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Interessi creati (Gli)
di Giacinto Benavente
Commedia in tre atti
Corriere della Sera, 10 agosto 1922

Leandro, il primo amoroso della vecchia Commedia a braccia, seguito da Crispino, l’arguto svelto abile sfacciato bugiardo valet della Commedia settecentesca francese, giunge, all’alzarsi del sipario, in una città di questo mondo; una città dove ci sono ancora Arlecchini e Pantaloni, Matamori e Pulcinelli, Silvie sospirose e Colombine dalla sottile malizia e dalla sottile caviglia. Leandro e Crispino van per il mondo fastosi e famelici; cappa vasta, feltro altero, borsa vuota, di città in città passano, lasciando, dietro di loro, la polizia a braccar nella polvere le loro peste di scrocchi e di imbroglioni. Crispino è il geniale furfante che non ha più nulla da perdere; Leandro è la giovinezza traviata, ma ancora capace di esaltarsi contemplando un cielo stellato. Tutti e due insieme rappresentano la rassegnazione alla bassezza e la capacità di altezza che c’è in ogni uomo. Naturalmente, non hanno, quando li conosciamo, un soldo in  tasca. Come faranno ad uscir da sì lunga miseria? Leandro è scorato. Crispino è, invece, arditamente sicuro, e picchia alla porta di un’osteria, e fa credere all’oste, con molte mezze oscure parole, che il suo padrone, Leandro, sia un gran signore del quale non si può senza tremare pronunziare l’altissimo nome. L’oste si inchina estasiato ed insieme spaventato; e tutta la locanda, dalla cucina odorata alle capaci cantine, è a disposizione di Sua Signoria.
Il primo passo è fatto, la fortezza è occupata. Ma come tener la posizione? Qui comincia la più rande astuzia di Crispino. Costui crea mille interessi strettamente legati alla fortuna del suo finto padrone. Ci sono il Capitano, eroe fanfarone, ed Arlecchino, poeta leccapiatti, che si lagnano perché l’oste, loro vecchio esausto creditore, non vuol più concedere ad essi nemmeno un ossicino bollito da rosicchiare. Crispino interviene. Protesta contro il taverniere, arido e cinico spirito, che ricusa le sue larghezze alla gloria dell’armi ed alla gloria dell’arte. Ebbene, il magnifico e misterioso padrone di Crispino assumerà i debiti di Marte e di Apollo. Avanti, oste della malora: spilla il tuo vino migliore, porta i tuoi più grossi capponi e il lucido trinciante; presta i tuoi sonanti danari al rinato Alessandro ed all’Orfeo centunculus. Leandro pagherà!
In tal modo Crispino ha conquistato la prodezza e il genio. Ma il suo giuoco si fa più largo. Pulcinella, quello della duplice gobba (maschera francese, alla quale l’interprete ha prestato, senza ragione, un accento napoletano che appartiene al Pulcinella dal gran camiciotto bianco e dalla grinta negra), è ricchissimo, e ha una figlia assai bella, Silvia. Vive nella città, Sirena, dama ripicchiata e decaduta, che si dà tutte le pene del mondo per maritare Silvia a qualche nobile di gran nome e di poca valuta, sperando un generoso compenso per le sue prestazioni di paraninfa. Crispino la lega al carro del suo padrone. Se ella riuscirà a sposar Silvia a Leandro, Leandro le pagherà una somma favolosa. Ed ecco Sirena avvinta anch’essa agli interessi di Leandro, travolta nel loro vortice. A lei verranno ad aggiungersi altri: l’oste che ha fatto credito all’avventuriere; Pantalone che gli ha affidato fior di zecchini.
Mentre la rete si intreccia, Silvia conosce Leandro e si innamora di lui. Anche Leandro piglia fuoco, e, nella malinconia primaverile dell’amore, quel fondo di buon ragazzo che c’è in lui viene a galla. Egli si ribella agli intrighi che Crispino ordisce per dargli Silvia; e narra a Silvia il suo passato lacrimando di rossore e di passione. La fanciulla, romantica avanti-lettera, ama di più il bel cavaliere sventurato e colpevole. Ad un certo momento pare che anche questo amore sia inutile. Pulcinella ha scoperto certe trappolerie di Crispino a suo danno; è giunto da Bologna il dottor Balanzone armato di innumerevoli atti di accusa contro Leandro e Crispino; Pantalone, l’oste, inferociti, chiedono giustizia; il Capitano è deluso; Arlecchino diffidente. Ma Crispino è pronto a superare gli ostacoli. Fa notare che giova agl’interessi di tutti favorire, aiutare la fortuna di Leandro. Se Leandro sposerà Silvia diventerà padrone del molto danaro di Pulcinella. Allora Sirena incasserà una bella somma; l’oste e Pantalone ricaveranno il capitale e l’interesse; il Capitano e il poeta continueranno ad avere un protettore prodigo e luminoso; e il dottore intascherà i suoi onorari. Subito tutti quegli interessi creati da Crispino, ringhiano contro l’ostinato Pulcinella, lo minacciano, lo supplicano, lo consigliano, e, finalmente, lo inducono a consentire alle nozze.

Mentre ieri sera passavano davanti ai miei occhi le vecchie maschere, anzi i fantasmi infreddoliti delle maschere, alle quali nessuno oramai può ridare la gaiezza potente che ogni sera nasceva e si rinnovava per un prodigio del quale ignoriamo il segreto, io pensavo alla mirabile commedia che si sarebbe potuta scrivere avvicinando il tema di questi Interessi creati, alla vita reale, osservata, sentita, indagata, riprodotta con tratti incisivi, originali, rivelatori e pittoreschi. Mostrare come la lega degli interessi, provocata astutamente, possa, ad un certo punto, far sorgere intorno ad un briccone mille complici, alcuni anche in buona fede, alcuni anche onesti, ma costretti a servire un briccone per salvar sé stessi; ecco un assunto degno di un grande commediografo, sia che gli piacesse ordire una commedia di rapida intensa azione, sia che avesse tanto robusto ingegno da tentare il gran quadro di costumi, audacemente scavando nelle anime degli uomini e nell’anima collettiva. Un tentativo di questo genere fece già lo Scribe con una commedia che fu celebre: La Camaraderie; ma sfiorò il tema brillantemente, senza approfondirlo. Il Benavente, uno dei maggiori scrittori, non solo del teatro spagnolo, ma di tutto il teatro contemporaneo, aveva posto la mano sopra una materia ricca di umanità; poteva scrivere una commedia satirica, un dramma; anche una tragedia; e s’è limitato a comporre un giuoco di maschere, senza ingegnosità e senza vivacità, servendosi di esseri ambigui che sono vestiti come maschere, e come maschere ghignano, ma hanno una voglia matta di diventar simboli; simboli come intende il teatro moderno, cioè tenui personificazioni di idee semplici, chiare, comuni, che, se mai, per essere portate sul teatro, han bisogno del calore della vita appassionata, e non delle frigide stilizzazioni.
   
© Sipario 2011