Con il «Bolero» e la Sydney Gelmetti riscalda San Leucio
Caserta. Coraggio e sprezzo del termometro si fondono nel racconto della serata passata sabato scorso al Belvedere di San Leucio, in compagnia della Sydney Symphony Orchestra. Dieci gradi (con l'aggravante dell'umido) non rappresentano l'optimum per rendere merito al valore di una compagine sinfonica di nobili tradizioni, alla sua prima tournée italiana (stasera sarà all'Opera di Roma). Stoicamente, allora, i musicisti provano ad assolvere al loro compito fino in fondo, a beneficio di uno sparuto gruppo di impavidi imbacuccati come per una partita di hockey su ghiaccio, ma non ci riescono. E così Gianluigi Gelmetti, che dell'orchestra (nella foto) è direttore artistico e principale dal 2004, deve limitarsi, tra molte scuse cortesi, a scegliere dalla locandina i due pezzi di maggiore popolarità e impatto, ossia la Settima di Beethoven ed il «Bolero» di Ravel, rinunciando alle suggestioni raveliane più morbide di «Alborada del gracioso» e della «Pavane pour une infante défunte». In queste condizioni fare musica non è semplice, ascoltarla nemmeno, parlarne rischia di essere vano. Eppure si fa a tempo a rimanere colpiti dal suono nitido e corposo della massa d'archi, specialmente, mentre lo squillo un po' all'inglese degli ottoni patisce inevitabilmente le condizioni climatiche, come rivela il finale della Settima, incalzante ma non sempre equilibrato nei rapporti tra le diverse sezioni. In Beethoven, Gelmetti rimarca con mano sicura la costruzione formale accentuando il valore della singola frase: ne consegue una lettura più sbalzata che agile, comunque tale da porre in evidenza le non sottovalutabili doti orchestrali. Doti che, naturalmente, con maggiore chiarezza, emergono nel successivo «Bolero», da subito esposto con una ricchezza di suono che in parte sembra appiattire il vorticoso gioco timbrico e strumentale di Ravel, ma che avvolge il pubblico e lo riscalda, senza perdere pertinenza ritmica. Successo cordialissimo, però il tutto - ad essere sinceri - ha il gusto di un'occasione perduta.
Stefano Valanzuolo