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Gomorra
di
Matteo Garrone
con Toni Servillo, Gianfelice Imparato,
Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo (Italia, 2008)
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L'Unità, 19 maggio 2008
Scarface a Scampia
Applausi convinti nella sala del Grand
Theatre Lumiere e un polemico accenno di Toni Servillo,
incalzato da un giornalista in conferenza stampa sul problema
rifiuti, che sa tanto di costernazione e vergogna per il
senso civico calpestato da malavita e malapolitica, ha
accompagnato la proiezione per la stampa di Gomorra, il
primo film italiano a passare in Concorso a Cannes 2008
a firma di Matteo Garrone. Accanto ad uno dei registi di
punta del nostro cinema, il cast e Roberto Saviano, l'autore
del bestseller da 1,2 milioni di copie a cui è ispirato il film, che da
tempo vive sotto scorta. Sabato il giornalista aveva incontrato
un Nanni Moretti scatenato, a testa bassa contro il Caimano
Berlusconi, Maroni e il nuovo governo che, è convinto,
non combinerà nulla di buono.
Dalle immagini in sala – e in attesa del Divo di
Sorrentino – si ricava una foto fosca, compromessa
del nostro paese. Però è anche il modo e
lo strumento che la grande tradizione del cinema politico
italiano dei settanta (Petri, Rosi, Bellocchio tra gli
altri) e, perché no, anche tanti episodi del neorealismo,
ci hanno consegnato per ragionare e guardarci allo specchio.
In curiosa coincidenza temporale, in queste ore dall'Italia
non arrivano cartoline edificanti. Rimbalzano sui media
internazionali di nuovo le notizie dei roghi di rifiuti
che riprendono per le strade del napoletano mentre i Carabinieri
hanno scovato in una clinica casertana, ricoverato sotto
falso nome, Guido Abbinante, 51 anni, capo clan tra i responsabili
della guerra di camorra nel quartiere di Scampia. Sarebbe
collegato a 50 omicidi, lui dalla parte degli scissionisti
che hanno tentato di mettere in discussione l'egemonia
della cosca Di Lauro.
Aspetti che si legano a doppio filo al film, prodotto
dalla Fandango di Procacci e dalla Rai e venduto in oltre
dieci paesi. In Italia, dove è uscito venerdì,
ha già incassato un milione di euro. Matteo Garrone,
che alla Croisette qualche anno con L'imbalsamatore aveva
affascinato con le atmosfere malate in una provincia napoletana
segreta e nuvolosa, si conferma autore notevole, con uno
spiccato senso dell'immagine (è anche un pittore)
e una capacità di racconto che sa svelare e suggerire
senza didascalismi.
Per tirare fuori solo 5 storie dal documentato magma letterario
di infiniti rivoli disegnato dal giornalista campano, Garrone
ha collaborato con lo stesso autore, Maurizio Bracci, Ugo
Chiti, Gianni Di Gregorio e Massimo Gaudioso.
Quella che il regista ha spesso definito una guerra civile
a 150 km da Roma è così cupamente realistica
da sembrare catturata in "presa diretta". Il
ritratto di un'area a sovranità nazionale limitata,
una parte della regione incredibilmente vitale e desolata,
solidale e spietata lasciata al controllo totalizzante
dei clan.
C'è Totò (Salvatore Abruzzese), tredicenne
che porta a domicilio sporte della spesa ma è precoce,
come molti a Scampia, nella piazza di spaccio più grande
del mondo, e deciso a diventare manovalanza dei boss, a
guadagnarsi il pane allo stesso modo di quei ragazzi con
Mini luccicanti e moto potenti (e appartamenti diroccati)
che conosce. La prima prova? Avere una pistola puntata
addosso a pochi centimetri ed essere sparati sopra un giubbotto
antiproiettile. Altre, più dure, lo attendono.
Si mettono invece di traverso, pensano addirittura di
poter fare da soli e "prendere la città" come
il Tony Montana/Al Pacino di Scarface, che imitano armi
vere in pugno, Marco e Ciro (Marco Macor e Ciro Petrone),
impermeabili agli avvertimenti di chi comanda in zona e
quindi segnati, nonostante la giovane età.
La Camorra è anche una trama fittissima di passaggi
di denaro: un clan con la droga guadagna 500mila euro al
giorno, nel suo complesso è uno dei potentati economici
d'Europa, con un giro d'affari di 150 miliardi all'anno.
La Fiat ne fattura 58. Il sistema è organizzato
per sostenere anche le famiglie ancora fedeli al clan nonostante
gli arresti. Don Ciro (Gianfelice Imparato) per questo è un
tesoriere che fa il suo giro, discreto e preciso finchè la
costruzione vacilla, il potere del suo mandatario viene
intaccato da boss in ascesa e lui non sa a chi dare retta.
Ne esce fuori appena in tempo Pasquale (Salvatore Cantalupo),
abile sarto che realizza con i suoi laboratori clandestini
copie perfette di abiti d'alta moda, commissionati direttamente
con asta al ribasso dalle maison e indossati magari sulla
passerella di Cannes. I problemi iniziano quando si presta
ad insegnare la sua arte alla concorrenza cinese della
zona.
Getta la spugna anche Roberto (Carmine Paternoster), sveglio
e volenteroso neolaureato assistente di Franco (Toni Servillo),
quando realizza a quanti compromessi deve piegarsi per
l'attività di smaltimento di rifiuti tossici che
arrivano dal centro-nord. Certificazione-stoccaggio-trasporto
per 25 centesimi al chilo, mentre camion con sostanze tossiche
sversano in cave abbandonate o nelle campagne di Napoli
e Caserta, magari pagando un obolo a contadini che hanno
smesso di coltivarle. Si chiede: "Che senso ha salvare
un operaio a Mestre e uccidere una famiglia a Mondragone?".
Un affresco assolutamente, tragicamente cinematografico
e spettacolare, pessimista in quasi tutta la costruzione,
sgradevole, con suoni sordi e stranianti (e chiusura con
il trip elettronico di Robert Del Naja e Neil Davidge dei
Massive Attack), quinte che si aprono ma più spesso
celano ambienti in penombra, sotterranei e nascosti, come
se fosse impossibile spiegare tutto. Del resto lo confermavano
i ragazzini della scuola media Luigi Caterino ad un attonito
cronista de La Repubblica, dopo aver visto il film al cinema
Faro di Casal di Principe: la realtà spesso era
peggiore di quella sullo schermo.
Gomorra è stato girato "in lingua" con
molti attori non professionisti, reclutati tra tante braccia
alzate proprio nei quartieri descritti nel libro. La sirena
del cinema ammalia a tutte le latitudini e Roberto Saviano
ha spiegato che il lascia passare dei clan è arrivato
proprio perchè troppo forte era la voglia di apparire,
di mostrare di cosa erano capaci. Giovani attori che si
litigavano le scene di omicidio, in una confusione etica-estetica
difficile da sbrogliare. Un po' come le dimore fastose
e faraoniche, testimonianze di potere anche farneticanti.
Se ne intravedono alcune, ville abbandonate e vasche da
bagno costruite in scantinati, lasciate in mezzo al nulla
con le ampie scalinate e i marmi scuri.
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L'Espresso, 22 maggio 2008
Vivere e morire a Gomorra
Tra i poveri, ci sono soldi dappertutto: chi li conta,
chi li distribuisce, chi li incassa, chi li promette, chi
li usa per pagare ai bambini i piccoli servizi criminali
resi. I camorristi sparano come se allontanassero le mosche,
con frequenza e impassibilità, senza pensiero: i
colpi sono secchi, senza eco. Nel 'Paese d'o sole' il cielo è nebbioso,
pesante. Le scenografie ferrigne delle case, fatte di scale,
passaggi, pianerottoli, corridoi, piccole stanze senza
aria e senza spazio, spiegano il nervosismo perenne. Due
ragazzetti in costume da bagno sparano raffiche verso il
mare, verso il nulla: per il piacere di sentirsi vivere
in un film. Un sarto che lavora agli appalti dell'alta
moda guarda la tv, indosso a Scarlett Johansson sul tappetto
rosso del Festival di Cannes, un vestito fatto da lui.
I giovanotti camorristi con la catena d'oro al collo inseguono
l'estetica pubblicitaria: cabina abbronzante, depilazione
delle sopracciglia, manicure. Insicurezza, esitazioni,
rimorsi: zero.
'Gomorra' di Matteo Garrone, magnifico film, è il
contrario del libro di Roberto Saviano da cui è tratto
(1 milione e 200 mila copie vendute in Italia da Mondadori,
33 traduzioni in altre lingue: un successo mai visto).
Se il libro informa e rivela, denuncia e protesta, il film è un
lavoro antropologico di notevole grandezza umana, un'analisi
della criminalità come modo di essere e di vivere
(non di quello che il criminale fa, progetta o guadagna).
La sola eccezione è forse il bravissimo Toni Servillo,
delinquente in giacca e cravatta con una sfumatura di disordine
cialtrone: bisogna vederlo, trattando con un industriale
l'eliminazione illegale di rifiuti tossici, assicurare "La
nostra azienda può smaltirne 800 tonnellate".
È un'altra umanità, grazie pure agli attori
molto bravi e ai dialoghi in dialetto con sottotitoli,
quella che la luce cupa di 'Gomorra' racconta magnificamente.
Lietta Tornabuoni
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Il Messaggero, 16 maggio 2008
Gratta l'Italia e trovi "Gomorra"
Benvenuti in
Campania, terra di bufale e kalashnikov, acquitrini e clan
criminali, sarti geniali e rifiuti tossici. Benvenuti nella
regione che meglio riassume il resto d'Italia e forse del
mondo con il suo miscuglio di talento e delinquenza, legale
e sommerso, ragione e follia. Benvenuti nel film che dopo
tanti tentativi imperfetti o prematuri dà volto,
voce, forma, colore a questo magma che chiamiamo che
chiamavamo camorra.
Come si capisce se un bel film italiano è un grande
film in assoluto? C'è un test infallibile. Basta
chiedersi se lo consiglieremmo a un amico straniero. Gomorra
passa a pieni voti per varie ragioni. Perché mostra
un mondo mai visto con tanta forza e coerenza. Perché a
forza di cesellare immagini e parole rende incredibilmente
vero quel mondo incredibile, cancellando ogni traccia di
messa in scena. E perché ci fa capire quanto quel
mondo sia vicino, anzi consustanziale al nostro, anche
se non lo vogliamo vedere.
Altro che sei gradi di separazione: fra il professionista
elegante che tratta rifiuti tossici con le industrie del
Nord, interrandoli in Campania o spedendoli in Africa come "aiuti
umanitari", e il ragioniere del crimine che si trova
una pistola in bocca senza quasi capire perché,
c'è solo un passo anche se nel film i due personaggi,
i fenomenali Toni Servillo e Gianfelice Imparato, non si
incrociano mai.
A differenza di tanti brutti film, infatti, Gomorra non
spiega nulla ma ci fa capire tutto. È il segno più certo
della sua grandezza. Anziché disperdere energie
collegando fatti e destini, Garrone va dritto all'essenziale.
Rielabora con fantasia e libertà cinque storie tratte
dal romanzo-reportage di Saviano, ma non cerca nessi a
tutti i costi. Tanto ogni personaggio si porta la sua verità scritta
addosso; ogni scena è una resa dei conti, reale
o figurata; ogni episodio approda a uno squarcio più eloquente
di mille parole. Per questo le immagini di Gomorra, belle
perché vere, e viceversa, sono così emblematiche
e insieme naturali. Come i corpi e i volti scelti da Garrone
dopo un lavoro di inchiesta che si indovina lungo e accurato.
E pensiamo ai due ragazzi "scoppiati" che credono
di potersi mettere in proprio e rubano le armi ai clan.
A quel sartino che rincasa all'alba, esausto ma felice,
coricandosi accanto alla moglie e al figlioletto, un'immagine
bella come una Pietà del Rinascimento. A quel tessuto
di affetti, esperienze, mentalità, che lega fra
loro i personaggi e rende tutto così normale e insieme
straziante. O a quei dettagli geniali (l'imprenditore del
Nord che chiede «è tutto clean?»; il
piccolo aspirante camorrista che si depila le sopracciglia;
il sarto che parla coi cinesi facendo capolino da una specie
di botola nel bagagliaio dell'auto) che valgono un romanzo.
Un romanzo diventato uno dei pochi grandi film italiani
del decennio. Da non perdere.
Fabio Ferzetti
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Il Tempo, 19 maggio 2008
Violenza e orrori
narrati con decisione
«Gomorra» di Roberto Saviano era un romanzo-inchiesta
che documentava dal vivo le malefatte della camorra non
solo a Napoli e in Campania ma anche nelle più impensate
sedi internazionali.Oggi Matteo Garrone vi si è rivolto
per un film, dopo i successi de "L'imbalsamatore" e
di "Primo Amore", e ne ha ricavato cinque storie,
tutte autentiche, ma pur ambientandole sui luoghi stessi
dove si erano verificate, fra Scampia, il casertano, Castel
Volturno, non ne cita esplicitamente nessuno, quasi a voler
indicare, con durissima denuncia, l'ubiquità e addirittura
l'universalità di quel Male rappresentato da anni
dal sistema. E questo anche se tutti i suoi personaggi
parlano un napoletano così stretto -di città,
di provincia, di paese- da aver bisogno dei sottotitoli
per essere del tutto inteso. Cinque personaggi fatti emergere
dal coro: un losco organizzatore di discariche abusive
pronte ad accogliere a caro prezzo i rifiuti tossici di
mezza Europa. Un sarto che lavorando in nero serve l'alta
moda pur commettendo l'errore, agli occhi del crimine organizzato,
di mettere a un certo punto le sue doti in grande segretezza
anche a servizio di una banda di clandestini cinesi. Un
esattore incaricato di versare sussidi alle famiglie dei
detenuti affiliati al sistema. Due giovanissimi balordi
che, presi in mezzo alle guerre dei clan, pensano incautamente
di poter agire per conto proprio. Infine un bambinetto
che, coinvolto anch'esso in queste guerre, dovrà alla
fine decidere da che parte stare. Scegliendo la più truce.
Violenze, orrori, sangue. Garrone li ha rappresentati in
cifre buie, tutti da vero, alternando con grande abilità le
varie storie fra loro, affidate tutte ad un identico clima:
il cinismo, la mancanza di pietà, la rinuncia, per
precisi interessi, a considerare un solo istante le conseguenze
spesso atroci dei propri gesti. Concedendosi un unico spiraglio:
il pentimento di un giovane che, per un certo periodo,
aveva coadiuvato l'operato infame dell'organizzatore di
discariche abusive. Figure scolpite nella pietra, situazioni
svolte con durezza estrema e, nello stesso tempo, con un
realismo che sembra coglierle lì, al momento, mentre
si svolgono di fronte alla macchina da presa. Ritmi serrati,
pronti però anche a distendersi quando la denuncia
richiede soste e spiegazioni. Sempre all'insegna del nero.
Gli interpreti sono o esordienti o attori poco noti. In
mezzo Toni Servillo, nel cinismo di ghiaccio del gestore
di rifiuti tossici.
Gian Luigi Rondi
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Il Mattino, 13 maggio 2008
Con «Gomorra» per una sinfonia di cupa violenza
Napoli, ieri e oggi. C'è da restare prigionieri
di un castello di stereotipi o da inebriarsi dei soliti
cavilli politicanti. Roberto Saviano, che non sarà il
solo, ma è comunque un eroe civile, ha scrutato
negli abissi della realtà criminale con la sua folgorante
scrittura sospesa tra romanzo e inchiesta; Matteo Garrone,
uno dei pochissimi registi italiani degni della qualifica,
ha trasposto «Gomorra» con una fedeltà non
formale e, anzi, ha avuto la forza e il fegato di conferirgli
un'autonoma quanto necessaria cifra per immagini. Quel
fiore spampanato che è Napoli - con la sua corolla
di primati e contraddizioni, culture ed emergenze, vitalità distorte
e violenze - tende a fare paura a chi vuole coglierlo definitivamente:
invece di avviare il giochino del «chi è con
lei e chi è contro di lei», insomma, che vuole
spiegare il tutto e finisce col precipitare nel niente,
prima Saviano e poi Garrone ci aiutano a entrarci dentro
cercando di vincere proprio quella paura maledetta e fuorviante.
Un film potente e doloroso, quindi, di quelli che non vengono
a patti neppure con lo spettatore d'arte e d'essai: un
intarsio di cinque storie che in due ore e un quarto disegnano
sullo schermo una mappa di ferocia pressoché insostenibile,
scorrendo ora fluidamente - come ipnotizzate dall'ottuso
fatalismo dei personaggi - ora spezzandosi in mille frammenti
d'angoscia e di suspense da Scampia all'agro aversano,
dagli squallidi labirinti delle Vele che assomigliano a
un mega-carcere alle fangose baracche che i padrini casalesi
quasi condividono con le bufale. Lo strenuo approccio a «Gomorra» può certo
evocare il neorealismo, ma solo nel senso di Rossellini;
nel senso, cioé, di un vissuto mai costruito «dall'alto»,
dalla superiorità morale dell'autore, bensì costruito
assieme a esso: Garrone non imprigiona i flash di un mondo
aberrante per fini retorici o romanzeschi, ma, nel contempo,
li svincola dalla didascalia documentaria e ne impedisce
la dispersione nella babele mediatica. Per ottenere l'intenso
risultato ha avuto bisogno d'integrare nella cupa sinfonia
attori di grande esperienza e misura ed esordienti assoluti
in grado di reggere le sfide d'inquadrature complesse e
studiate, dialoghi che assomigliano a spari e viceversa
(i sottotitoli sono obbligati, ma dispiace che facciano
perdere molte delle sfumature dei parlanti) e aperture
d'azione schizofreniche e sanguinarie. Ed è proprio
con questa fusione che il film ottiene gli effetti più straordinari.
Perché, di fatto, lo spettatore non potrà dirsi
più commosso, terrorizzato o comunque destabilizzato
dalle magnifiche incarnazioni dell'executive riciclatore
di rifiuti tossici Toni Servillo («l'aggio mandato
io in Europa 'stu paese e'mmerda»), del porta-soldi
preso tra due fuochi Gianfelice Imparato, dell'umile e
illuso sarto Salvatore Cantalupo e del suo losco committente
Gigio Morra rispetto a quelle affidate a Salvatore Abruzzese,
Salvatore Striano, Carmine Paternoster, Marco Macor, Ciro
Petrone, Giovanni Venosa, Vittorio Russo, Bernardino Terracciano
e tanti altri: facce, corpi, ghigni e movenze animaleschi
eppure in qualche modo (purtroppo) umani, che affondano
le unghie nella pellicola al pari dei mostruosi professionisti
dello Scorsese di «Good Fellas» o del De Palma
di «Scarface». Un contesto in cui non a caso
può lievitare la rivelazione di Maria Nazionale,
che è già artista veemente e carnale, ma
che nel ruolo della moglie e madre dilaniata dalla faida
tra Scissionisti e Di Lauro trova come per incanto un purissimo
carisma cinematografico. Un film, come premesso, duro e
non riconciliato, che prende il suo tempo perché non
vuole privilegiare gli episodi più raccontati (la
parabola dell'impossibile equidistanza di don Ciro, il
sogno d'onnipotenza di Don Pasquale brutalmente sfregiato,
la speranza incarnata dal rifiuto del ragazzo d'intraprendere
la mortifera scalata criminale) a quelli più convulsi
e impressionanti (le atroci gesta delle schegge impazzite
Pisellino e 'o Masto) ed è perciò supportato
da una colonna sonora di strategica stringatezza. Nella
quale, cioé, i brani dei neomelodici, con tutta
la loro tenera brutalità, s'alternano al repertorio
di Nino D'Angelo, poi si mischiano ai suoni «naturali» dell'inferno
napoletano e infine soffocano nel suggello ossessivo del
brano di Robert Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attack.
Le sequenze più agghiaccianti sono forse quelle
stagliate in campo lungo: un paesaggio lunare, darsene
deserte e ville abbandonate, cave tenebrose e campagne
contaminate, dove gli uomini sono del tutto secondari e
quindi possono essere schiacciati come topi o scarafaggi.
Valerio Caprara
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La Repubblica, 16 maggio 2008
L'inferno sulla terra
benvenuti a "Gomorra"
Un film che si farà ricordare, questo che è il
sesto di Matteo Garrone, autore partito in sordina con
i suoi primi tre film schivi e appartati (come è lui,
in persona) ma già portatori di un punto di vista
originale, e poi decisamente decollato con gli altri due "L'imbalsamatore" e "Primo
amore". Un film, Gomorra, che sarà difficile
dimenticare e che non può lasciare indifferenti,
proprio come il libro dal quale è tratto, il docu-romanzo
di Roberto Saviano.
Dalla sterminata materia che percorre il libro secondo
un ordine non narrativo e non lineare, il regista (quarantenne
romano, mentre Saviano è napoletano e molto meno
che trentenne al momento della pubblicazione) ha tirato
fuori solo alcuni suggerimenti e segmenti.
Il film è fatto di cinque nuclei o storie, sebbene
l'adattamento allo schermo - ben deciso e definito nel
suo dare luce, voce, faccia, suono, ambientazione e ritmo
a ciò che era stato reso dalle parole scritte -
assecondi lo stesso metodo casuale, di sviluppo non lineare,
senza inizio e senza fine. Solo una geometrica corrispondenza:
i 135 minuti di film si aprono e si chiudono su una sparatoria,
anzi su un'esecuzione, con le stesse modalità di
banale ferocia, di ordinaria efferatezza.
Tra le storie spiccano, anche per efficacia degli interpreti,
quella di don Ciro (Gianfelice Imparato) e quella di Pasquale
(Salvatore Cantalupo). Don Ciro è colui che, nell'articolata
catena di competenze e gerarchie, ha l'incarico di fare
pazientemente il giro delle famiglie degli affiliati al
clan che sono finiti in galera per recapitare loro la mesata;
e fa di tutto per vivere e comportarsi come un grigio e
metodico contabile diligente e distaccato.
Pasquale è un sarto di qualità, anello fondamentale
della catena che lega l'alta moda al lavoro nero tramite
le cosche; e non per ribellione ma solo perché lusingato
dalla richiesta cede alle insistenze della concorrenza
cinese che lo reclama come istruttore del suo esercito
di lavoranti clandestini. Ma tutto si paga, tutto, in questo
universo dove conta solo schierarsi e l'alternativa è secca
tra dominare e subìre, impone una scelta.
Le altre storie non sono meno pazzesche e penetranti.
A partire da quella, anche la sola che contenga una minima
e fievole luce di alternativa, dove il giovane laureato
Roberto capisce per che cosa e per chi sta lavorando -
Franco (Toni Servillo), impeccabile completo di lino e
auto di classe, manageriale trafficante di rifiuti tossici
- e scende dal carro.
Narrazione impassibile, osservazione da entomologo, esplosioni
di orrore e di follia mischiate alla quotidianità perché sono
la quotidianità di un "sistema" di cui
vive (e muore) non solo una circoscritta banda di delinquenti
ma una vasta comunità, con ramificazioni che arrivano
dappertutto. Lecito naturalmente appellarsi o appigliarsi
a tutti i riferimenti di rito, dai modelli coppoliano o
scorsesiano a quello del nostro grande Rosi. Ma è tanto
vero che Garrone esprime un punto di vista e uno sguardo
che il suo cinema e il suo film non somigliano a niente.
Paolo D'Agostini
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La Stampa, 16 maggio 2008
Napoli sanguinaria
In Francia, dove Gomorra di Matteo Garrone viene presentato
in concorso al festival di Cannes il prossimo 18 maggio,
si domandano se si tratti di un caso o della resurrezione
d'una tradizione cinematografica molto italiana. Francesco
Rosi, maestro del cinema italiano di denuncia sociale,
dice che «non si tratta di resurrezione ma di continuità d'una
generazione diversa dalla mia che vuol tradurre la realtà sociale
e politica del proprio tempo».
Si tratta soprattutto d'un bellissimo film sulla camorra
tratto dal libro di Roberto Saviano (1 milione e 200 mila
copie vendute in Italia da Mondadori, traduzioni in 33
Paesi: un successo mai visto). Un film terribile e magnifico.
Il regista intreccia «con estrema semplicità» cinque
storie nella provincia di Napoli e Caserta, su cinque temi
differenti: come i sei episodi di Paisà di Rossellini
sull'Italia in guerra.
In quest'altra guerra un tredicenne fa il suo apprendistato
alla scuola del crimine; Don Ciro «il sottomarino»,
scaltro e discreto, perde la testa quando si disfa il gruppo
da cui prendeva ordini; un neolaureato rifiuta l'occasione
di lavoro offertagli quando capisce che è il lavoro
sporco nello smaltimento dei rifiuti tossici (il suo capo è il
meraviglioso Toni Servillo); un abile sarto che lavora
agli appalti dell'alta moda cede alla concorrenza cinese;
due ragazzini che credono di vivere in un film di gangster
e vogliono essere indipendenti dai clan perdono la vita.
Soprattutto un film d'antropologia sociale, umanamente
grande. Gomorra si distingue e si distacca dal libro da
cui è tratto: non è un'opera di informazione
né di rivelazione, né di denuncia né di
protesta. Come in un formicaio superattivo, la gente è sempre
in movimento alla ricerca di un'occasione. I camorristi
sparano come se allontanassero le mosche, con una frequenza
e impassibilità da massacro: i colpi sono secchi,
senza eco. Nel paese del sole il cielo è grigio,
opprimente. La regìa di Matteo Garrone (40 anni,
romano, già autore de L'imbalsamatore, di Primo
amore) e gli interpreti sono ammirevoli.
Lietta Tornabuoni
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