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Gl’Innamorati
di Carlo Goldoni
Piccolo Teatro
regia Giorgio Strehler
scene Ratto
costumi Colciaghi
con Marina Dolfin, Pierfederici, Battistella, Moretti, Angeleri, Fanfani, Michelotti, Bertini, Sabbi, Oletta
Corriere Lombardo, 14 ottobre 1950

Il musicale capriccio de Gl’innamorati è del 1759 e ostende la propria fragranza fra una delle più brutte commedie di Goldoni – e ne scrisse di bruttissime - : La scuola di ballo, e una delle più modeste – e ne scrisse di modestissime - : Pamela maritata. Ma ha l’eccezionale privilegio, insieme a La locandiera che lo supera e al Ventaglio che si lascia superare, di appartenere alla triade dei capolavori in italiano, degni di tener testa ai suoi capolavori in lingua veneziana.
Alla fine del ’59, Goldoni era tornato a Venezia, dopo la non felice parentesi al teatro Tordinona a Roma. Egli e la Nicoletta erano stati ospiti, trattati coi guanti, dell’abate Pietro Poloni, uomo, anche in famiglia, così esagerato e teatrevole, che il poeta se ne ricorderà ancora, più tardi, per divertirsene, nei Mémoires. Come resistere alla tentazione di portarlo in scena se poi, per giunta, in casa sua, nelle persone della di lui nipote e del suo fidanzato, innamorati clamorosamente litigiosi, aveva trovato una commedia bella e pronta, sotto la specie del motivo a lui più personale, caro e stimolante, voglio dire un’infilata continua di procellose baruffe, senza respiro? Dio ci guardi dall’ospitare i poeti, avrà pensato il povero abate Poloni, riconoscendosi nella grottesca caricatura dello zio Fabrizio, una delle più impietose, uscite dalla penna del commediografo che, pure, fu uomo e scrittore assai meno mite e bonario di quanto i fautori della retorica del “buon papà Goldoni” possano immaginare. Ma i veneziani furono esilarati del dono del loro concittadino il quale, cambiando nome ai personaggi e trasferendo la loro residenza da Roma a Milano, s’era messo a posto con la coscienza e con la riconoscenza.
Commedia vera, dunque, Gl’innamorati, osservata nella realtà e tolta di peso dalla vita? Uhm…! Anche qui è necessario difendersi da un equivoco. Che lo zio Fabrizio e sua nipote Eugenia, in un certo anno e in una certa casa di Roma, si siano chiamati Pietro e Maddalena Poloni, e che Fulgenzio fosse registrato allo stato civile come Bartolomeo Pinto, conta fino a un certo punto, anzi, alla resa dei conti, direi che non conta nulla. Essi sono niente più che lo stimolo pratico, il minimo reale, lo zolfanello capace di accendere la vita, più vera del vero, nei personaggi modellati dalla fantasia e in essa, e per essa, giustificati e legittimati. Sono poche le opere di Goldoni che, come questa, si risolvano – e si esauriscano – tutte nel tono particolare di uno stile capace di bruciare ogni pratico residuo per vivere nacisisticamente di sé stesso.
Gl’innamorati hanno l’insospettata, labile e prodigiosa bellezza delle cose microscopiche, essi obbediscono alle stesse geometriche fantasie che ordinano le effimere e segrete forme dei cristalli o delle ali degli insetti osservate sotto la lente. La stessa lingua italiana, che fu sempre il tallone d’Achille del commediografo, offre, questa volta, la sorpresa di una schiettezza, esattezza ed eleganza insospettabili. Periodi, suoni, pause obbediscono a una legge di armonie occulte, capace di suggerire sfumature inesprimibili. Non c’è parola che non crei il proprio gesto e gesto che non crei la propria parola, in un continuo e mirabile bilanciarsi di dialogo e di mimica che coinvolge e sottopone alla propria equazione caratteri, sentimenti e vicenda.
Ma quale vicenda? Ormai il poeta è giunto al punto di poter fare a meno, o quasi, anche di quella che sembra la prima esigenza del teatro: la favola. Gli bastano due innamorati gelosi, ombrosi e suscettibili per avviare il proprio gioco. Lo zio spiantato, dai giudizi e dagli entusiasmi deformati come in uno specchio concavo, la sorella dall’astiosetta malinconia vedovile, l’impassibile e neghittoso servitor Succianespole, la sottile e maliziosa serva Lisetta, un conte e un amico qualunque, servono a generare un ritmo e a sintonizzare un contrappunto di impercettibili e sapienti variazioni di umana caricatura, i quali si alimentono di se stessi, una battuta dopo l’altra, in un veemente crescendo che ascende dal sospiro, al capriccio, alla bizza, all’ira, fino ad attingere vaghi anticipi di passione romantica, per sostare un attimo, alla fine, e concludersi sulla “corona” di un impegno di nozze che porrà termine al gioco delle amorose smanie, e che contempla commosso la propria umanità.
La famiglia Poloni e anche Il dispetto amoroso di Molière, indicato come fonte della commedia, scompaiono per cedere il passo a un’ aspirazione d’altro genere, di natura specificamente musicale, che imparenta la commedia a precise e tipiche forme strumentali del proprio tempo. Viene sulle labbra un nome: Mozart. Che poi dentro a questa misura da quartetto, più ancora che da opera comica, possano vivere e operare figure stupendamente vive come quella di Eugenia, donnetta orgogliosa, sofistica, puntigliosa e ascendibile, seconda solo a Mirandolina nella grande galleria dei ritratti femminili goldoniani, e quella di Fulgenzio, debole e disperato amante, che se Eugenia fosse Manon avrebbe segnato il destino di Des Grieux, anche questo è un altro mistero del quale solo Mozart potrebbe suggerirci la soluzione.
Ogni interpretazione è un’ opera critica ed è ovvio che ciascuno rappresenta un autore a seconda di come lo concepisce. Evidentemente, Giorgio Strehler che – egregiamente servito, come al solito, dal Ratto, scenografo, e un pochino meno, questa volta, dalla Colciaghi, costumista – nel nome di Goldoni ha inaugurato la nuova stagione del Piccolo Teatro, fa ancora molto credito all’opinione del realismo goldoniano e giudica Gl’innamorati un testo fondamentalmente realistico. Fedele a questa sua convinzione, alla quale, del resto, non mancano pezze d’appoggio autorevoli, a cominciare da quella dell’autore, e argomenti che si comprendono, anche se non si condividono, egli ha intonato la sua regia a una comicità sopracolorita, movimentata e convulsiva, di un verosimile ed efficace effetto che, rinunciando a particolari soluzioni stilistiche, ha mirato a divertire nel modo più facilmente e teatralmente immediato.

Assai vivo è risultato il successo della serata. Della quale la sorpresa è apparsa Marina Dolfin. Essa ha fatto di Eugenia una adorabile carognetta dalle bizze disperate e disperanti e dal sentimento ricco di gentili pudori. Il Pierfederici è stato la sua vittima a nervi scoperti; e tutti e due sono stati applauditi a sipario alzato. Il Battistella ha fatto molto ridere mercé un paio di mustacchi sergenteschi; e altrettanto, con qualche contentezza di linea maggiore, l’eccellente Moretti, la brava Angeleri, l’esatto Fanfani, il volenteroso e fatale Michelotti, il Bertini, la Sabbi e la Oletta, patriotticamente vestita di bianco rosso e verde.
   
© Sipario 2011