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Giardino di limoni
Giardino di limonidi Eran Riklis
con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Tarik Kopty, Amos Lavi
 
Il Manifesto, 12 dicembre 2008

Guerra dei limoni o Beckett in Israele

Gli incassi di tutte le sale italiane dove viene proiettato Il giardino dei limoni questo bellissimo (e non allineato) film israeliano, reduce dal Tff, ma soltanto l'incasso di oggi, cioé quello del primo giorno di programmazione, andrà in sottoscrizione al manifesto. Dunque diffondete la notizia a tutti, fatela circolare su internet e su Facebook.
Il produttore e regista israeliano Eran Riklis, 54 anni, studi in Gb, ha, con questo lucido apologo sul conflitto in Palestina - il suo settimo lungometraggio - messo in guardia il prossimo governo di Tel Aviv dal proseguire nella politica di isolamento dal mondo e di continuo autoimprigionamento (la costruzione del muro apartheid è il simbolo concreto di questa politica suicida).
Il film, agrodolce, ma fa più male di un pamphlet, batte anche bandiera francese tedesca e britannica, a confermare lo spirito «aperto» di una pellicola che racconta (non senza perfidia sullo stato di diritto israeliano, formalmente impeccabile) la battaglia indomita e disperata (avvenuta davvero) di una piccola coltivatrice palestinese (nel film è una vedova dal suggestivo e testardo nome di Salma Zidane), per salvare dalle ruspe armate di Tel Aviv i suoi alberi di limone (nella realtà erano ulivi), eredità del padre. Che da lei e da un suo vecchio agricoltore fidato vengono trattati e innaffiati come si fa in Paradiso. Salma fa appello, in un crescendo mai grottesco, sempre documentaristico, alle autorità militari, poi al tribunale civile e infine alla Corte suprema, spalleggiata solo da un giovane avvocato.
La sfortuna nera del giardino è infatti quella di trovarsi in Cisgiordania, e proprio di fronte alla villa, appena acquistata, dal ministro della difesa, in terra israeliana non ancora protetta dall'altissimo muro (voluto appunto da Ariel Sharom e da Abraham Yehoshua, smaniosi di imprigionarsi). E i servizi di sicurezza di Olmert temono che proprio da quelle folte fronde verdeggianti (troppo fertile quel giardino per lo stereotipo di Israele, che vede sempre il verde tutto e solo «da una parte», la sua) possano sbucare pericolosi attentatori e kamikaze.
Così il piccolo appezzamento verrà cinto da un reticolato, e fatto deperire, perché alla donna non è più concesso innaffiarlo. Non mancherà la guardia armata a proteggerlo dall'alto (lo svelto» è il nomignolo affibiatogli dal suo plotone, perché si frigge il cervello con i quiz radiofonici) e quando serviranno i limoni (in occasione del party di inaugurazione della villa) ecco che i soldati sfrontatamente andranno a staccarli, a rubarli, a deturparli (è roba loro, tanto).
Ma gli alberi sono come delle persone, dice il vecchio contadino. Infatti quegli alberi di limone stanno non solo per i milioni di ulivi sradicati dallo stato-chiesa ma per le centinaia di palestinesi «potati» o cacciati dalle proprie terre e dalle loro case e per le centinaia di villaggi spariti dalla cartina geografica di Israele.
Nessuno aiuta la donna, neanche il figlio in diaspora, che la vorrebbe con lei a Manhattan, o i capi comunità, più islamisti che islamici, preoccupati solo per il comportamento scandaloso della signora (qualche velo in meno, qualche uomo che dorme da lei in più...) che dalla giustezza politica di quella piccola grande battaglia (e infatti una granata, dagli arbusti, la lanceranno pure). Persino l'avvocato di Salma, bandiera dell'autorità palestinese sulla scrivania, utilizza (e seduce) la donna più per farsi un nome (e un'altra sposa) che per vera militanza e alto senso di giustizia. Selma troverà al suo fianco solo donne olo donne. Giornaliste straniere e penne locali ma «all'americana». E perfino la moglie del ministro (anche lui sciupafemmine) che, a poco a poco, capisce che c'è qualcosa che l'accomuna alla signora del giardino di fronte. Entrambe si riconoscono finalmente, guardandosi negli occhi, abitanti di serie b di una stessa terra, rappresentanti di due popoli che potrebbero gestire insieme, e senza mettersi steccati contro, la stessa nazione, estiguendone padroni, ortodossia religiosa e machismo fanatico reciprocamente subito, e tornando alle inevase, risoluzioni Onu, cui lo stesso Obama oggi fa appello.
Nel Grido della terra (1949) di Duilio Coletti, recentemente restaurato dalla Cineteca Nazionale, unico film in yiddish della storia del cinema italiano, perfino i terroristi armati della causa ebraica non volevano forse liberare la «loro Palestina» dal colonialismo occidentale, e non si chiamano forse anch'essi «palestinesi»?

Roberto Silvestri

 
Il Mattino, 13 dicembre 2008

Un'allegoria della pace

Al di là della scontata identità di «israeliano democratico», Eran Riklis è un cineasta completo (si produce i film da sé) e un ottimo direttore di attori. Già convincente con «La sposa siriana», infatti, firma in accattivante scioltezza «Il giardino di limoni», fiaba gentile sul sogno di coesistenza pacifica tra israeliani e palestinesi impreziosita dalla prova di Hiam Abbas. La matura e credibile attrice vi interpreta il ruolo di una vedova che vive in Cisgiordania ed è legatissima alla sua splendida e redditizia limonaia. Un brutto giorno il ministro della Difesa israeliano decide di costruirsi una villa al limite della frontiera, esattamente ai bordi dell'agrumeto: facile immaginare come i militari decidano d'intervenire drasticamente sul quell'angolo incantato che potrebbe favorire gli assalti terroristici... Il film gioca le sue carte in abile equilibrio tra umorismo e rabbia, neorealismo e allegoria, cronaca ed ecologia. Potrebbe disturbare l'innegabile prevedibilità del racconto, fortunatamente la protagonista schiva le trappole buoniste e riesce a illuminare lo schermo non solo grazie alle parole e ai gesti, ma soprattutto grazie ai silenzi.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 12 dicembre 2008

Sa di limone la pace in Medio Oriente

Salma e Ziad sono fatti per incontrarsi, infatti sono gli unici che usano le mani. Gli altri, i potenti, scrivono, parlano, telefonano, danno ordini, impugnano armi, rilasciano interviste. Salma invece fa una squisita conserva di limoni, lo vediamo sui titoli di testa, e la fa con le sue mani, taglia, affetta, condisce, imbottiglia. Da donna di una volta, legata carnalmente alla terra e ai suoi frutti. Piacente vedova sui 40 (la sempre squisita Hiam Abbass), la palestinese Salma ha infatti ereditato dal padre un rigoglioso Giardino di limoni, noto in tutta la regione, che ora rischia di essere abbattuto.
Il Ministro della Difesa israeliano si è trasferito con sua moglie proprio lì accanto, appena oltreconfine. Quegli alberi sono una minaccia. Qualche terrorista potrebbe nascondervisi, insomma vanno sradicati senza indugi. Naturalmente Salma, che non sa nemmeno leggere l'ebraico, si oppone. Quei limoni sono tutto: il suo sostentamento, la sua memoria, la sua identità. Ad aiutarla però c'è solo il giovane e disordinatissimo avvocato Ziad, di ritorno dalla Russia dove ha preso l'abitudine di mangiare sardine e teme sempre di avere le mani maleodoranti...
La finezza di questo dettaglio, che può anche passare inosservato, dice tutta la cura e la miracolosa concretezza di un film che concentra una questione complessa come quella mediorientale in un fazzoletto di terra e un pugno di personaggi. Senza demonizzare nessuno: il ministro è indifferente, ma non è un mostro; sua moglie, sempre confinata a casa e già in crisi per conto proprio, vorrebbe tanto aiutare quella vicina di cui non capisce la lingua (anche se nel doppiaggio parlano tutti italiano...), ma non va oltre una muta intesa a distanza (e un'intervista esplosiva nei confronti del marito). Quanto ai palestinesi, anziché Salma difendono "l'onore" del suo defunto marito (l'avevamo detto che Salma e Ziad sono fatti per incontrarsi).
Intanto, fra tribunali e servizi tv, i limoni di Salma diventano un caso internazionale. Ma solo le donne, dai due lati della frontiera, sembrano capaci di rispettare e amare la terra di per sé, non come strumento politico. Così come solo le donne difendono valori universali contro l'estremismo che oggi dilania i due contendenti. Nessuna retorica però. Il regista della Sposa siriana sa unire come pochi il crudele e il ridicolo. E i suoi limoni danno un brivido insieme di piacere e sconcerto.

Fabio Ferzetti

© Sipario 2011