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Galantuomini
Galantuominidi Edoardo Winspeare
con Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Fabrizio Gifuni (Italia, 2008)
 
L'Unità, 20 novembre 2008

Il vento salentino fa impazzire

C'è una cifra, un marchio riconoscibile nei film di Edoardo Winspeare: l'anelito del ritorno nella finis terrae, il Salento come ultimo lembo d'Italia, dove inizia il mare. E la fascinazione per un'infanzia, della vita e dei luoghi, che trascolora in sogno felice, puro, solare. Dichiarazioni d’amore per una terra di cui il regista, a lato della sua attività, sa denunciare anche gli scempi: con l'associazione no profit Coppula tisa per esempio raccoglie soldi per comprare e abbattere eco-mostri, scorie abusive di falso benessere. Galantuomini, il suo terzo film, è cinema solido e l’approccio di Winspeare alla “salentinità” è diventato più maturo, evitandogli un’identificazione forzosa e semplicistica (specie per i media) con un territorio “alla moda”. Lui guarda avanti (e in alto) citando Tolstoj: il tuo villaggio è il centro del mondo, racconta il tuo villaggio e racconterai del mondo. Per questa storia d'amore impossibile tra una boss della Sacra Corona Unita (una strepitosa Donatella Finocchiaro) e un magistrato (l'ottimo Fabrizio Gifuni) in bilico tra il dovere e il cuore, gli sceneggiatori Piva e Valenti hanno scelto un periodo cruciale per il Salento. La fine degli anni Ottanta segnerà infatti uno sfregio nell'anima “innocente” di quella comunità: nasce una piccola mafia fabbricata in casa raccattando ragazzetti dai bar, per non lasciare ai forestieri (la 'ndrangheta calabrese) il traffico di sigarette e droga dal Montenegro. Storia effimera per un'organizzazione mafiosa senza radici e tradizione. Che infatti finisce schiacciata e quasi totalmente debellata nell'arco di una decina d'anni.

Il magistrato di Gifuni, dopo alcuni anni a Milano, torna al Tribunale di Lecce ritrovandosi nel mezzo di una guerra tra clan che sparano anche per strada. A capo di una cosca scopre un’amica d’infanzia, Donatella Finocchiaro, che risponde allo zio (Giorgio Colangeli in versione Padrino) rifugiato in Montenegro. S’innamorato di una donna bellissima e madre tenera (eppure terribile e spietata in un mondo di uomini). Per la perfetta mimesi dialettale e di inflessione la Finocchiaro è stata aiutata dall’essere originaria della Sicilia orientale. Pure il bullo ex compagno Beppe Fiorello risulta credibile. Prima della Puglia connection al Festival di Roma (la malavita barese in Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari e questa variante leccese), anche Barletti e Conte in Fine pena mai hanno raccontato quegli anni cruciali, quella frattura della storia. Winspeare avrà cavalcato l’onda di certi fenomeni (Romanzo criminale), riuscendo però a restare personale, a suo modo più classico e “scorsesiano”.

Con alle spalle una nobile casata inglese finita secoli fà in un palazzo di Depressa, nel leccese – da qui un cognome anomalo nel contesto – il regista nel 2000 fu il primo italiano invitato al Sundance con Sangue vivo. Consapevole o meno, fu strumento di un’onda lunga che risvegliò il senso di appartenenza di una comunità al territorio: da sotto le ceneri ha riverberato la fiamma della pizzica simbolo di identità atavica, fino ad allora accantonata come vecchiume. Contribuirono anche gli Officina Zoè, gruppo di musicisti suoi amici e attori per l'occasione, in un riuscito e poco conosciuto gioiellino indy. Per filologi e appassionati di pizzica e degli Officina Zoè, in Galantuomini piccolo ruolo per Lamberto Probo e ultimo cammeo di Pino Zimba (i due, a destra e sinistra nella foto, la prima formazione degli Zoè) tamburellista simbolo del movimento di riscoperta, ponte tra vecchia e nuova generazione e incredibile faccia d'attore. Scomparso quest'anno a 56 anni ad Aradeo, un paese nel basso Salento, ha avuto una cerimonia degna del Danny di “Pian della tortilla” di Steinbeck: funerale preceduto da un corteo di tamburelli, concluso con un concerto spontaneo innaffiato di vino. Quando si parla di “innocenza perduta” ci si riferisce anche a questo.

Pasquale Colizzi

 
Il Messaggero, 21 novembre 2008

Amore impossibile nel Salento lacerato

Un uomo, una donna. Un giudice, una malavitosa. Un uomo che se n'è andato lontano, mentre nella sua terra tutto cambiava. E una donna che è rimasta lì, nel Salento, diventando una piccola boss della nascente Sacra Corona Unita. Cosa che il giudice naturalmente ignora. Ma che scoprirà, insieme al sentimento mai vissuto e mai dimenticato per quell'amica d'infanzia. Incardinato ai suoni e ai colori del suo Salento, I galantuomini di Edoardo Winspeare parte da una bella idea di sapore quasi mélo a unire il magistrato Gifuni e la malavitosa Finocchiaro c'è anche un altro amico morto d'eroina, il sognatore del gruppo, il musicista Lamberto Probo ma ne disperde il potenziale accumulando troppe piste e troppi registri narrativi. Il meglio è sul fronte sentimentale, nei trasalimenti del giudice, in quell'amore represso e impossibile che diventa metafora di una terra lacerata. Convincono meno il profilo e le imprese da capoclan della valorosa ma spaesata Finocchiaro, il traffico d'armi, i colloqui con i boss rivali, la guerra fra cosche, i rapporti con l'ex-compagno pieno di coca e di ormoni (un intonato Beppe Fiorello). Elegante, ma esangue.

Fabio Ferzetti

 
Il Mattino, 22 novembre 2008

Finocchiaro eroina noir in un melò salentino

Romantica e crudele come un'eroina noir, ma anche inquietante come le pregiudicate che s'intravedono sui giornali o nei Tg. «Galantuomini» è un film da non perdere soprattutto perché Donatella Finocchiaro (Lucia), braccata dalla cinepresa dalla prima sequenza all'ultima, protagonista di numerose scene madri e condotta dai gesti e dai dialoghi ai limiti estremi del melò, è di una bravura almeno pari alla sua sensualità. Edoardo Winspeare, occhio cosmopolita ma radici piantate nel Salento, conferma un taglio narrativo a pieno schermo, ricco d'azione e introspezione, concentrato sul quadro d'ambiente e insieme aperto agli slanci evocativi struggenti. Fabrizio Gifuni è il magistrato Ignazio che all'inizio dei Novanta ritorna nella città natale (una Lecce «riscoperta» dalla fotografia di Paolo Carnera) e vede morire per overdose un vecchio amico; quando il caso gli viene affidato, scopre che Lucia, di cui è innamorato dall'infanzia, non solo è coinvolta, ma è addirittura diventata il braccio destro di un boss della Sacra Corona Unita. Un gruppo di personaggi feroci e grotteschi - tra cui lo spacciatore interpretato dall'eccellente Beppe Fiorello - occupano gli sfondi criminali, ma in primo piano divampa il duello d'amore e perdizione, rimpianto e dignità che trascina il tormentato altoborghese e l'indomita malavitosa sino al punto di non ritorno. Un film forse imperfetto, ma vivido, intenso e in grado d'amalgamare elementi divergenti come le intermittenze della memoria, il conflitto tra doveri e interessi e l'amoralità della passione autentica.

Valerio Caprara

 
Corriere della Sera, 21 novembre 2008

Il drogato, la donna del boss e il magistrato: le innocenze perdute nel Salento dei mafiosi

Dichiarazione d' amore per una terra irrimediabilmente cambiata agli occhi del suo abitante/innamorato, Galantuomini racconta la deriva mafiosa in cui, una quindicina d' anni fa, precipita il Salento sotto i colpi della Sacra Corona Unita proprio come si racconta la perdita d' innocenza di un uomo. Usando il secondo per spiegare la prima e viceversa. L' uomo è Ignazio (Fabrizio Gifuni da grande, Federico Codacci Pisanelli da bambino), un magistrato che negli anni Novanta torna a esercitare a Lecce dopo anni di professione al Nord. Nel Salento era cresciuto da bambino, legato per giochi e passione infantile con la popolana Lucia (Sofia Chiarello da piccola, Donatella Finocchiaro da adulta) e per confidenze a Fabio (Luigi Ciardo da bimbo, Lamberto Probo da grande). Quando Ignazio torna, scopre che la bellezza dei luoghi è rimasta praticamente identica ma che le persone sono profondamente cambiate: scoprirà nel modo più tragico, di fronte a una morte per overdose, che Fabio non può fare a meno dell' eroina; intuirà che Infantino (Giuseppe Fiorello da adulto, Filippo Massari da adolescente) non è più solo il ragazzo spavaldo della sua gioventù ma un piccolo boss con traffici poco chiari (almeno ai suoi occhi); e soprattutto che Lucia ha perso l' innocenza dei suoi anni verdi, anche se certamente non ha perso il fascino che sa esercitare su di lui. Winspeare però, che firma la sceneggiatura con Alessandro Valenti e Andrea Piva, per buona parte del film evita con cura di raccontare i suoi personaggi attraverso la lente dei sentimenti o delle passioni, piuttosto chiede allo spettatore di scoprire (intuire) come persone e terra sono cambiati, mostrando le diverse strade che hanno percorso: quella tragica e tragicamente irresponsabile del drogato Fabio (commovente nella scena-sogno del suo ultimo viaggio dalla vita alla morte); quella aggressiva e proterva di Infantino che nelle scelte malavitose sembra trovare l' ambiente perfetto per il suo carattere violento e survoltato; quella regolare e ordinata del magistrato, convinto di poter controllare i propri sentimenti così come gli atti delle inchieste che gli sottopongono; e quella nascosta e taciturna di Lucia, che cresce nell' organizzazione malavitosa capeggiata da Carmine Za' (Giorgio Colangeli) come controvoglia, quasi si trattasse di dover affrontare l' ennesimo problema quotidiano, che solo casualmente riguarda il contrabbando di armi e la guerra tra bande e non piuttosto il bilancio famigliare o l' educazione del figlio... Con loro e dietro di loro cambia anche il territorio salentino, che in quegli anni (l' ultimo decennio del secolo scorso), si trasformava da terra di «passaggio» per i trafficanti di armi e droga, che partivano dal Montenegro per arrivare in Calabria, in terra di conquista e di scontro per la neonata Sacra Corona Unita. Trascinando inevitabilmente tutti lungo una discesa di sangue e di violenza che non si fermerà più. Ecco, Winspeare lascia parlare i fatti. O meglio: filma i fatti per far capire allo spettatore l' impossibilità di ritrovare nel cuore dei suoi protagonisti quell' innocenza e quella dolcezza che gli anni della gioventù avevano fatto supporre. Dal punto di vista della messa in scena è una scelta coraggiosa e non scontata, che chiede allo spettatore di riflettere sul legame strettissimo che si innesca tra gli atti degli uomini e i condizionamenti materiali, tra sogni e bisogni. Con un rischio nascosto: che abituato a una narrazione più superficiale e prevedibile, lo spettatore si faccia «fuorviare» dal racconto delle geste malavitose e confonda il film per l' ennesimo mafia-movie, dove l' azione la fa da padrone e i sentimenti ne sono l' inevitabile corollario. Invece la trovata di utilizzare un regolamento di conti tra bande e soprattutto la scoperta da parte di Lucia della paura e della perdita di protezione (è l' unica, fortunosa superstite di uno scontro armato tra fazioni nemiche) per far riaffiorare in lei il bisogno di un sentimento di protezione se non proprio di affetto, è una scelta perfettamente coerente con l' ambizione di raccontare un melodramma moderno, dove amore, cronaca nera e trasformazioni antropologiche si legassero indissolubilmente una con l' altra. Un melodramma che riunirà nella passione dei corpi chi si era inseguito fin dalla gioventù, ma che naturalmente non potrà evolvere come prevedono le regole del genere, regole che Winspeare ha infranto dall' inizio del film e che non può certo rispettare alla fine.

Paolo Mereghetti

 
La Stampa, 21 novembre 2008

Il bacio della donna-boss

Una donna-boss a capo di un gruppo della Sacra Corona Unita (l'unica mafia del Mezzogiorno che sia stata sconfitta o si sia disfatta), comandante dei traffici d'armi e di droga con il Montenegro, forse arrivata in cima per via di favori sessuali ma forte, capace, dura.

La protagonista di Galantuomini di Edoardo Winspeare rovescia radicalmente il luogo comune della donna meridionale vittima o assassina, attraverso un'attrice importante per bravura e bellezza, Donatella Finocchiaro. Un'interprete magnifica con una caratteristica rara: salvo che non sia richiesto dalla parte, non ha mai quell'atteggiamento oblativo, quell'aria di offrirsi né quell'istintiva civetteria tanto frequenti nelle donne di spettacolo. Mantiene una dignità e una sobrietà che, insieme con la bellezza meridionale, le danno una qualità unica.

Accanto al suo personaggio di donna forte, in Galantuomini c'è una figura molto interessante di uomo debole: è Beppe Fiorello, molto bravo nell'interpretare uno spacciatore e barista di paese vanesio, fanfarone, un velleitario patetico ex amante e padre del figlio della Finocchiaro.

I due attori, e Fabrizio Gifuni nella parte di un magistrato che fin dall'infanzia nutre un amore impossibile per la protagonista, danno grande spessore al film che pure ha molti pregi. Girando nel Salento dove è nato, Winspeare ha conservato la bellezza e la luce invernale quasi metallica del paese; ha saputo armonizzare perfettamente i traffici internazionali e l'aria paesana; ha saputo ideare un'atmosfera amorosa senza retorica, una memoria d'infanzia mai stucchevole.

E' proprio questa commistione tra costumi e paesaggi antichi e un'attività criminale che forse non è moderna ma che tale ci appare, a creare questa atmosfera particolare che lascia capire come le cose vadano anche in tante altre parti d'Italia.

La storia d'amore, nonostante la sua impraticabilità, ha uno slancio e una malinconica freschezza non frequenti nel cinema nostro. Galantuomini (il titolo si riferisce ai potenti del paese) è davvero un bel film.

Lietta Tornabuoni

© Sipario 2011