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Inseparabili (Gli)
di Germaine Lefranc
Corriere Lombardo, 10 marzo 1952

Non avrei mai pensato alla fine di un romanzetto roseo familiare, affettuoso e assennato come Gli inseparabili della signora Germaine Lefranc, importata e ospitata con cordiale simpatia da Vivi Gioi e Luigi Cimara, non avrei mai pensato di vederci scappare il morto. D’altro canto, è anche vero che, deserto com’è di ogni qualsiasi altra sorpresa e invenzione non solo psicologica ma anche cronistica, in mancanza di meglio, un cadavere alla fine, preceduto da una rivoltellata è pur sempre qualche cosa. Stavo per dire fa sempre piacere. Se non altro ci si immagina che poi chiameranno un medico a portare dei soccorsi che si riveleranno inutili; egli redigerà un regolare certificato di morte mentre telefoneranno alla questura; ci saranno degli interrogatori per stabilire le responsabilità; la mattina dopo i giornali ne parleranno; faranno un funerale e forse qualcuno pronuncerà un discorso. Insomma si va a letto consolandosi all’idea che se non accade niente nella commedia qualcosa almeno promette di accadere dopo la commedia.
I tre atti raccontano un amore che finisce. Luisa è una giovane donna povera, timida, mite e rassegnata; senza più illusioni e speranze dacché un matrimonio, del resto non felice, è stato interrotto con la precoce morte del marito. Giovane ancora, bella e, sotto la cenere, ardente, essa considera chiusa la propria vita sentimentale e bloccato l’avvenire. Vive occupandosi di una madre anziana non troppo salda in salute e che raggiungerà serenamente il regno dei cieli lungo il corso della commedia; ospite di un fratello il quale non brilla per generosità e per eccesso di affetto. Sul grigio crepuscolo di questa crepuscolare esistenza brilla all’improvviso la luce di una passione esaltatrice. Luisa è andata a far visita per qualche settimana a certi amici di famiglia. In casa loro conosce Luciano Quaranta. Il bel Luciano è un pittore di vaglia e un uomo ricco e godereccio. Fino allora egli non s’è voluto mai ammogliare preferendo una serie successiva di amanti, cogliendo le spontanee gioie che la vita offre alla sua esuberanza, alla sua simpatia e ai suoi quattrini secondo un naturale temperamento che lo porta ad essere un amante se non proprio ideale, desiderabile, mentre sarebbe un marito senza vocazione e condannato a fallire, come si vedrà.
Luciano fa la corte a Luisa; Luisa si lascia far la corte da Luciano. La passione divampa tanto nella vedovella che diventa anche lei la sua amante senza perder tempo. Ma è divampata altrettanto anche in Luciano il quale, per vincere gli intralci che la famiglia, l’estrazione sociale e i rispetti morali della donna, opporrebbero alla comodità di poter stare sempre insieme e il più possibile dopo il calar del sole, decide, lì per lì, di chiederla in moglie; e in quarantott’ore o poco più se la sposa.
Passano dei mesi felici finché interviene quella che gli specialisti della narrativa amorosa chiamano la “crisi”. A forza di stare insieme giorno e notte, pranzo e cena, Luciano si è raffreddato. Luisa – facilitata in ciò dalle marachelle costruttive dell’autrice – crede che ci sia di mezzo una donna, la solita amica di famiglia subito disposta a rendere questo genere di servizi come le mie lettrici maritate sapranno. Magari così fosse. Superata la scalmana, essa potrebbe ancora contare su un ritorno dell’infedele all’antico affetto celebrato dall’enciclica dei casti connubi. Invece Luciano non se la fa con nessuna nuova amatrice; egli è puramente e semplicemente stanco, annoiato, infastidito di lei. Torna fuori il motivo che lui è nato amante integrale e basta; e non si può continuare a vivere come amanti, essendo marito e moglie, oltre un certo tempo. È allora che Luisa, piuttosto di accettare la situazione umiliante della innamorata estranea vicina ad un uomo che ormai le nega qualsiasi partecipazione alla sua vita limitandosi a una educata convivenza e niente più, si rivolge alla cronaca nera e decide di spararsi un colpo di rivoltella e andarsene all’altro mondo in umile dignità.

La commedia ha il merito di una fattura sciolta seppur monotona, e qua e là un po’ puerile, e di un ritrattino femminile delicato seppur convenzionale. Nel terz’atto, il meno peggio dei tre, essa trova una propria commozione discreta e misurata che fa partecipi di un piccolo dramma dalla facile presa su un facile pubblico. E infatti, se si eccettuano alcuni pallidi dissensi dopo il second’atto, la serata si è chiusa fra cordiali accoglienze tributate allo spettacolo allestito all’Odeon con affettuosa solerzia da Corrado Pavolini e recitato con acerba e spontanea innocenza da Vivi Gioi, con disinvolta franchezza da Gabriele Ferzetti, con noncurante eleganza da Luigi Cimara sacrificato in un personaggio marginale; e con volonteroso scrupolo dalla Alfonsi, dalla Sassoli, dalla Nova, dallo Scaccia, dalla Sini, dalla Frai e in genere da quasi tutti gli elementi della compagnia notevolmente rinforzata in questa sua seconda apparizione a Milano.
   
© Sipario 2011