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Giù al nord
di Dany Boon
con Dany Boon, Kad Merad (Francia, 2008)
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Il Manifesto, 14 novembre 2008
Un film contro i pregiudizi sui nordici tontoloni
Chi tornava dalla Francia raccontava di aver visto un film straordinariamente divertente, Bienvenue chez les Ch'tis e ancora rideva mesi dopo ricordando le battute e i giochi di parole. Si tratta del più grande successo francese al botteghino di tutti i tempi, venti milioni di euro e il film è arrivato anche in Italia, tradotto come Giù al nord (proprio come lo spettacolo di Antonio Albanese, Enzo Santin e Michele Serra). Bisogna dire che la posizione sul doppiaggio espressa su queste pagine è restata immutata: perché infatti continuare a trattare il pubblico italiano da sottosviluppato mentale? Non è più l'analfabeta degli anni trenta, quaranta, cinquanta e anche sessanta e in più fa parte dell'Europa e non si capisce perché dobbiamo continuare con questo protezionismo linguistico. Insomma Giù al nord doppiato è piuttosto agghiacciante, nonostante ci sia, tra gli altri, la voce di Stefano Masciarelli a tentare il vernacolo nordico. Lo «sci sci» dei nordici lo imparavano presto anche i meridionali che andavano a lavorare in Piemonte e Lombardia, anche se resta inarrivabile il «noio voulevon savuar...» di Totò con il «se ghe?» del vigile milanese nella nebbia. La situazione è simile, trasportata in Francia. Philippe Abrams (Kad Merad), direttore delle poste è ossessionato dalla moglie che vorrebbe andare ad abitare sulla Costa azzurra e lui per accontentarla fa ricorso a raccomandazioni e sotterfugi per essere trasferito finché viene mandato per punizione a Nord Pas de Calais, nel paese di Bergues.
I luoghi comuni sul nord si sprecano, altrettanto quanto quelli sul Belgio: il paese dei minatori, dove piove continuamente, dove regna l'atmosfera malinconica du plat pays che cantava Jacques Brel (canzone che infatti accompagna il protagonista nel suo primo viaggio in auto). Si aspetta di incontrare abitanti zotici, volgari, un po' tontoloni. Una vera disgrazia essere mandati lì. Dany Boon, il regista, comico assai famoso in Francia (Il mio migliore amico di Patrice Leconte), è nato ad Armentières, nel nord, e fino all'età di 12 anni non ha mai parlato in casa il francese, ma solo il dialetto della Picardia (la famosa langue d'oïl), il dialetto chtimi che si dovrebbe parlare nel film se non fosse barbaramente trasformato in italiano inventato. Dany Boon interpreta il postino Antoine, è lui ad accogliere calorosamente il povero Philippe che dopo un primo smarrimento è conquistato dalla gente, dal cibo, dalla cordialità, dagli sport a vela e a cavallo sulla spiaggia, e perfino dalla squadra di calcio - fiers d'etre lensois - il Lens. La moglie che non ha voluto sfidare il gelo e la terra inospitale ed è rimasta a casa, si preoccupa per lui e lo accoglie finalmente con gentilezza ogni fine settimana, finché non le viene in mente di andare a vivere anche lei al nord per non lasciarlo solo e i nuovi amici dovranno fare una messa in scena per farle cambiare idea, perché solo stando lontani il matrimonio è salvo.
Silvana Silvestri
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Panorama, n. 45 2008
Felicità fa rima con semplicità
Per capire il successo in Francia (ma non solo) di questa commedia rapida e scorrevole (con un eccezionale Dany Boon, anche regista), ma priva di particolari qualità, bisogna far ricorso a strumenti altri dal cinema. Non che sia un male: se un piccolo film supera ogni record d'incasso, vuol dire che gli spettatori vi hanno trovato almeno una sintonia con il loro presente (e con la nostalgia del passato). L'impiegato postale Kad Mérad, che aspira a un posto in Costa Azzurra, è mandato per punizione a Bergues, nel Nord piovoso, grigio, arretrato, dove si parla lo ch'tis, lingua del tutto incomprensibile. Fra patate
fritte al chiosco della piazza centrale e spirito più che sempliciotto, nelle tristi brume della regione di Lilla, troverà la felicità. La trovata sta nel fatto che, vergognoso, non lo racconta alla moglie rimasta a casa, fingendosi ancora depresso: nessuno troverebbe chic la sua passione per il Nord. Spettatori impazziti in Francia (in Italia dipenderà dal doppiaggio), famiglie intere sono tornate al cinema come in pellegrinaggio nei luoghi degli affetti, tipo «quando eravamo più semplici stavamo meglio». C'è chi ha parlato di piccole patrie, localismo, leghe più o meno separatiste. A me sembra solo un'affettuosa commedia caminetto che coglie la rivolta contro nevrosi, globalizzazione ed economia virtuale. In epoca di borse a picco i sempliciotti riportano il sorriso.
Piera Detassis
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Corriere della Sera, 1 novembre 2008
«Giù al nord» una lezione di buonumore
Il titolo originale di Giù al nord suona Bienvenue chez les Ch' tis, l' epiteto riferito a un buffo modo di parlare che caratterizza gli abitanti della regione Nord-Pas de Calais. Ma vi immaginate cosa accadrebbe se un film nostrano osasse chiamarsi Benvenuto fra i terroni? Del resto un precedente storico c' è: nel 1950 Pietro Germi aveva scritto, con Fellini e Pinelli, un copione intitolato proprio Terroni che raccontava l' odissea di un gruppo di clandestini siciliani emigranti in Francia per trovare lavoro. Figuriamoci, insorse l' Italia tutta e il film diventò Il cammino della speranza. Il film made in France (che arriva da noi sforzandosi di rispecchiare gli intraducibili scherzi del «patois» originale) lungi dall' offendere ha attirato nell' Esagono oltre 20 milioni di spettatori. Sfatando il luogo comune criptorazzista, che definisce la regione incriminata inospitale e barbari i suoi abitanti, il film ha suscitato anzi una benefica curiosità per la cittadina di Bergues (4 mila abitanti), finora ignorata e oggi meta privilegiata di comitive turistiche in cerca di paesaggi suggestivi, gente allegra e buona tavola. Nell' innocente commediola, recitata alla maniera del vecchio varietà e puntellata di trovatine da vignetta, il dirigente postale Kad Merad ha fatto carte false onde ottenere il trasferimento al mare tanto desiderato da sua moglie. Quando invece lo spediscono in provincia di Lille tutti lo compiangono perché la plaga gode di una pessima fama, che però il protagonista scopre infondata immergendosi fra i «ch' tis» e diventando uno di loro. Scritto, diretto e interpretato da un attore-autore alle prime prove che si chiama Dany Boon, avendo però alle spalle il talentoso produttore Claude Berri, il filmetto ha il merito di non suscitare solo risate, ma di riproporre il problema della sottovalutazione di una vasta plaga della Francia. A lungo sui giornali parigini non si è parlato d' altro, c' era chi plaudiva e chi polemizzava, chi sprizzava orgoglio strapaesano e chi lanciava accuse di populismo. Dalla curiosa vicenda dovrebbe imparare qualcosa il nostro Bossi, che ispirandosi al modello potrebbe finalmente imporre la mordacchia alle intemperanze di Calderoli e tradurre le invettive leghiste in chiave di buonumore. Abili politici del «paese piatto» hanno infatti affidato il restauro della propria immagine non a tronfie rivendicazioni storiche, ma a una commedia ironica. L' eterno conflitto fra il neopatriottismo padano e il vetero separatismo delle Due Sicilie potrebbe finalmente ammorbidirsi in un innocuo ping pong di battute.
Tullio Kezich
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Il Giornale, 7 novembre 2008
Giorni amari nel nord della Francia
Riuscirà quest'anno il cinema francese a incassare da noi più del solito 1 o 2 per cento, grazie a Giù al nord ? Questa commedia sui pregiudizi regionali piacerà più del Favoloso mondo di Amélie Poulain, ultimo film francese - esclusi gli atroci Astérix - ad avere una vasta eco italiana? Di certo la prima mezz'ora offre motivi per sorridere e uno (il controllo della polizia stradale per eccesso di... lentezza) anche per ridere. L'impiegato delle poste (Kad Merad, arabo ha un personaggio iperfrancese, stile De Funès) traina in partenza, non una volta giunto a Bergues, nel nord della Francia, quando ai suoi pregiudizi per gli indigeni subentrano le tenerezze.
voto 6,5
MC
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Il Messaggero, 7 novembre 2008
Delizioso in francese
filmetto in italiano
L'inizio è esilarante. Trasferito d'imperio fra le nebbie dell'estremo Nord, dopo essersi visto smontare una serie di espedienti che neanche in Italia, il funzionario delle poste francesi Kad Merad sprofonda nell'orrore. Il Nord del Pas de Calais? L'inferno! Una terra maledetta, corrosa dalle pioggie e da un idioma molesto: lo ch'ti, una specie di zeppola che altera suono e senso. Una volta sul posto il povero provenzale scoprirà che non è vero niente e che anche se dicono "chiulo" invece di culo, e "cosce" per cose, i cugini del Nord sono dei pezzi di pane (bella trovata quell'antico organo suonato nei momenti clou). Peccato che il doppiaggio non riesca a rendere i bisticci dell'originale (troppa grazia qualche copia sottotitolata?), e che il massimo campione d'incassi francese di sempre, in italiano resti una commediola. A riscoprire in chiave comico-sentimentale le piccole patrie, nella Francia si scoperchia il vaso di Pandora. Ma nel paese dei campanili è come sfondare una porta aperta.
Fabio Ferzetti
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Il Mattino, 1 novembre 2008
Nord e Sud uniti in commedia
In patria sono andati a vederlo in massa e al box office ha fatto meglio di «Titanic». La prova più difficile, però, «Giù al Nord» («Bienvenue chez les Ch'tis») sta per affrontarla solo ora per due inoppugnabili ragioni: il cinema francese di cassetta quasi mai concede la replica in Italia e lo spunto vincente si basa tutto sul dialetto parlato nel Nord-Pas-de-Calais. C'era da far tremare le vene ai polsi ai doppiatori che, a conti fatti, hanno eseguito un discreto lavoro mettendo in bocca ai personaggi una parlata che da noi non esiste (o meglio assomiglia a una commistione di dialetti nostrani): è ovvio che parte dello spasso suscitato oltralpe vada perduto, ma quantomeno non si tradisce il meccanismo comico (l'accento e il vocabolario in questione risultano indecifrabili in tutto il resto dell'Esagono). L'esile commedia riguarda il direttore di un ufficio postale in Provenza che, per cercare di compiacere una moglie inquieta, cerca d'imbrogliare i superiori e rischia di essere licenziato. In realtà gli succede di peggio: almeno per due anni dovrà marcire nella micro-filiale di Bergues nel profondo Nord. Una sorta di simil-Belgio che accoglie il malcapitato porgendogli alcune delle qualità care alle canzoni di Brel: rovesci di pioggia, brume perenni, strade deserte all'imbrunire, formaggi puzzolenti, zero mondanità e una popolazione di cupi villici e mezzi ubriaconi. Quel che più spiazza lo stralunato protagonista franco-algerino Kad Merad è, però, proprio il molesto dialetto «Ch'ti» - in cui la s suona «ch» e il toi e il moi diventano «ti» e «mi» - che fa sembrare gli interlocutori ancora più beoti, a partire dall'impiegato-Virgilio impersonato dal soggettista e regista Dany Boon (rivelatosi ne «Il mio migliore amico» di Leconte). Quest'ultimo s'incaricherà, come ampiamente prevedibile, di conquistare il riluttante straniero smontandone i pregiudizi e integrandolo in una comunità oggettivamente stramba, ma in realtà semplice, leale e premurosa. Lo stile di Boon sta tutto nelle pennellate leggere e maliziose e nei toni farseschi sì, ma come tenuti a freno, che permettono agli attori - tra cui fa capolino anche un invecchiato e cavernoso Michel Galabru - di eseguire con grazia ed efficacia i rispettivi siparietti.
Valerio Caprara
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La Stampa, 31 ottobre 2008
Nel Nord beota la risata è servita
Assai indovinato (e non capita spesso) il titolo italiano di Bienvenue chez les Ch'tis, la commedia che in Francia ha battuto ogni record assoluto di incassi per un totale di quasi 25 milioni di spettatori, relegando al secondo posto perfino Titanic. In sé paradossale, l'espressione Giù al Nord gioca infatti sul ribaltamento del cliché settentrione ricco e civile-meridione povero e arretrato, che è una delle idee vincenti del film scritto, diretto e interpretato da Dany Boon. Dove a essere depresso e selvaggio è il Nord: non l'Ile- de-France naturalmente, o la pittoresca Bretagna o la ricca Normandia. Bensì il Nord-Pas-de-Calais che molto assomiglia al limitrofo Belgio, il malinconico plat pays cantato da Jacques Brel: grigio, nebbioso, investito da venti gelidi e piogge implacabili, e abitato da una popolazione di beoti e mezzi ubriaconi, così vuole la vulgata, che parla questo incomprensibile dialetto del ch'tis, per cui la s si pronuncia sc.
Qui viene spedito in punizione Kad Merad, direttore dell'ufficio postale di Salon de Provence, che per via delle esigenze della consorte colpita da depressione ambiva invece a esser trasferito ancora più a Sud, in qualche amena località della Riviera. Giunto a destinazione nella brumosa Bergues in una notte di tempesta, con il colbacco in testa e pieno di pregiudizi che gli fanno prendere lucciole per lanterne, Merad scopre una comunità di gente calda, schietta e allegra seppur un tantino bizzarra e si amalgama felicemente con i nuovi amici.
Salvo a fingere con la moglie di trovarsi in un inferno, per non deluderne le pessimistiche previsioni. Finché lei non decide di raggiungerlo ingenerando un buffo teatrino degli equivoci che si risolve in un prevedibile lieto fine.
Nel doppiaggio, costretto a inventare una parlata che da noi non esiste, è ovvio che parte del divertimento vada perduto. Ma il successo fuori dai confini nazionali di questa graziosa commedia, per altri versi convenzionale, potrebbe essere assicurato dalla simpatia che trasmette.
Grazie allo sguardo da dentro e al tono affettuoso con cui Boon racconta la sua regione natia, la satira non è mai offensiva; e la ben assortita coppia che forma con il bravo franco algerino Merad rappresenta un simbolico invito al dialogo al di là delle diversità di lingua, costume e di cultura.
Alessandra Levantesi
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