Fuoco sulla roccia
di Clotilde Masci
Corriere Lombardo, 23-24 dicembre 1957
Dell’importanza, nel nostro contemporaneo travagliato teatro di prosa, di opere solitarie ed eccezionali come La lupa, Cavalleria rusticana, e La figlia di Jorio, ci si rende conto ogni qualvolta un autore nostrano, di grande o piccola statura, tenta di accostare la tragedia. Sembra che non ci si possa affacciare alla soglia del dominio di Melpomene, senza, più o meno, raccogliere acqua alla loro sorgente. Siamo sempre lì: realismo regionalistico, primitivismo agreste e colpa carnale, da un lato; vaghi aneliti simbolistici e insidiose tentazioni di linguaggio immaginoso genericamente poetico, dall’altro. Due cose, come ognuno può capire, estremamente difficili, per non dire impossibili da mettere d’accordo. Naturalmente pacifico un solo punto: che debba trattarsi sempre e soltanto della tragedia della gelosia e che i suoi eroi siano o pastori o contadini. Una tagliola alla quale nemmeno Ugo Betti riuscì a sfuggire.
Fuoco sulla roccia di Clotilde Masci, felicemente accolta al Convegno, e che ha offerto la possibilità di un successo personale ad Anna Maria Alegiani, protagonista di raccolta energia e rabbuiante drammaticità, non fa eccezione alla regola consueta. Fra le personalità rispettabili e interessanti, molto poche a dir il vero, del nostro teatro del dopoguerra, Clotilde Masci fu la prima, ed è rimasta l’ultima, a portare sul palcoscenico la voce della Sardegna. Il complesso di inferiorità – rivelatomi in una breve imbarazzata conversazione sabato sera – che questa donnina, timida, scarna ed asciutta, prova nei riguardi dei suoi colleghi autori di sesso maschile, avendola, si vede, persuasa che il teatro debba camminare in pantaloni, la rende, provvidenzialmente, severa con se stessa e modesta sul palcoscenico; con due benefiche conseguenze: che sono più i copioni che essa ha bruciato di quelli che ha messo in circolazione; e che ha dato al suo lavoro una serietà, un’umiltà, una consapevolezza, un impegno e un rigore che parecchi giovanotti, presuntuosamente confidenziali ed ottimisticamente disinvolti con la ribalta, avrebbero tutto da guadagnare ad invidiarle. Speriamo che Dio l’aiuti a conservarselo a lungo, codesto salutare complesso d’inferiorità, soprattutto ora che, dall’aspra Cagliari, si è trasferita nella facile Roma. Bensintende che da questo a scrivere copioni memorabili, ce ne corre. Ma è pur sempre il segno di una garanzia e la prova di una vocazione.
Siamo in una casa di pastori sardi, su rocce ingrate ed infeconde, dove la terra offre appena un avaro pascolo alle capre, e “l’acqua è oro”. Per un anno intero, Greca e Boste, suo cognato, si sono sfiancati a tirar avanti, costretti a vendere una bestia al mese onde poter mantenere all’ospedale il rispettivo marito e fratello. Ferito al capo in una rissa, da lui medesimo provocata, Efisio è rimasto mesi e mesi fra la vita e la morte. E se è riuscito a salvarsi lo deve all’abnegazione di quelle due creature in guerra con una natura ostile.
E fosse soltanto ostile. Essa è anche perfida tessitrice di un maligno destino per i due cognati. Il silenzio, la vicinanza animale, la carne giovane, ardente e insoddisfatta, combinano il vecchio guaio per il quale non occorre chiamarsi Paolo e Francesca. Come non bastasse, Greca, che non lo è mai stata, rimane incinta. È un divorante, torbido, inesorabile delirio reciproco dei sensi, oppresso da un pesante senso di colpa. A questo punto, viene naturale prevedere, torna il marito e fa il solito quarantotto. Il dramma, viceversa, ha il buon gusto e l’originalità di non pensarci nemmeno.
Efisio, dimesso dall’ospedale, raggiunge, sì, la sua casa. Ma è un altro uomo; come immerso in un’assonnata distanza, oltre la vita, aldilà delle cose, depositario di una sorta di arcana sapienza che restituisce in umile carità e francescana bontà, la prepotenza brutale e la violenza impetuosa di prima. Non chiede, non giudica, non capisce, o non vuole capire. S’apparta; riprende il suo posto come mansueta bestia da soma, nella casa. E, come capita ad Aligi, non “tocca donna”. Grave inconveniente, questo, per Greca, alle prese col problema di nascondere il peccato che le cresce in grembo e sfuggire al disonore, attribuendo al legittimo consorte il figlio che deve nascere, mentre una divorante gelosia scortica vivi i due cognati.
Vive, nella casa, una limpida giovinetta, Gavinedda, perdutamente innamorata e promessa sposa di Boste. Nell’angosciosa e cupa atmosfera carica di antico rimorso e grave di minacce, scoppia il dramma. Gavinedda viene a conoscenza della situazione e, inorridita e disperata, si getta dalle rocce e si fracassa l’osso del collo. La legge dell’onore e gli imperativi di una giustizia patriarcale fanno il resto. Il padre della piccola suicida attende Boste per vendicare la fanciulla. “S’è uccisa perché tu non l’hai amata dopo averla accettata come sposa. Devi pagare”. Greca e Boste sanno che, da lontano, nelle tenebre, appena il vecchio vedrà uscire dalla soglia della casa la figura d’un uomo ne farà bersaglio alla sua doppietta. E allora si crea una silenziosa complicità. Quando Efisio che forse sa, e probabilmente lo fa perché lo sa, dice di voler uscire, nella notte, a bruciare una macchia di sterpi dove prosperano le vipere nemiche delle capre, nessuno dei due fa un gesto e dice una parola per trattenerlo. La vittima esce, risuona un colpo di fucile.
Finalmente i due peccatori potrebbero essere l’una dell’altro, liberamente, agli occhi del mondo, in faccia alla gente che non conosce come sono andate le cose. Ma proprio ora, la donna ne sente la impossibilità. Tu sei un assassino ed io sono la tua complice, essa dichiara. Gli oscuri imperativi di una remota sacralità, impongono l’ espiazione per un ordine sconsacrato. Bloccata nel suo rimorso, morta ormai, volontariamente alla vita, Greca si allontana dalla casa per sempre, lasciando solo il disperato amante.
Riuscire a creare intorno a fatti simili la indispensabile atmosfera di primitiva moralità e di irreparabilità tragica, avrebbe equivalso, puramente e semplicemente, ad azzeccare l’opera eccezionale. Il risultato di cimenti del genere non consente vie di mezzo; può essere soltanto: tutto o niente. È già molto incontrare momenti di severa commozione e aperture di presaga austerità; e, soprattutto, prendere atto dell’assidua, per quanto contrastata, ricerca di un linguaggio che sia tutt’uno con le cose da esprimere. Conta più un ambizioso e difficile tentativo frustrato che non un banale e facile risultato assolto.
Molti applausi ad ogni atto, moltissimi al primo ed anche uno a sipario aperto alla protagonista. Per l’asciutta e tesa intensità, conferita al copione dalla regia di Enzo Ferrieri, è stato uno degli spettacoli migliori visti finora al Convegno. Con quel suo leale e diretto modo di puntare tutto sulla importanza e sulla risorsa della parola, Anna Maria Alegiani ha creato un personaggio di intensa e interiore verità avviandolo verso l’isolamento di una cupa solitudine. Schietto, teso ed angosciato Luciano Alberici; umanamente disarmato e assorto senza preziosismi Gastone Bartolucci, schietta e limpida Giuseppina Setti, precisi il Ciabattini e la Padovani. Alla fine, fra gli interpreti ed il regista, è stata trascinata alla ribalta anche l’autrice. Continuava a scappare. Ma si abituerà. |