Galileo Galilei
di Bertolt Brecht
Piccolo Teatro
regia di Giorgio Strehler
scene e costumi Luciano Damiani
con Tino Buazzelli, Alberici, De Carmine, Lazzarini, Alzelmo, Tamberlani, Fanfani, Giacobbe, De Toma, Polacco, Ortolani, Bartolucci, Ceriani, Jotta, Mariani, Ferrari, Cassoli, Manzi.
musiche di Hans Eisler
Corriere Lombardo, 23 aprile 1963
Data storica ieri sera, o per meglio dire, stamattina, poiché il rito è finito alle ore piccole. Dopo che, per le sole doglie, il teatro, in piena stagione, ha inferto alla città la menomazione culturale di rimaner chiuso un mese e mezzo, finalmente ci siamo. Il Padreterno, a creare il mondo, ha impiegato sei giorni, il Piccolo Teatro, a mettere in scena la Vita di Galileo ne ha avuto bisogno di centoventisei. E poi si dice che la gloria della moderna civiltà consiste nell’aver abbreviato i tempi della produzione! Chi ha fretta e chi non ne ha. Se il primo, con tutto rispetto, si fosse concesso qualche giorno in più e fosse stato un po’ meno avaro e se il secondo, con più rispetto ancora, ci avesse messo qualche giorno di meno e fosse stato un po’ meno prodigo, entrambi, forse, avrebbero fatto meglio. Dopotutto, Rossini, che era meno del Padreterno ma più del Piccolo Teatro, per scrivere il Barbiere di Siviglia se la sbrigò in undici giorni senza esaurimenti nervosi e senza minacce di infarto; ma è anche vero che si trattava di un’opera, non di una regia cosa, quest’ultima, notoriamente più importante. Comunque, sia in un caso come nell’altro, a noi mortali di breve durata non è dato giudicare le creazioni immortali.
L’Espresso ha stampato che lo spettacolo è costato 120 milioni. Non ci credo. È impossibile. Potrebbe essere giustificabile, sì e no, in un Paese che consentisse quattro o cinque repliche filate. Da noi sarebbe roba da camicia di forza. Deve trattarsi di una svista o di una calunnia. In ogni modo, Piccolo Teatro o non Piccolo Teatro, il solo fatto che un giornale possa buttar là una cifra simile, anche solo possibile, senza chiedersi che sogno stiamo sognando, dà un’idea della follia che lo spettacolo in Italia s’è scelto come bara per il proprio funerale in classe di lusso.
Basta. Lungi da noi la malinconia di fare i conti nelle tasche altrui, anche se, alla resa dei conti, trattandosi di danaro pubblico, sarebbero le tasche di tutti. Chi ne ha, fa bene a spendere, contribuisce alla circolazione del valsente che, dicono, sia uno dei segreti del benessere. Questione accantonata che non riguarda noi. Facciamo solo un’osservazione d’altro genere. Oggi siamo al 23 di aprile. Poco che questo spettacolo si replichi – vogliamo fare una cinquantina di sere? – arriviamo al 12 di giugno. Il teatro ha in cartellone, quindi ha promesso ai propri abbonati, anche due commedie nuove italiane, quelle di cui non può fare a meno per aver diritto alle sovvenzioni. Quando e come le vedremo? Intanto, ci hanno già avvertiti che una è saltata, finita all’ammasso delle tante cantonate. Vedremo solo quella che, avendo vinto il Premio I.D.I., gli porterà in cassa parecchie centinaia di biglietti da mille quale contributo per l’allestimento. Bene che vada, se ne parlerà, dunque, verso luglio – a meno che non la declassino varandola in un altro teatro – il che, anche con la massima buona volontà, vuol dire una commedia bruciata, fatta tanto perché si deve fare: allestimento estivo di serie B, con un regista di serie C. E quanti giorni verrà replicata? Una decina, crepi l’avarizia, facciamo venti. Chi la vorrà vedere dovrà rinunciare alle ferie. Possibile che anche a liveli così seri, qualificati e autorevoli, che dovrebbero essere un esempio per tutti, il teatro, in Italia, debba essere tanto imprevidente e disorganizzato?
Come non detto e battiamo sinceramente le mani a questo interminabile spettacolo, costosuccio, monotono, mortalmente lento fin che si vuole, privo del vigore e della fantasia dell’Opera da tre soldi e dello Schweyk però, in tutto e per tutto degno dell’importanza dell’autore, così opportuno – è stato malignamente osservato, senza tener conto che il Piccolo Teatro viene ben ultimo nella scelta di un titolo, durante l’ultimo anno rappresentato, all’estero, un po’ ovunque – per portare, anche lui, sia pure appena in tempo, la propria pietruzza alla battaglia elettorale; e nessuno avrebbe previsto che, a tre giorni dall’andata in scena, i reviviscenti rigoristi del Cremlino gli avrebbero ritirato il titolo di drammaturgo marxista, scomunicandolo come populista da strapazzo, frutto di degenerazione borghese e reo di ambiguo doppiogioco. Un bello scherzo che, da un lato, imbarazzerà i coribanti di stretta osservanza dell’estrema sinistra che ne avevano fatto una loro monopolistica bandiera; e, dall’altro assolverà, per insufficienza di prove, il Piccolo Teatro dall’accusa di far della eccessiva politica, attribuendogli probabilmente quella di far dell’anticlericalismo.
Tutto il mal non vien per nuocere; d’ora in poi, Brecht è acquisibile al Centro, o, diventando saragatiano, lo si potrà forse giudicare con maggior obiettività e meno complessi, senza correre pericolo d’attentati da una parte o dall’altra. Sogni, in un tempo in cui si è policizzato anche il conto del fruttivendolo.
Tutto ebbe inizio dal cannocchiale. Fra l’inventarlo e il costruirlo per averne sentito parlare, esiste una certa differenza. Il genio di Galileo non è consistito nel mettere nello stesso tubo due lenti, una concava e una convessa, bensì nell’adoperare quel nuovo giocattolo in maniera totalmente diversa dagli altri e cioè nel puntarlo verso il cielo e nello spostare i cardini dell’universo, sovvertendo un ordine millenario, con tutte le conseguenze non solo scientifiche, ma religiose, ma etiche, ma sociali che comportava la bazzecola di dimostrare alla gente che la Terra non era una grossa zucca immobile al centro di un universo fermo, bensì una pallottolina che girava intorno al Sole. Distrutto il principio d’autorità, il dubbio sistematico promosso a strumento della conoscenza, la fiducia nella ragione, l’uomo concepito come misura di tutte le cose: la scienza nuova, la libertà dell’individuo, la fine di tutti i tabù e il principio dell’età moderna. Ecco il leitmotiv – è il caso di dirlo – che con teutonica implacabilità, Brecht sviluppa e dilata proprio nel senso di una partitura wagneriana, in tutti i modi e in tutti i toni, quadro per quadro, con ossessiva insistenza didattica, fino all’esasperazione. Nei momenti migliori, nessuno dei quali è sfuggito alla esemplare traduzione di Emilio Castellani, esso ha la severa e calma pienezza dell’argomento socratico e non gli manca nemmeno il profumo della sovrana ironia del filosofo greco; in un punto, la disputa fra Galileo e il discepolo, frate Fulgenzio, attinge la lirica malinconia di un dialogo leopardiano; in altri momenti e non son pochi, anche a causa di una recitazione ferma e ritardata come la tortura della goccia, vien voglia di gridare: va avanti, tira via che abbiamo capito.
I guai, la caduta insensibile nell’ingranaggio della Santa Inquisizone, cominciano, per il protagonista, quando, onde migliorare, come si dice, le proprie condizioni economiche, egli decide di abbandonare la liberale Venezia per recarsi a Firenze al servizio del Granduca. In realtà, per la precisione storica, allo studio di Padova dove insegnava era trattato benissimo e a Firenze vi fu chiamato. Comincia l’aggiramento diplomatico, insidioso, tortuoso, cerimonioso, sempre più ravvicinato – questa stretta che gli si chiude intorno è resa magistralmente dal drammaturgo, senza forzature polemiche scoperte e, perciò, appunto, maggiormente efficace – della Curia romana e dei potentati che non possono non condividerne i timori, i sospetti e gli interessi. Il primo avvertimento, il diradarsi dei protettori intorno allo scienziato mano a mano che le sue scoperte si diffondono nel mondo, l’abiura, la cecità, la prigionia mascherata da ospitale rispetto ad Arcetri, l’ultimo colloquio con Andrea il discepolo deluso.
Da una prima versione dell’opera la spiegazione era per così dire quella machiavellica: farsi arrostire sul rogo sarebbe stato un bel gesto che avrebbe dato partita vinta ai nemici della verità e del progresso; fingere di arrendersi – piegarsi in un certo senso all’ “autocritica” – era strumentale saggezza filosofica, guadagnar tempo per poter condurre a termine l’opera iniziata. Dopo lo scoppio della bomba di Hiroscima, Brecht mutò il finale. Ora Galileo autoprocessa se stesso giudicandosi colpevole – e con sé la scienza e gli scienziati tutti – di non esser uscito dalla sua torre d’avorio, di aver messo la scienza al servizio dei potenti quando avrebbe dovuto metterla unicamente al servizio del popolo, perché ogni nuova scienza porta con sé una nuova morale e una nuova socialità: una nuova umanità. E, mi pare, una conclusione non altrettanto ineccepibile, più ambigua, un po’ tirata per i capelli, se vogliamo; non perché non sia vera, anzi; ma perché resta una magnanima illusione non priva di retorica o poco più. Mi sa dire, in sostanza, cosa dovrebbe, cosa potrebbe fare efficacemente uno scienziato perché le sue scoperte vengano sfruttate a vantaggio e non a danno della collettività? Il santo? Il capopopolo? Il filantropo? Il profeta? Il martire? Bellissime cose, ma all’atto pratico? Forse dovrebbe rinunciare alla sua scienza e finire col dar ragione proprio a coloro che lo obbligano all’abiura.
Tutto considerato, la genialità del copione, ciò che gli conferisce un’autonomia lirica aldisopra e aldilà delle sue implicazioni etiche e politiche ben precise, mi sembra che stia tutta nell’intuizione poetica del personaggio; nel non averne fatto né una vittima né un eroe, ma soltanto un uomo, folgorato dal demone socratico della conoscenza; che fuori da esso rimane una creatura comune, e perfin mediocre, con le sue debolezze, i suoi egoismi, le sue prudenze e le sue imprudenze, le sue ingenuità, il suo goloso gusto del vivere fisico, e l’arguta malinconia di rendersene conto, quando se ne rende conto.
La regia di Giorgio Strehler ha i difetti delle sue qualità. L’essersi accostato all’opera con una sorta di mistica infatuazione religiosa allo scopo di estrarre, mercé un realismo assorto, non so che trascendente messaggio, pagato a prezzo di una recitazione al rallentatore, estraniata in lontananza d’acquario, proprio per eccesso di scrupolo e di rigore, dà l’impressione di qualcosa di non lievitato, inibito e scolastico; inconveniente che non si rileva, ad esempio, nelle geniali soluzioni monocrome e monotone delle scene e dei costumi mirabili procedenti nella medesima direzione, escogitati dal Damiani.
Che capolavoro d’interpretazione sarebbe quella di Tino Buazzelli se gli fosse stato concesso di stringere un po’ i tempi! Ma dov’è lo spazio per poterla analizzare? Inevitabilmente inferiori ma pur tutti ad un eccellente livello: l’Alberici, il De Carmine, la Lazzarini, l’Alzelmo, il Tamberlani, il Fanfani, la Giacobbe, il De Toma, il Polacco, l’Ortolani, il Bartolucci, il Ceriani, il Jotta, il Mariani, il Ferrari, il Cassoli, il Manzi. Francamente lagnose le musiche di Hans Eisler. Grande successo, infastidito dall’alacrità della claque. I maggiori applausi son toccati al papa. Piuttosto strano per un copione anticlericale. |