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Go Go Tales
Go go talesdi Abel Ferrara
con Willem Dafoe, Bob Hoskins, Matthew Modine, Roy Dotrice, Riccardo Scamarcio, Burt Young, Stefania Rocca, Asia Argento, Justine Mattera
 
L'Unità, 19 giugno 2008

Il paradiso, l'inferno e la filosifia del palo

Come si fa in cucina, quando bisogna arrangiarsi con gli ingredienti che si hanno tentando di tirare fuori qualcosa che non stoni troppo, Abel Ferrara è approdato in Italia qualche anno fa fingendo ingenuità e spontaneità alcolica. Così come al solito ha messo tutti nel sacco, lui che è cresciuto nel Bronx e aveva un padre allibratore.

Odio Hollywood e i suoi produttori "cattivi", diceva il bestiale regista mentre faceva le valige. Intanto va e viene dagli Usa perché è in trattative lì per un western, qui per Pericle il nero, protagonista Riccardo Scamarcio (progetto che si allontana all'orizzonte).

In principio (2002) fu Mary, girato in parte a Matera nei luoghi ancora caldi del blockbuster cristologico di Mel Gibson. È lui preso di mira con un ruolo da regista fomentato in un'opera spiazzante che si interrogava sulla religione tanto quanto The Addiction gettava ombre macabre sul "male assoluto".

Per Go go tales, passato l'anno scorso a Cannes e adesso nelle sale, aveva pensato naturalmente a New York. Ma pare che non ci fossero i soldi e le location tutte in interni di Cinecittà hanno sopperito. Si sente tutto il peso del "fuso orario". Il suo omaggio al Cassavetes de L'assassinio di un allibratore cinese può attendere.

Intanto perché la vicenda scritta dallo stesso Ferrara e ambientata nel night Paradise, che si presume si svolga tutta in una notte – ci sono sempre gli stessi avventori al bancone e gli stessi cinesi a farsi intrattenere dalle ragazze – a metà strada lascia perdere la verosimiglianza cronologica e sbarella verso una foschia da fumo e alcool.

Punto fermo è l'ottimismo di Ray Ruby (Willem Defoe), il boss che darebbe tutto per questo posto e si rovina col gioco pur di rialzare una disperata situazione finanziaria. Gli dà corda Jay (Roy Dotrice), l'amministratore, che si perde pure il biglietto vincente della lotteria mentre il fratello e socio (Matthew Modine) gli vuole chiudere i rubinetti. Le ragazze intanto vogliono incrociare i tacchi perché non vengono pagate da tempo. Dovrebbe venirne fuori un'amara commedia corale «che mischia reale e surreale» – come ha suggerito l'autore – mentre sembra che si rimesti dentro una minestra scaldata.

Al di là di attori nelle corde - Defoe e gli altri caratteristi Usa arrivati apposta (Bob Hokins, Burt Young, Sylvia Miles) - e del clima di "improvvisazione" impostato dal regista (si potrebbe chiamare anche mancanza di idee in fase di scrittura oppure «Fate voi e poi vediamo come viene»), le ragazze si sono mosse bene intorno al palo. Più brave le non attrici, trascurabile Stefania Rocca, invisibile Bianca Balti, la modella che esordisce al cinema con uno strip che non vediamo perché Scamarcio, piccola comparsa, tenta di riportarsela a casa scoprendo che è sua moglie e giustificando la sfuriata con un retrò: «Io sono italiano!». Anche Cutugno. Cammeo di Anita Pallemberg.

Capitolo Asia Argento: strip con bacio al suo cane (il rotweiler risponde subito all'invito!) con rovente polemica cannense l'anno scorso. E una nuova di zecca in Italia: l'attrice ha dichiarato di aver perduto diversi contratti a causa di quella scena. Risponde Ferrara in conferenza stampa: «Si, e io pure dovevo girare I Predatori dell'arca perduta!».
Risultato: noi lo apprezziamo perché Il cattivo tenente, The Addiction o Fratelli non si tirano fuori dal nulla. Pur vero che il fedele sceneggiatore Nicholas St. Jones ha tagliato la corda. Ci inginocchiamo però davanti alla sua caparbietà – e in questo si notano i risvolti autobiografici nel protagonista – nel perseguire un progetto che per le condizioni di partenza era destinato a questa sorta di chiacchiericcio indistinto e vaghezza realizzativa. Lui, siamo sicuri, avrà pensato nell'appartamento affittato a Trastevere: qualcuno c'è cascato, tanto vale mettere un'altra tacca sul cinturone aspettando il colpo buono. E ci ha tirato un bad trip alla New Rose Hotel.

Pasquale Colizzi

 
Il Manifesto, 20 giugno 2008

Il Paradiso perduto di Abel Ferrara

Cannes è stata ed è ancora una bombola di ossigeno per registi di tutto il mondo espulsi dal ciclo produttivo delle major. Cannes come la Paramount o la Warner Bros. Ma il sistema malato del cinema internazionale non guarisce così. Il modello e il suo indotto europeo rischiano di trasformare i festival in un circuito chiuso e in un mercato a parte, dove i film sono solo corpi sopravvissuti. Di questo parla, metaforicamente, il film di Abel Ferrara, uscito nelle sale italiane dopo un anno dal suo passaggio (fuori concorso) alla Croisette, Go Go Tales (prodotto dall'italiana Bellatrix Media) girato negli studi di Cinecittà.
Set della creatività minacciata, un «go go cabaret», un locale situato a Manhattan, downtown, il Paradise, luogo di strip-tease e di lap-dance, tenuto da Ray Ruby, che difende il suo Eden schiacciato dai debiti. Il fatto è che le ballerine sembrano uscite dalla Depressione, tutte e ossa e tessuti rilassati, costumi da John Waters e sensualità adeguata alla mancanza cronica di stipendio. Il club è angusto, buio e soffocante, come ritagliato da un sottoscala di Cinecittà, i clienti pochi, i balletti penosi, e gli esterni di New York mimati da un monotono via vai di ombre. Il locale assomiglia a un reperto del passato, popolato da anziani signori nostalgici di altri tempi, dove si alternano numeri degni della Corrida con l'ingresso in scena di debore della Siberia, pamele di Las Vegas e giovanne di Roma.
Ferrara mette in scena intenzionalmente la decadenza dello show, fa la parodia della screwball comedy, la commedia frenetica che diventa un agitarsi a vuoto tra spogliarelliste sull'orlo dello sciopero, la vecchia proprietaria gracchiante a caccia dell'affitto, un cuoco nero geloso dei suoi hot-dog bio minacciati da un orrendo cane, un trio fisso di guardoni cinesi...
Tutto in una sera si compierà il destino del club, centro di pulsioni, emozioni, felicità ridotto a un squallido teatrino, nobilitato solo da regista e attori, grandi e resistenti, il cast di Go Go Tales. Sfilano in un'ora e trentasei minuti: Willem Dafoe, Bob Hoskins, Matthew Modine, Asia Argento, Stefania Rocca, Burt Young, Sylvia Miles, Danny Quinn. Breve apparizione di Riccardo Scamarcio, italiano molto geloso della moglie, che non immaginerebbe mai spogliarellista.
Abel Ferrara racconta di sé, del suo Paradiso, che qualcuno vuole chiudere. Il suo cinema è «vizioso» come il proprietario del club, Ray Ruby (un magnifico Dafoe) che ha l'ossessione del gioco del lotto. Ognuno ha la sua droga preferita, e Ray sperpera tutto in quelle maledette schedine, ficcate in ogni buco del locale, oggetti inverosimili del desiderio che gli hanno aizzato contro l'odio del clan. Ma io, implora Ray Ruby alias Abel Ferrara, amo il mio lavoro, ho investito tutto in voi artisti. Il denaro non conta. Già, ditelo ai produttori. L'insurrezione capeggiata dal fratello Johnny (stupendo Modine con caschetto biondo e cagnetto in braccio) però si estende, gli «artisti» pretendono soldi e finiranno per perdere tutto.
Il pubblico evapora, e neppure la nuova potenza mondiale, la Cina, fornisce le sue masse vogliose. In una delle scene più esilaranti, un pullman sbarca una lunga teoria di turisti di Pechino, che imboccano la porta girevole del Paradise per uscirne subito dopo e seguire un tipo grottesco vestito da granchio. Obiettivo, un ristorante di fronte al club che riflette la sua insegna a forma di crostaceo sui finestrini del bus. È la fine del Paradiso. Un biglietto vincente del lotto, 18 milioni di dollari, si è perduto e i creditori avanzano. Ma...
Sprazzi del cinema visionario di Ferrara bucano lo schermo, video virati, elettrici, e la performance di Asia Argento che si avvita alla hot-rod, l'«asta calda» sul palcoscenico, lingua su lingua con il suo rottweiller, non è da poco. È questa scena, improvvisata da Asia, che ha dato visibilità al film «scandalo». E meno male, anche se l'attrice, dicono, si sarebbe pentita (ma solo per il linciaggio mediatico) di aver dato quella leccatina al mostruoso animale. Un bacio più che «maledetto», malinconico, simbolo di un cinema oltraggioso, di un'epoca di ricerca e di passione che di questi tempi nessuno vuole più finanziare. La malinconica di Ferrara ha la sua struggente bellezza come la spogliarellista con ambizioni artistiche che si esibisce solo di giovedì in tutù e danza sulle punte davanti a una platea assente.

Mariuccia Ciotta

 
Il Mattino, 21 giugno 2008

Lap dancer a Manhattan tra grottesco e noir

Appaiono senz'altro buone le intenzioni di Abel Ferrara, che ha ricostruito per intero a Cinecittà i rutilanti interni in cui si svolge «Go Go Tales». Peccato che il film, passato fuori concorso al festival di Cannes 2007, le sprechi a poco a poco, manipolando le figurine che popolano l'ipotetico strip-tease night Ray Ruby's Paradise di Dowtown, Manhattan sino a rendere grottesco il versante da commedia e posticcio quello da noir: fidandosi del suo movimentismo figurativo e del suo frizzante montaggio, il talentuoso, ma stavolta troppo divagante Abel cerca di racchiudere in una sola notte il dramma del gestore (Willem Dafoe), coperto di debiti, circondato da lascive lap dancers (tra cui la ragazzaccia Asia Argento che, tra le contorsioni di prammatica, si esibisce nel chiacchierato lingua-a-lingua con un pacioso rottweiler) e incalzato dal pragmatico fratello parrucchiere (Matthew Modine). La soluzione dovrebbe arrivare grazie a una trovata in stile Frank Capra - con tanto d'affannosa caccia al biglietto vincente della lotteria - ma la commistione tra ingenuo candore, seduzioni del proibito e minimalistico realismo oltre a rendere i personaggi particolarmente inconsistenti, proprio non rientra nelle corde dello squinternato cineasta alternativo. In fondo il caos narcisista e visionario - a cui hanno contribuito alcune stelline nostrane in libera uscita - risulta a tratti divertente, ma la mancanza di equilibrio narrativo costringe la sceneggiatura a denunciare tutta la sua fragilità: se il fatidico show, insomma, «must go on», non è detto che debba ruotare pretestuosamente su se stesso.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 20 giugno 2008

Abel Ferrara
tra cinema e strip

Notizia n° 1: Abel Ferrara ha fatto una commedia. Notizia n° 2: l'ha girata tutto dentro Cinecittà. Cos'altro è infatti lo scalcinato locale di strip tease in cui è ambientato Go Go Tales? Un set, un laboratorio, la fabbrica di tutti i possibili sogni. Insomma un luogo dell'anima su cui veglia amoroso e improbabile l'impresario svitato Willem Dafoe. Al "Ray Ruby's Paradise" le ragazze non sono solo corpi; i clienti (improbabili anche loro: cinesi, tipacci, famiglie, turisti...) non sono solo polli da spennare; i soci non sono solo imbroglioni da evitare. E anche se il fratello "realista"(Modine) vorrebbe vendere tutto, Dafoe tiene duro. Molte ragazze sono improponibili, è vero, il cuoco si ostina a propinare "hot dog biologici", ma c'è sempre qualcosa o qualcuno che vale la pena guardare (come Stefania Rocca, aspirante attrice-sceneggiatrice; o Asia Argento, che oltre a ballare seminuda fa addirittura lingua in bocca col suo rotweiler). E un giorno, chissà, si potrebbe perfino vincere la lotteria... L'idea era carina, e il folto gruppo di guest star (Bob Hoskins, Riccardo Scamarcio, Burt Young, Lou Doillon...) assicura sorprese e vivacità. Peccato che su tutto aleggi l'aria distratta delle cose fatte in fretta e che molte idee restino appunto idee, senza mai tradursi in ritmo, immagini, cinema. Più che un film, il promo per un film da fare.

Fabio Ferzetti

 
Corriere della Sera, 20 giugno 2008

Abel Ferrara e il mondo della lap dance. Un «puzzle» di immagini senza senso

Non è la prima volta che un regista abbandona la strada maestra disegnata dai suoi film per percorrere nuovi sentieri. Persino il westerman John Ford ogni tanto lasciava i panorami della Monument Valley per tornare ai prati della sua amata Irlanda (anche se poi lo spirito delle sue storie era sempre lo stesso). Ma una «giravolta» come quella che ha fatto Abel Ferrara con Go Go Tales ha davvero pochissimi precedenti. Dov'è il regista di The Addiction, dei Fratelli, de Il cattivo tenente? Dove sono i suoi rovelli morali? Le sue discese dentro il buio delle nostre anime? Non è la prima volta che difficoltà produttive e (forse) scarsa ispirazione portano Ferrara a dirigere film che sembrano contenere solo in parte le qualità e soprattutto l'energia dei suoi risultati migliori. Se anche Giove ogni tanto dormiva, figurarsi i mortali che hanno le bollette del gas e della luce da pagare... Ma qui siamo di fronte a una vera e propria «rivoluzione copernicana». Senza le sue conseguenze scientifiche, però.

Il film, presentato l'anno scorso fuori competizione a Cannes (dopo ha girato Chelsea on the Rock, anche lui visto fuori concorso sulla Croisette, ma un mese fa) è praticamente tutto ambientato all'interno del Paradise, un locale notturno di Manhattan (completamente ricostruito a Cinecittà), dove si esibiscono ballerine di lap dance. Gli introiti, però, non devono essere particolarmente alti, se il proprietario Ray (Willem Dafoe) per tirare avanti fa ricorso agli aiuti del fratello parrucchiere (Matthew Modine) e soprattutto della fortuna, viste le cartelle della lotteria che accumula e nasconde in tutti gli angoli del suo ufficio.

Il nucleo narrativo del film dovrebbe proprio essere la ricerca del biglietto con i numeri vincenti, che Ray è sicuro di aver giocato e che non riesce a ricordare dove ha nascosto. Ma questa specie di «caccia al tesoro» finisce per interessare solo marginalmente il regista (nei titoli di testa e di coda non si fa menzione né di sceneggiatura né di sceneggiatori: segno che probabilmente c'è stato qualche problema che i potenti sindacati americani hanno «risolto» con la cancellazione dei credits). La macchina da presa si attarda nel riprendere i numeri — decisamente poco erotici — delle ballerine che si esibiscono e dei volti più o meno noti che entrano e escono nel locale, con il risultato di accentuare la sensazione di «spezzettamento» narrativo. E fa pensare che, come nella miglior tradizione hollywoodiana, le visite sul set di facce amiche abbia dato vita a improvvisi camei.

Così, incrociamo Bob Hoskins nei panni del «Barone» (una specie di socio-direttore del locale), Roy Dotrice in quelli del contabile, Burt Young in quelli del cliente Murray, Anita Pallenberg come «zia Peccato», Sylvia Miles nel ruolo della proprietaria del locale in implacabile attesa del pagamento dell'affitto, Riccardo Scamarcio dentro l'improbabile camice di un dottore che ha salvato la vita a un malavitoso e che come premio si trova invitato al Paradise, dove scopre che la moglie (Bianca Balti) arrotonda lo stipendio esibendosi seminuda... E poi la lap dancer Stefania Rocca che usa le sue grazie per convincere un riccone ad acquistarle una sceneggiatura, la show girl Justine Mattera nel (succinto) costume di Sugar, la figlia di Jacques Doillon, Lou, nei panni di Franch e l'immancabile Asia Argento in quelli di Monroe, che si esibisce accanto a un rottweiler che alla fine del numero bacia vistosamente sulla lingua (salvo poi, dopo aver rivendicato un anno fa il valore rivoluzionario del gesto, smentirsi da sola confessando, oggi, che non rifarebbe più quello che fece davanti alla macchina da presa). È probabile che tutti si siano più o meno divertiti durante le riprese, ma facciamo fatica a farci coinvolgere dal loro divertimento e l'idea che, una volta alla settimana, il Paradise cambi faccia e permetta ai propri dipendenti di esibirsi nella vera passione della loro vita (chi balla sulle punte in tutù, chi fa il mago, chi declama il Giulio Cesare di Shakespeare...), dà l'impressione di una trovata estemporanea per allungare una storia striminzita, più che di una qualche autentica «necessità» narrativa.

Abel Ferrara ha dichiarato che la sua idea era quella di girare una commedia alla Frank Capra (dove la fortuna alla fine faceva il suo ingresso nella vita di Ray) e i fan più irriducibili del regista sembrano aver preso per buona la spiegazione. Ma si fa davvero fatica a convincersi che alle buone intenzioni siano seguiti risultati coerenti: più che una commedia Go Go Tales sembra un puzzle di immagini a volte anche curiose e intriganti, ma senza un vero senso «compiuto», che lascia inappagata la speranza di vedere il regista tornare ai livelli dei suoi capolavori.

Paolo Mereghetti

© Sipario 2011