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Uccelli (Gli)
di Aristofane
Teatro Technes di Atene
La Notte, 22 settembre 1966

Quando si dice le combinazioni – e le esagerazioni –; in quindici anni di professione, mai che mi fossi incontrato una volta direttamente con Aristofane. In quindici giorni, due appuntamenti: uno a Milano, all’italiana, estivo, alla garibaldina; uno a Venezia, greco, d’esportazione, alla topkaki. Ce l’ha condotto il “Teatro Technes” di Atene, rappresentando al teatro La Perla del Casinò, al Lido, jellato dallo sciopero dei vaporetti. La compagnia, che affianca il Teatro Nazionale Greco, è nota anche all’estero proprio per questo spettacolo aristofaneo che è come la sua bandiera. Venne fondato nel 1942, nelle cupe ore dell’occupazione e durò, ci si può immaginare fra quali difficoltà, a consolazione e protesta dell’umiliazione portata dalla guerra; il riconoscersi di un popolo umiliato, nei valori dello spirito e dell’arte, il che fa molto Grecia antica.
Ne fu e ne rimane l’animatore Karolos Koun, un umanista, insegnante d’inglese nel collegio d’Atene, il quale cercò ed allevò i propri collaboratori fra i suoi stessi alunni. Ma pure ridimensionato, mantiene il primitivo carattere sperimentale, sia di repertorio, sia di modi. Mise in scena un po’ di tutto, facendo conoscere specialmente autori e testi contemporanei, non esclusi i più recenti e di maggior rottura, in un repertorio estremamente vario ed eterogeneo. Da questo seminario di ignoti ragazzi, messisi, ventitré anni fa, allo sbaraglio di un’avventura che tutto faceva credere senza domani, pare che ne siano usciti e continuino ad uscire le migliori e meglio preparate leve della scena greca odierna, il che è più importante che non far collezione di recensioni favorevoli per questo o per quello spettacolo. Oltretutto, sono poveri: altre due ragioni di ammirazione e di rispetto.
Sarà questione di gusti, personalmente, considero Gli uccelli, rappresentati ieri sera, il capolavoro di Aristofane, quello dove quasi si avverte la incontestabile contraddizione che sta alla base del suo sarcasmo al vetriolo, e cioè tra un’ispirazione inequivocabilmente realistica, nutrita dalla cronaca, dal pettegolezzo, dal risentimento e dalla calunnia, aliena da ogni e qualsiasi trascendenza; e una incessante deformazione e trasfigurazione fantastica e metaforica. La costante battaglia ad armi pari egualmente impari, insomma, fra la verità e la fiaba, sul corpo dell’attualità, qui si risolve tutta a vittoria della fiaba. Ciò non vuol dire che essa non contenga la sua buona dose di pessimistica protesta a cui, per nessuna ragione al mondo, l’indomito temperamento di colui che resta il più anticonformista dei conformisti e il più immorale dei moralisti, avrebbe mai saputo e potuto rinunciare.
La commedia rappresenta il momento magico, irripetibile, della evasione; il rifugio privato in un limpido e autonomo mondo di fantasia. Disgustato dalla terrestre realtà politica, sociale ed etica: l’adorata e detestata Atene d’ogni giorno; scettico, e peggio, sulla religione, irriso come non mai nella ottusa tracotanza dei suoi dei-fantocci (intuizione inquietante!) a loro volta, alla mercé di ignorate, segrete e informi divinità malefiche, inferiori e, ad un tempo, superiori a loro, il poeta diserta sia la terra, sia il cielo, per stabilirsi a mezza strada tra l’uno e l’altro e isolarsi nella propria velleitaria città ideale. Mai l’umano anelito alla libertà, alla pace, all’onestà, alla solidarietà dell’uomo civile, ebbero parabola più inequivocabilmente trasparente, più liricamente ispirata ed anche più esemplarmente attuale.
In questo senso, tutta la prima metà della commedia, quella dove i due transfughi ateniesi persuadono la stirpe degli uccelli a fondare, diciamo nella stratosfera, la loro polis:  Nubicuculia “senza politici, né tribunali, né delatori, avendo deciso di non aver più nulla a che fare con gli uomini né con gli dei, è tutta incorrotta e incorruttibile poesia. Meno eppur, tuttavia, rigorosamente pertinente, la seconda, coi terrestri: àuguri, architetti, poeti, mestolari, che, fiutando l’affare, vengono ad offrire i loro servigi e ne sono cacciati a bastonate, quando non son calci nel sedere; e coi celesti: Iride, Nettuno, Ercole e compagnia, in pericolo di morir d’inedia non potendosi più nutrire del fumo dei sacrifici, che sale dalla terra, perché Nubicuculia glieli intercetta; e, alla fine, costretti a venire a patti. È la parte che risente dell’impossibilità, a più di duemila anni di distanza, di restituire il senso dei riferimenti e una cronaca immediata di cui gli spettatori originari erano diretti partecipi. Ed è una delle  tante fortune l’esorbitanza degli incomparabili cori, così aperti ed alati, nella volubile disponibilità del loro lirismo onomatopeico, i quali intervengono a riportare in quota il discorso contingente.
Il pregio maggiore dell’esecuzione orchestrale dei Koun – notoriamente in greco moderno, nei confronti del greco antico, è certo più distante di quel che non sia l’italiano dal latino, ma, insomma, una certa aria da parenti, c’è – è stato di non essere stata intellettualizzata per niente, escludendo ogni erudito intento e ogni stilizzazione formale, a favore di una parodistica corposità popolaresca che assume, così come sono, le pitture vascolari, mattone e nero, ed i loro mascheroni e i loro elementari e semplicistici abbigliamenti, tali e quali – scene e costumi portano la firma di Yannis Tsarouchis – e si scatena dal principio alla fine, in un canto e danze e mimo, sui ritmi di bellissime e orecchiabili musiche tratte da canzoni e balli del folclore popolare. Nemmeno l’ombra, se Dio vuole, delle solite mortuarie melopee!

Sarà pure che si possa lamentare una certa eccessività di canti e di danze; ma è proprio essa, nella esplosione di un’incontenibile energia, che assicura allo spettacolo unità e autenticità; e poi quei trenta e più giovani, guizzanti, ebbri ed esaltati, son talmente in accordo, nella loro fisica prepotenza, con l’esaltazione della gioia di vivere che costituisce il segreto di Aristofane, che non si può non essere d’accordo.
   
© Sipario 2011