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Giardino dei ciliegi (Il)
di Anton Cechov
al Teatro Valle
Teatro Stabile di Roma
regia Luchino Visconti
con Rina Morelli, Paolo Stoppa, Sergio Tofano, Tino Carraro, Massimo Girotti, Lucilla Morlacchi, Armando Migliari, Piccolo, Terrani, Quattrini, Ceccarelli
Corriere Lombardo, 27 ottobre 1965

E così, finalmente habemus ponteficem. Ieri sera, di fronte a una platea splendida d’ufficialità politica, intellettuale e mondana, l’ambigua e insidiosa intellettualità e mondanità romana, narcisisticamente adagiata nel suo scettico snobismo che la condanna alla superficialità del pettegolezzo spiritoso (ma questo è un altro discorso, benché fino a un certo punto) il sipario del teatro Valle s’è aperto sulla prima rappresentazione del Teatro Stabile di Roma. Naturalmente con un classico, naturalmente con uno straniero, naturalmente con Cechov e naturalmente col Giardino dei ciliegi. Ah, la prudenza e il culturalismo retrospettivo dei nostri teatranti! Se non ci fosse Cechov, che cosa farebbero? E noi, eccoci qui, disciplinate sentinelle, a presentare le armi. Anche noi siamo diventati bravissimi a forza di ripeterci.
Cechov – si sa – rappresenta la fase del superamento del realismo, compiuto nell’ambito del realismo stesso ed elimina la frattura fra Antoine e Ibsen, le due grandi strade parallele del teatro moderno. Si trattava di svincolare la scena dal peso dei fatti per i fatti, dalla famigerata tranche de vie, nel migliore dei casi dal documento più o meno polemico, per conferirle estensioni e significati universali, dedotti unicamente dalla propria irradiazione lirica, frutto maturato non tanto da una volontaristica deliberazione critica, quanto da un’inconsapevole intuizione poetica e, di conseguenza, la chiave di volta dell’edificio diventa esclusivamente una questione di linguaggio, il magico linguaggio di Cechov. Ed è, semmai, proprio dalla scoperta di un nuovo linguaggio, fino allora mai udito alla ribalta, che acquista valore di testimonianza e, se proprio si vuole, di denuncia – lo vogliono certi esegeti preoccupati di tirar tutto al sociale – un mondo evocato dall’interesse che occuperà lo scrittore, fino al termine della sua breve e travagliata esistenza, per le due generazioni e le due culture che si davano il cambio sotto i suoi occhi, in un’epoca di grave tensione.
Come Ibsen, come Shaw, come Pirandello, in fondo Cechov non fece che scrivere sempre la stessa commedia. Ma in nessun’altra occasione, forse, come nel Giardino dei ciliegi (1904) che è la sua ultima, il dramma rifiuta di accentrarsi sui singoli eroi e sullo svolgimento d’una vicenda appoggiata all’articolazione di fatti precisi.
Ancora una volta, e più del solito, nessuno è protagonista e tutti sono protagonisti. Il dramma si genera dalla dispersa ma progressiva rivelazione delle intime esperienze depositate nella memoria; dove tutto sembra ormai finito senza essere mai incominciato. È la memoria che, paralizzando la volontà, rende impossibile la ribellione, mentre impregna di sé ogni gesto, ogni pensiero, ogni parola. C’è da domandarsi quanto, in codesto miracoloso risultato di fluidità impressionistica che trasforma in simbolo poetico il dato umano e psicologico, la mentalità obiettiva e classificatrice del medico e la morbida sensibilità del tubercolotico aiutino o contrastino il genio dello scrittore.
Si procede sul filo di un rasoio. Ogni elemento del copione, pur così vivo, brillante, non destituito né di sottile ironia né di partecipe umorismo, si estenua e si esalta in quello che è il vero e solo protagonista: una atmosfera di sovrana malinconia, dove quanto più ciascuno cerca di individuarsi, tanto maggiormente corre il rischio di dissolversi in fragile pulviscolo umano. Piccolo mondo di creature pallide e inutili, malate di sensibilità, ai margini della corrente della vita alla quale si abbandonano senza resistenza, vittime del tedio e dell’abulia.
Essi tornano nella vecchia casa che li ha visti nascere, come stanchi uccelli col piombo nelle ali tornano al nido, richiamati dalla nostalgia del favoloso giardino dei ciliegi, miraggio e simbolo della sicurezza, della felicità, della spensieratezza e dell’innocenza. Così rientrerebbero, se lo potessero, nel grembo della loro madre: anelito subcosciente di regressione freudiana verso l’infanzia, vagheggiata come rifugio e come difesa. Alla fine, la casa, il giardino andranno all’asta, senza che si sia fatto niente per salvarli, avendone solo parlato, parlato, parlato… e tutti torneranno nuovamente a disperdersi con la leggerezza delle foglie morte che l’autunno semina sulla terra: destinati a finire chissà dove, chissà come, al primo colpo di vento, illusi di potersi illudere ancora. Un canto alla pena e alla vanità di vivere che ha la sua radice nella decadenza e nella dissoluzione di una società, contemplata senza severità e senza corruccio, anzi con una certa benigna, umoristica comprensione, da uno spirito democratico, figlio della nuova intelligenza, alla quale sarà dato, se sarà dato, costruire domani, un mondo diverso e felice.
Ecco uno spettacolo che farà versare parecchio inchiostro, il che, tutto considerato, per un teatro che comincia, è un utile modo di imporre la propria presenza. Beninteso, la qualità e la classe sono fuori discussione. Basti dire che, alla fine, il suo battesimo, ai lati di Luchino Visconti ha visto allineati e acclamati alla ribalta: Rina Morelli, Paolo Stoppa, Sergio Tofano, Tino Carraro, Massimo Girotti, Lucilla Morlacchi, Armando Migliari: uno stato maggiore di generali circondati da un eccellente gruppo di aiutanti maggiori, fra i quali: il Piccolo, il Terrani, la Quattrini, la Ceccarelli e altri. E tuttavia, se non è privo di originalità e di provocazione non dà meno adito a perplessità.
Tanto per cominciare è un Giardino dei ciliegi che finisce prima di mezzanotte, il che vuol dire una recitazione spedita, concisa dove i sacri tempi lenti cechoviani sono sostituiti se non da un vero e proprio “allegretto”, da un “andante con moto” piuttosto “rubato” per usare la terminologia musicale.

E quindi, piazza pulita, o quasi, delle famose atmosfere, delle alonature e delle evanescenze, delle malinconie, dei sospiri dell’anima, delle lacrime sul ciglio, delle risonanze magiche, dei pedali misteriosi, delle battute con l’aureola, che fanno tanto Cechov; e a cui tanto contribuì, guarda caso, proprio Visconti con le sue precedenti memorabili regie. Fine di un mito? Frenata contro una maniera divenuta abuso? Inizio di un processo di demistificazione, suggerito da un meditato ripensamento critico? Intendiamoci, può benissimo darsi, anzi è probabile, che il vero Cechov sia questo, o, quantomeno, che ci si avvicini. In tal caso, bisogna anche ammettere che si tratta di un ridimensionamento che lo rende più piccolo e meno importante di quanto lo si considerava. Escluse le pompe del sinfonico contrappunto della sensibilità e le preziose trine del crepuscolarismo e dell’elegia, la commedia non cessa, beninteso, di essere una gran bella commedia; ma – paradossalmente aiutando anche la traduzione del Guerrieri preoccupata, al solito, di attualizzarne il linguaggio, e non estraneo il realismo incisivo delle belle scene dovute allo stesso regista in collaborazione con lo Scarfiotti, e che portano con realistica invadenza in primo piano la realtà fotografica del giardino, spogliata così di ogni ideale funzione di stimolo e di rifugio alle disponibilità della memoria – essa ne esce come si dice datata e svela, in quelle che sono per così dire le sue strutture portanti, la parentela se non proprio la derivazione dal teatro francese fin di secolo. Vedasi il terzo atto, dove il discorso di Cechov si attorciglia come un prezioso rampicante su un’ intelaiatura di Dumas figlio, per non tirare in causa Sardou. Sarà interessante vedere gli sviluppi di questa azzardata proposta che, va riconosciuto, mantiene un lodevole equilibrio.
   
© Sipario 2011