nuvolosa, si conferma autore notevole, con uno spiccato senso dell'immagine (è anche un pittore) e una capacità di racconto che sa svelare e suggerire senza didascalismi.

Per tirare fuori solo 5 storie dal documentato magma letterario di infiniti rivoli disegnato dal giornalista campano, Garrone ha collaborato con lo stesso autore, Maurizio Bracci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio e Massimo Gaudioso.

Quella che il regista ha spesso definito una guerra civile a 150 km da Roma è così cupamente realistica da sembrare catturata in "presa diretta". Il ritratto di un'area a sovranità nazionale limitata, una parte della regione incredibilmente vitale e desolata, solidale e spietata lasciata al controllo totalizzante dei clan.

C'è Totò (Salvatore Abruzzese), tredicenne che porta a domicilio sporte della spesa ma è precoce, come molti a Scampia, nella piazza di spaccio più grande del mondo, e deciso a diventare manovalanza dei boss, a guadagnarsi il pane allo stesso modo di quei ragazzi con Mini luccicanti e moto potenti (e appartamenti diroccati) che conosce. La prima prova? Avere una pistola puntata addosso a pochi centimetri ed essere sparati sopra un giubbotto antiproiettile. Altre, più dure, lo attendono.

Si mettono invece di traverso, pensano addirittura di poter fare da soli e "prendere la città" come il Tony Montana/Al Pacino di Scarface, che imitano armi vere in pugno, Marco e Ciro (Marco Macor e Ciro Petrone), impermeabili agli avvertimenti di chi comanda in zona e quindi segnati, nonostante la giovane età.

La Camorra è anche una trama fittissima di passaggi di denaro: un clan con la droga guadagna 500mila euro al giorno, nel suo complesso è uno dei potentati economici d'Europa, con un giro d'affari di 150 miliardi all'anno. La Fiat ne fattura 58. Il sistema è organizzato per sostenere anche le famiglie ancora fedeli al clan nonostante gli arresti. Don Ciro (Gianfelice Imparato) per questo è un tesoriere che fa il suo giro, discreto e preciso finchè la costruzione vacilla, il potere del suo mandatario viene intaccato da boss in ascesa e lui non sa a chi dare retta.

Ne esce fuori appena in tempo Pasquale (Salvatore Cantalupo), abile sarto che realizza con i suoi laboratori clandestini copie perfette di abiti d'alta moda, commissionati direttamente con asta al ribasso dalle maison e indossati magari sulla passerella di Cannes. I problemi iniziano quando si presta ad insegnare la sua arte alla concorrenza cinese della zona.

Getta la spugna anche Roberto (Carmine Paternoster), sveglio e volenteroso neolaureato assistente di Franco (Toni Servillo), quando realizza a quanti compromessi deve piegarsi per l'attività di smaltimento di rifiuti tossici che arrivano dal centro-nord. Certificazione-stoccaggio-trasporto per 25 centesimi al chilo, mentre camion con sostanze tossiche sversano in cave abbandonate o nelle campagne di Napoli e Caserta, magari pagando un obolo a contadini che hanno smesso di coltivarle. Si chiede: "Che senso ha salvare un operaio a Mestre e uccidere una famiglia a Mondragone?".

Un affresco assolutamente, tragicamente cinematografico e spettacolare, pessimista in quasi tutta la costruzione, sgradevole, con suoni sordi e stranianti (e chiusura con il trip elettronico di Robert Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attack), quinte che si aprono ma più spesso celano ambienti in penombra, sotterranei e nascosti, come se fosse impossibile spiegare tutto. Del resto lo confermavano i ragazzini della scuola media Luigi Caterino ad un attonito cronista de La Repubblica, dopo aver visto il film al cinema Faro di Casal di Principe: la realtà spesso era peggiore di quella sullo schermo.

Gomorra è stato girato "in lingua" con molti attori non professionisti, reclutati tra tante braccia alzate proprio nei quartieri descritti nel libro. La sirena del cinema ammalia a tutte le latitudini e Roberto Saviano ha spiegato che il lascia passare dei clan è arrivato proprio perchè troppo forte era la voglia di apparire, di mostrare di cosa erano capaci. Giovani attori che si litigavano le scene di omicidio, in una confusione etica-estetica difficile da sbrogliare. Un po' come le dimore fastose e faraoniche, testimonianze di potere anche farneticanti. Se ne intravedono alcune, ville abbandonate e vasche da bagno costruite in scantinati, lasciate in mezzo al nulla con le ampie scalinate e i marmi scuri.

 
L'Espresso, 22 maggio 2008

Vivere e morire a Gomorra

Tra i poveri, ci sono soldi dappertutto: chi li conta, chi li distribuisce, chi li incassa, chi li promette, chi li usa per pagare ai bambini i piccoli servizi criminali resi. I camorristi sparano come se allontanassero le mosche, con frequenza e impassibilità, senza pensiero: i colpi sono secchi, senza eco. Nel 'Paese d'o sole' il cielo è nebbioso, pesante. Le scenografie ferrigne delle case, fatte di scale, passaggi, pianerottoli, corridoi, piccole stanze senza aria e senza spazio, spiegano il nervosismo perenne. Due ragazzetti in costume da bagno sparano raffiche verso il mare, verso il nulla: per il piacere di sentirsi vivere in un film. Un sarto che lavora agli appalti dell'alta moda guarda la tv, indosso a Scarlett Johansson sul tappetto rosso del Festival di Cannes, un vestito fatto da lui. I giovanotti camorristi con la catena d'oro al collo inseguono l'estetica pubblicitaria: cabina abbronzante, depilazione delle sopracciglia, manicure. Insicurezza, esitazioni, rimorsi: zero.

'Gomorra' di Matteo Garrone, magnifico film, è il contrario del libro di Roberto Saviano da cui è tratto (1 milione e 200 mila copie vendute in Italia da Mondadori, 33 traduzioni in altre lingue: un successo mai visto). Se il libro informa e rivela, denuncia e protesta, il film è un lavoro antropologico di notevole grandezza umana, un'analisi della criminalità come modo di essere e di vivere (non di quello che il criminale fa, progetta o guadagna). La sola eccezione è forse il bravissimo Toni Servillo, delinquente in giacca e cravatta con una sfumatura di disordine cialtrone: bisogna vederlo, trattando con un industriale l'eliminazione illegale di rifiuti tossici, assicurare "La nostra azienda può smaltirne 800 tonnellate".

È un'altra umanità, grazie pure agli attori molto bravi e ai dialoghi in dialetto con sottotitoli, quella che la luce cupa di 'Gomorra' racconta magnificamente.

Lietta Tornabuoni
 
Il Messaggero, 16 maggio 2008

Gratta l'Italia e trovi "Gomorra"

Benvenuti in Campania, terra di bufale e kalashnikov, acquitrini e clan criminali, sarti geniali e rifiuti tossici. Benvenuti nella regione che meglio riassume il resto d'Italia e forse del mondo con il suo miscuglio di talento e delinquenza, legale e sommerso, ragione e follia. Benvenuti nel film che dopo tanti tentativi imperfetti o prematuri dà volto, voce, forma, colore a questo magma che chiamiamo che chiamavamo camorra.
Come si capisce se un bel film italiano è un grande film in assoluto? C'è un test infallibile. Basta chiedersi se lo consiglieremmo a un amico straniero. Gomorra passa a pieni voti per varie ragioni. Perché mostra un mondo mai visto con tanta forza e coerenza. Perché a forza di cesellare immagini e parole rende incredibilmente vero quel mondo incredibile, cancellando ogni traccia di messa in scena. E perché ci fa capire quanto quel mondo sia vicino, anzi consustanziale al nostro, anche se non lo vogliamo vedere.
Altro che sei gradi di separazione: fra il professionista elegante che tratta rifiuti tossici con le industrie del Nord, interrandoli in Campania o spedendoli in Africa come "aiuti umanitari", e il ragioniere del crimine che si trova una pistola in bocca senza quasi capire perché, c'è solo un passo anche se nel film i due personaggi, i fenomenali Toni Servillo e Gianfelice Imparato, non si incrociano mai.
A differenza di tanti brutti film, infatti, Gomorra non spiega nulla ma ci fa capire tutto. È il segno più certo della sua grandezza. Anziché disperdere energie collegando fatti e destini, Garrone va dritto all'essenziale. Rielabora con fantasia e libertà cinque storie tratte dal romanzo-reportage di Saviano, ma non cerca nessi a tutti i costi. Tanto ogni personaggio si porta la sua verità scritta addosso; ogni scena è una resa dei conti, reale o figurata; ogni episodio approda a uno squarcio più eloquente di mille parole. Per questo le immagini di Gomorra, belle perché vere, e viceversa, sono così emblematiche e insieme naturali. Come i corpi e i volti scelti da Garrone dopo un lavoro di inchiesta che si indovina lungo e accurato.
E pensiamo ai due ragazzi "scoppiati" che credono di potersi mettere in proprio e rubano le armi ai clan. A quel sartino che rincasa all'alba, esausto ma felice, coricandosi accanto alla moglie e al figlioletto, un'immagine bella come una Pietà del Rinascimento. A quel tessuto di affetti, esperienze, mentalità, che lega fra loro i personaggi e rende tutto così normale e insieme straziante. O a quei dettagli geniali (l'imprenditore del Nord che chiede «è tutto clean?»; il piccolo aspirante camorrista che si depila le sopracciglia; il sarto che parla coi cinesi facendo capolino da una specie di botola nel bagagliaio dell'auto) che valgono un romanzo. Un romanzo diventato uno dei pochi grandi film italiani del decennio. Da non perdere.

Fabio Ferzetti

 
Il Tempo, 19 maggio 2008

Violenza e orrori
narrati con decisione

«Gomorra» di Roberto Saviano era un romanzo-inchiesta che documentava dal vivo le malefatte della camorra non solo a Napoli e in Campania ma anche nelle più impensate sedi internazionali.Oggi Matteo Garrone vi si è rivolto per un film, dopo i successi de "L'imbalsamatore" e di "Primo Amore", e ne ha ricavato cinque storie, tutte autentiche, ma pur ambientandole sui luoghi stessi dove si erano verificate, fra Scampia, il casertano, Castel Volturno, non ne cita esplicitamente nessuno, quasi a voler indicare, con durissima denuncia, l'ubiquità e addirittura l'universalità di quel Male rappresentato da anni dal sistema. E questo anche se tutti i suoi personaggi parlano un napoletano così stretto -di città, di provincia, di paese- da aver bisogno dei sottotitoli per essere del tutto inteso. Cinque personaggi fatti emergere dal coro: un losco organizzatore di discariche abusive pronte ad accogliere a caro prezzo i rifiuti tossici di mezza Europa. Un sarto che lavorando in nero serve l'alta moda pur commettendo l'errore, agli occhi del crimine organizzato, di mettere a un certo punto le sue doti in grande segretezza anche a servizio di una banda di clandestini cinesi. Un esattore incaricato di versare sussidi alle famiglie dei detenuti affiliati al sistema. Due giovanissimi balordi che, presi in mezzo alle guerre dei clan, pensano incautamente di poter agire per conto proprio. Infine un bambinetto che, coinvolto anch'esso in queste guerre, dovrà alla fine decidere da che parte stare. Scegliendo la più truce. Violenze, orrori, sangue. Garrone li ha rappresentati in cifre buie, tutti da vero, alternando con grande abilità le varie storie fra loro, affidate tutte ad un identico clima: il cinismo, la mancanza di pietà, la rinuncia, per precisi interessi, a considerare un solo istante le conseguenze spesso atroci dei propri gesti. Concedendosi un unico spiraglio: il pentimento di un giovane che, per un certo periodo, aveva coadiuvato l'operato infame dell'organizzatore di discariche abusive. Figure scolpite nella pietra, situazioni svolte con durezza estrema e, nello stesso tempo, con un realismo che sembra coglierle lì, al momento, mentre si svolgono di fronte alla macchina da presa. Ritmi serrati, pronti però anche a distendersi quando la denuncia richiede soste e spiegazioni. Sempre all'insegna del nero. Gli interpreti sono o esordienti o attori poco noti. In mezzo Toni Servillo, nel cinismo di ghiaccio del gestore di rifiuti tossici.

Gian Luigi Rondi

 
Il Mattino, 13 maggio 2008

Con «Gomorra» per una sinfonia di cupa violenza

Napoli, ieri e oggi. C'è da restare prigionieri di un castello di stereotipi o da inebriarsi dei soliti cavilli politicanti. Roberto Saviano, che non sarà il solo, ma è comunque un eroe civile, ha scrutato negli abissi della realtà criminale con la sua folgorante scrittura sospesa tra romanzo e inchiesta; Matteo Garrone, uno dei pochissimi registi italiani degni della qualifica, ha trasposto «Gomorra» con una fedeltà non formale e, anzi, ha avuto la forza e il fegato di conferirgli un'autonoma quanto necessaria cifra per immagini. Quel fiore spampanato che è Napoli - con la sua corolla di primati e contraddizioni, culture ed emergenze, vitalità distorte e violenze - tende a fare paura a chi vuole coglierlo definitivamente: invece di avviare il giochino del «chi è con lei e chi è contro di lei», insomma, che vuole spiegare il tutto e finisce col precipitare nel niente, prima Saviano e poi Garrone ci aiutano a entrarci dentro cercando di vincere proprio quella paura maledetta e fuorviante. Un film potente e doloroso, quindi, di quelli che non vengono a patti neppure con lo spettatore d'arte e d'essai: un intarsio di cinque storie che in due ore e un quarto disegnano sullo schermo una mappa di ferocia pressoché insostenibile, scorrendo ora fluidamente - come ipnotizzate dall'ottuso fatalismo dei personaggi - ora spezzandosi in mille frammenti d'angoscia e di suspense da Scampia all'agro aversano, dagli squallidi labirinti delle Vele che assomigliano a un mega-carcere alle fangose baracche che i padrini casalesi quasi condividono con le bufale. Lo strenuo approccio a «Gomorra» può certo evocare il neorealismo, ma solo nel senso di Rossellini; nel senso, cioé, di un vissuto mai costruito «dall'alto», dalla superiorità morale dell'autore, bensì costruito assieme a esso: Garrone non imprigiona i flash di un mondo aberrante per fini retorici o romanzeschi, ma, nel contempo, li svincola dalla didascalia documentaria e ne impedisce la dispersione nella babele mediatica. Per ottenere l'intenso risultato ha avuto bisogno d'integrare nella cupa sinfonia attori di grande esperienza e misura ed esordienti assoluti in grado di reggere le sfide d'inquadrature complesse e studiate, dialoghi che assomigliano a spari e viceversa (i sottotitoli sono obbligati, ma dispiace che facciano perdere molte delle sfumature dei parlanti) e aperture d'azione schizofreniche e sanguinarie. Ed è proprio con questa fusione che il film ottiene gli effetti più straordinari. Perché, di fatto, lo spettatore non potrà dirsi più commosso, terrorizzato o comunque destabilizzato dalle magnifiche incarnazioni dell'executive riciclatore di rifiuti tossici Toni Servillo («l'aggio mandato io in Europa 'stu paese e'mmerda»), del porta-soldi preso tra due fuochi Gianfelice Imparato, dell'umile e illuso sarto Salvatore Cantalupo e del suo losco committente Gigio Morra rispetto a quelle affidate a Salvatore Abruzzese, Salvatore Striano, Carmine Paternoster, Marco Macor, Ciro Petrone, Giovanni Venosa, Vittorio Russo, Bernardino Terracciano e tanti altri: facce, corpi, ghigni e movenze animaleschi eppure in qualche modo (purtroppo) umani, che affondano le unghie nella pellicola al pari dei mostruosi professionisti dello Scorsese di «Good Fellas» o del De Palma di «Scarface». Un contesto in cui non a caso può lievitare la rivelazione di Maria Nazionale, che è già artista veemente e carnale, ma che nel ruolo della moglie e madre dilaniata dalla faida tra Scissionisti e Di Lauro trova come per incanto un purissimo carisma cinematografico. Un film, come premesso, duro e non riconciliato, che prende il suo tempo perché non vuole privilegiare gli episodi più raccontati (la parabola dell'impossibile equidistanza di don Ciro, il sogno d'onnipotenza di Don Pasquale brutalmente sfregiato, la speranza incarnata dal rifiuto del ragazzo d'intraprendere la mortifera scalata criminale) a quelli più convulsi e impressionanti (le atroci gesta delle schegge impazzite Pisellino e 'o Masto) ed è perciò supportato da una colonna sonora di strategica stringatezza. Nella quale, cioé, i brani dei neomelodici, con tutta la loro tenera brutalità, s'alternano al repertorio di Nino D'Angelo, poi si mischiano ai suoni «naturali» dell'inferno napoletano e infine soffocano nel suggello ossessivo del brano di Robert Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attack. Le sequenze più agghiaccianti sono forse quelle stagliate in campo lungo: un paesaggio lunare, darsene deserte e ville abbandonate, cave tenebrose e campagne contaminate, dove gli uomini sono del tutto secondari e quindi possono essere schiacciati come topi o scarafaggi.

Valerio Caprara

 
La Repubblica, 16 maggio 2008

L'inferno sulla terra
benvenuti a "Gomorra"

Un film che si farà ricordare, questo che è il sesto di Matteo Garrone, autore partito in sordina con i suoi primi tre film schivi e appartati (come è lui, in persona) ma già portatori di un punto di vista originale, e poi decisamente decollato con gli altri due "L'imbalsamatore" e "Primo amore". Un film, Gomorra, che sarà difficile dimenticare e che non può lasciare indifferenti, proprio come il libro dal quale è tratto, il docu-romanzo di Roberto Saviano.

Dalla sterminata materia che percorre il libro secondo un ordine non narrativo e non lineare, il regista (quarantenne romano, mentre Saviano è napoletano e molto meno che trentenne al momento della pubblicazione) ha tirato fuori solo alcuni suggerimenti e segmenti.

Il film è fatto di cinque nuclei o storie, sebbene l'adattamento allo schermo - ben deciso e definito nel suo dare luce, voce, faccia, suono, ambientazione e ritmo a ciò che era stato reso dalle parole scritte - assecondi lo stesso metodo casuale, di sviluppo non lineare, senza inizio e senza fine. Solo una geometrica corrispondenza: i 135 minuti di film si aprono e si chiudono su una sparatoria, anzi su un'esecuzione, con le stesse modalità di banale ferocia, di ordinaria efferatezza.

Tra le storie spiccano, anche per efficacia degli interpreti, quella di don Ciro (Gianfelice Imparato) e quella di Pasquale (Salvatore Cantalupo). Don Ciro è colui che, nell'articolata catena di competenze e gerarchie, ha l'incarico di fare pazientemente il giro delle famiglie degli affiliati al clan che sono finiti in galera per recapitare loro la mesata; e fa di tutto per vivere e comportarsi come un grigio e metodico contabile diligente e distaccato.

Pasquale è un sarto di qualità, anello fondamentale della catena che lega l'alta moda al lavoro nero tramite le cosche; e non per ribellione ma solo perché lusingato dalla richiesta cede alle insistenze della concorrenza cinese che lo reclama come istruttore del suo esercito di lavoranti clandestini. Ma tutto si paga, tutto, in questo universo dove conta solo schierarsi e l'alternativa è secca tra dominare e subìre, impone una scelta.

Le altre storie non sono meno pazzesche e penetranti. A partire da quella, anche la sola che contenga una minima e fievole luce di alternativa, dove il giovane laureato Roberto capisce per che cosa e per chi sta lavorando - Franco (Toni Servillo), impeccabile completo di lino e auto di classe, manageriale trafficante di rifiuti tossici - e scende dal carro.

Narrazione impassibile, osservazione da entomologo, esplosioni di orrore e di follia mischiate alla quotidianità perché sono la quotidianità di un "sistema" di cui vive (e muore) non solo una circoscritta banda di delinquenti ma una vasta comunità, con ramificazioni che arrivano dappertutto. Lecito naturalmente appellarsi o appigliarsi a tutti i riferimenti di rito, dai modelli coppoliano o scorsesiano a quello del nostro grande Rosi. Ma è tanto vero che Garrone esprime un punto di vista e uno sguardo che il suo cinema e il suo film non somigliano a niente.

Paolo D'Agostini

 
La Stampa, 16 maggio 2008

Napoli sanguinaria

In Francia, dove Gomorra di Matteo Garrone viene presentato in concorso al festival di Cannes il prossimo 18 maggio, si domandano se si tratti di un caso o della resurrezione d'una tradizione cinematografica molto italiana. Francesco Rosi, maestro del cinema italiano di denuncia sociale, dice che «non si tratta di resurrezione ma di continuità d'una generazione diversa dalla mia che vuol tradurre la realtà sociale e politica del proprio tempo».

Si tratta soprattutto d'un bellissimo film sulla camorra tratto dal libro di Roberto Saviano (1 milione e 200 mila copie vendute in Italia da Mondadori, traduzioni in 33 Paesi: un successo mai visto). Un film terribile e magnifico. Il regista intreccia «con estrema semplicità» cinque storie nella provincia di Napoli e Caserta, su cinque temi differenti: come i sei episodi di Paisà di Rossellini sull'Italia in guerra.

In quest'altra guerra un tredicenne fa il suo apprendistato alla scuola del crimine; Don Ciro «il sottomarino», scaltro e discreto, perde la testa quando si disfa il gruppo da cui prendeva ordini; un neolaureato rifiuta l'occasione di lavoro offertagli quando capisce che è il lavoro sporco nello smaltimento dei rifiuti tossici (il suo capo è il meraviglioso Toni Servillo); un abile sarto che lavora agli appalti dell'alta moda cede alla concorrenza cinese; due ragazzini che credono di vivere in un film di gangster e vogliono essere indipendenti dai clan perdono la vita.

Soprattutto un film d'antropologia sociale, umanamente grande. Gomorra si distingue e si distacca dal libro da cui è tratto: non è un'opera di informazione né di rivelazione, né di denuncia né di protesta. Come in un formicaio superattivo, la gente è sempre in movimento alla ricerca di un'occasione. I camorristi sparano come se allontanassero le mosche, con una frequenza e impassibilità da massacro: i colpi sono secchi, senza eco. Nel paese del sole il cielo è grigio, opprimente. La regìa di Matteo Garrone (40 anni, romano, già autore de L'imbalsamatore, di Primo amore) e gli interpreti sono ammirevoli.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011