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Ghost son
Ghost sondi Lamberto Bava
con Laura Harring, John Hannah, Pete Postlethwaite, Italia, Gran Bretagna, Spagna, Sud Africa, 2006

 
Il Tempo, 6 maggio 2007

Dopo tanta televisione, Lamberto Bava torna al cinema. E naturalmente continua la tradizione di famiglia dato che suo padre Mario, come noto, è stato uno degli esponenti più fecondi dell’horror italiano. Horror anche qui, ma, come già il titolo avverte ("Ghost Son", "Il figlio del fantasma"), con il vezzo di farci credere nei fantasmi. Siamo in Africa e ci staremo fino alla fine. In una bella fattoria vivono due bianchi, lei, Stacey, lui Mark, serviti da neri. Si amano così tanto che lei, in un momento di passione, gli dice: non potrei vivere senza di te. Eccola messa alla prova: lui muore subito, in un incidente, però "torna" amandola così intensamente che presto nasce un figlio (quello del titolo). Adesso però quella famiglia potrà veramente riunirsi solo se Stacey e il bambino moriranno a loro volta. Mark, con le sue apparizioni sempre più aggressive, è lì per pretenderlo; come, del resto, gli era stato promesso da vivo... A sostegno di tutto questo si fanno intervenire dei neri imbevuti di teorie animiste e pronti a garantire che in un pezzo di legno è trasmigrato lo spirito si un parente defunto.Bava, però, a queste teorie accenna solo di passaggio, occupato soprattutto a suscitare le sue consuete paure con quegli scontri via via sempre più cruenti fra la vedova e il fantasma. Inciampando, comunque, anche in altre incongruenze, questa volta da un punto di vista strettamente narrativo: quel bambino che, curiosamente, si comporta ogni tanto quasi da uomo, come il padre; quel fantasma che, a tratti, e allora con più logica, c’è dato solo come se immaginato dalla donna e altre volte, invece, rappresentato realisticamente come se tornato di nuovo in casa sua. Con buone tecniche, tuttavia, con immagini ritmate in modo, fra le ombre e il buio, da provocare angosce e tensioni, con un’ambientazione che, inzeppata di simboli e riti africani, concorre a diffondere sull’azione climi sospesi e allusivi: perché si possa accettare anche l’irreale. Così, chi ama il genere avrà occasioni per seguire e perfino palpitare, e anche se non crede, come giusto, ai fantasmi, riuscirà almeno in parte ad aderire ai odi con cui gli vengono proposti. Aiutato in questo dagli interpreti, tutti stranieri (il film, di italiano, non ha molto). Stacey è la messicana-texana Laura Harris, vista di recente in "Inland Empire" di Lynch, Mark è lo scozzese John Hannah che qualcuno ricorderà in "Sliding Doors" di Resnais. Nei panni di un medico che ragiona c’è l’inglese Pete Postlethwaite, con l’abituale faccia crucciata.

Gian Luigi Rondi
© Sipario 2011