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Innocenti (Gli)
Gli Innocentidi Per Fly, con Jesper Christensen, Beate Bille, Pernilla August, Danimarca.
 
La Repubblica, 13 aprile 2007
Il film è l'ultimo capitolo della trilogia di Per Fly
"Gli innocenti", se il maturo professore cerca la passione lontano da casa...

In gioventù il professor Carsten ha militato con la sinistra radicale. Ora, cinquantenne, si limita a predicare la disobbedienza a lezione; ma non lo potresti nemmeno definire un "cattivo maestro", tanto le sue parole appartengono alla routine della militanza antagonista. Salvo che un giorno Pil, sua ex-studentessa e attuale amante, s'imbarca in un attentato durante il quale un agente di polizia è investito e ucciso. L'uomo prende incondizionatamente le difese della ragazza, di cui è innamorato, perde il lavoro, lascia la moglie Nina (la bergmaniana Pernilla August) e va a vivere con Pil. Capitolo conclusivo della trilogia che il danese Per Fly ha dedicato alle classi sociali, Gli innocenti non è tenero con la classe media, i cui esponenti sono rappresentati come portatori di ambiguità morale, gente in fuga dalle responsabilità volta a volta debole, cinica, vendicativa. Non è piacevole - eppure può assolvere a una funzione terapeutica - riconoscere nei diversi personaggi comportamenti propri della nostra epoca; che il professore, terrorizzato dalla prospettiva di una vecchiaia senza più passioni né stimoli, compendia fino a cacciarsi in una via senza uscita, un inconsapevole "cupio dissolvi" dai risultati inesorabilmente opposti ai suoi desideri.
Senza pietà per chi cade, però controllato e mai predicatorio, Fly (nomen omen?) avrebbe soltanto potuto risparmiarsi la metafora ricorrente del parapendio, unica ovvietà in un film che, per il resto, non lo è affatto.

Roberto Nepoti
 
Il Tempo, 10 aprile 2007
Alla disperata ricerca dell’innocenzaNel riuscito film del danese Per Fly l’angosciante processo psicologico di un uomo in crisi

di GIAN LUIGI RONDI

Un autore danese di qualità, Per Fly. I suoi due primi film, "La panchina" nel 2000 e "L’eredità" nel 2003, non sono stati visti da molti qui in Italia, ma avevano meriti solidi, narrativi e stilistici, nell’ambito di un cinema di forte impegno sociale e psicologico. Come adesso, con questi "Innocenti", in cui lo vediamo tracciare un itinerario lacerante e tormentato tra le pieghe di un carattere sviscerato in tutti i suoi angoli più riposti. Quello di Carsten, un docente universitario legato, da una relazione sentimentale, a una sua allieva, Pil. In cattedra ha messo spesso l’accento sui mali della società, tenendosi però solo alla teoria, Pil, invece, che è un’attivista extraparlamentare, ha deciso di opporvisi con la pratica e una sera, dopo un’incursione in una fabbrica d’armi insieme con due compagni, nella fuga investe e uccide un giovane poliziotto. Cartsten che l’ama, anziché indurla a costituirsi, le consiglia di tacere e prende a tal segno, pubblicamente le sue parti che lo costringono a lasciare l’insegnamento, mentre la moglie lo abbandona. Così anche se Pil, con i suoi complici, verrà arrestata, al processo, dato che insiste nel proclamarsi innocente, verrà assolta, tra la disperazione della vedova del poliziotto che prima la perseguita per conoscere la verità, poi, straziata, si uccide. Adesso è la volta, per Carsten, di disperarsi. Ha perso tutto, famiglia e lavoro, e presto perde anche Pil cui ora chiede invano di costituirsi. Come invano la denuncerà dato che non può in alcun modo provare la sua denuncia. Distrutto, solo, senza più niente a sostenerlo... Appunto un angosciante processo psicologico. Prima quell’amore cui, quasi con fierezza, il protagonista sacrifica tutto, poi un pentimento che non lo porta da nessuna parte. Nel gelo. In cifre che scavano in profondo, dando rilievi fortissimi prima ai contrasti e poi alle contraddizioni, con una intensità drammatica (ed emotiva) che in tutti i personaggi, ma soprattutto in quelli principali, fa vibrare via via delle note sempre più nere, all’insegna di un rimorso che non sa però giungere ad alcun riscatto. Reso anche più oppressivo da immagini in cui, nonostante la luminosità nordica che le pervade, domina solo un grigio claustrofobico che tutto annienta. Con un solo errore di gusto: la metafora insistita di un deltaplano che, anziché sottolineare lo sconcerto del protagonista, ne infrange, anche nei passaggi più salienti, le tensioni. Dà volto a questo protagonista Jesper Christensen, già visto negli altri due film di Pyl: una maschera scolpita nel legno, dilaniata, incisa.

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