Testata

home rivista recensioni comunicati i fatti cyclopedia spazio regioni commedia dell'arte biblioteca teatro danza contatti
novità video sostenitori interviste link archivio primo piano cartelloni testi lavoro cerca blog


 

 
  recensioni online        
             
  cinema concerti danza lirica prosa storiche
             
             
  ricerca per titolo    
   
  A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z
             

GIORNO DELLA MORTE DI JOE EGG (UN)
di Peter Nichols
regia di Mario Missiroli
scene e costumie Bignardi
con Alberto Lionello, Carla Gravina, Cinzia De Carolis
IL TEMPO 03/01/70

Una non invidiabile virtù degli scrittori è di far materiale di speculazione letteraria i propri fatti, sentimenti ed esperienze personali, anche i più intimi e segreti e talora miserevoli. A Dio piacendo, però,  si può passare dalle altitudini di Proust alle paludi dell’ultima grafomane del romanzo lacrimevole. Trattasi di una constatazione alla quale il palcoscenico non si sottrae; e anche qui c’è modo e modo, per fortuna: che so?, da Strindberg si può passare a Niccodemi. I ricatti sentimentali a teatro non sono né una novità né una rarità. Ecco qua una commedia la quale, pur passando accanto al melodramma ricattatorio, non ci casca dentro e lo riscatta mercé la crudeltà di un riso sarcastico, in grado di fermare la lagrima, sia di chi l’ha scritta sia di chi la ascolta, senza con ciò nulla togliere alla dolorosa eccezionalità del caso.
Parlo di Un giorno della morte di Joe Egg dell’inglese Peter Nichols. Si tratta di un copione immerso fino al collo in una desolazione autobiografica; che si recensisce con molta pena non destituita da un po’ di ripugnanza. L’autore ha vissuto la tragedia di una figlia vegetante nelle tenebre di una forma spastica, multiplegica ed epilettica. Alla ribalta si assiste, appunto, alle conseguenze sulle relazioni psicologiche di una coppia di sposi dovuta al convivere, da dieci anni, con un misero mostricino condannato su una carrozzella, inerte, muto, privo di qualsiasi luce dell’intelligenza, ridotto letteralmente allo stato animale, e, per soprammercato, squassato da continue convulsioni. Figuratevi anno per anno, mese per mese, giorno per giorno questa esistenza, quest ‘ “adattamento” a una situazione di eroico sacrificio sì, ma anche di comuni esigenze e di naturali egoismi che, per quanto repressi, finiscono inevitabilmente per filtrare dal quotidiano comportamento. Quali e quante tortuosità, svarianti dal sublime all’abbietto, possono torcere le loro psicologie e lacerare i loro rapporti. Tutto il bene e tutto il male che fermenta dentro alla natura umana esce a fiotti. Accusarsi e difendersi, compassionare e compassionarsi, consolarsi e ferirsi, desiderarsi e respingersi. Volersi bene e odiarsi fanno parte della loro vita quotidiana, resa tanto maggiormente allucinante e traumatizzante dall’esigenza di mostrarsi, all’esterno, come una normale coppia di tanto modesti e mediocri cittadini quali essi sono: lui un povero maestro di scuola, afflitto da tutte le frustrazioni vittimistiche di un’infanzia dominata dalla madre; lei una leale donna di casa che si vede sfiorire giorno per giorno.
E allora, per aiutarsi a tirare avanti, si abbandonano a giochi e commedie private pericolose, veri e propri psicodrammi atroci: inquietanti ludi sadomasochistici di umor nero. Recitano l’attesa della nascita della bimba senza che passi loro nemmeno per la mente che possa riuscire una creatura men che normale; rievocano i ben cinque giorni che durò il parto fatale; mimano, calcando sardonicamente la mano, le scene di tutti i luminari dai quali la fecero visitare, e dei sacerdoti ai quali si rivolsero nella speranza di un miracolo.
Fanno anche qualcosa di più sconvolgente. Inventano per quel muto e sordo troncone di mera vita vegetativa diverse personalità e svariate biografie. Giochi della disperazione sul filo di un umorismo patibolare. E, in un certo senso, lo sarà anche il tentativo, fallito, di infanticidio, tentato dal padre e suggerito da un groviglio di ribellione e di pietà.
La commedia è insolitamente originale e coraggiosa fino alla ostentazione dello spasimo nudo e crudo, in modi che, apparentemente, lo contraddicono; anche se alle spalle di essa è riconoscibile il reflusso degli “arrabbiati” e si avverte la lezione di Albee. Altri bersagli e in parte altro tono, ma siamo pur sempre al feroce dilaniamento e alla allucinante visionarietà del rapporto familiare di Chi ha paura di Virginia Woolf?
La commedia è stata tradotta e ridotta con mano un po’ pesante, rispettivamente da Maria Codecasa e Gerardo Guerrini. Su questa base, il regista Missiroli e lo scenografo e costumista Bignardi, nonché un non richiesto complesso musicale, hanno lavorato di conseguenza. Ma, sia pure entro quest’opinabile spostamento di tonalità, Alberto Lionello (un gigionismo vittimista tenuto sul filo del rasoio) e Carla Gravina (una lealtà verace) sono stati degli interpreti eccellenti, un po’ esagitatamene assecondati dai pochi altri, non esclusa, nel suo convulsionario silenzio, la piccola attrice Cinzia De Carolis.

   
© Sipario 2011