|
|
| |
| |
| ricerca per titolo |
| A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z | 0-9 |
| |
|
| * Per leggere
la trama clicca sulla Locandina |
Funny games
di
Michael Haneke
con Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt, Brady Corbet (Usa, 2008)
|
| |
Panorama, n. 29 11 luglio 2008
Violenza senza movente
Un vero rompicapo la storia del film
di Haneke, remake americano del capolavoro austriaco con lo
stesso titolo dello stesso diabolico regista nel 1997. Tra
l'originale e la copia inquadrature e dialoghi quasi si sovrappongono,
perfino i primi piani e i giochi di profondità si rispecchiano al millimetro.
Eppure, tutto è diverso perché sono diversi i
volti, quasi tutti famosi del film americano, il che d'improvviso
colora la severità austera del precedente e rende meno
efferato, più quotidiano, il sadismo dei due ragazzi
ariani e biancovestiti contro la felice e ricca famigliola
in weekend con barca.
L'attualità del film è più forte, il nemico
si nasconde nelle vite immacolate dell'altro, i cancelli non
riparano e ancor meno c'è bisogno di movente. Resta
magistrale la regia, soprattutto quel prologo con il viaggio
verso la vacanza, riprese aeree, volti fuori campo, musica
classica e certezze borghesi pronte a frantumarsi per feroce
autodifesa. Dice Haneke che ha voluto rifare il film in inglese
perché è la lingua della violenza, garantendosi
così l'odio della critica Usa. Noi
però ascoltiamo entrambi i film in italiano e capiamo
un'unica verità, che il terrore si riproduce uguale
all'infinito.
Piera Detassis
|
| |
L'Unità, 10 luglio 2008
Tranquillo week end di paura
Guardare i film di Michael Haneke
- regista austriaco rilanciato in grande stile dalla Francia – fa
pensare all'Azionismo viennese degli anni sessanta. Un movimento
artistico "estremo" che
portava a fior di pelle tutte le pulsioni umane. Morte, sesso,
pazzia, libertà metabolizzate dai corpi degli artisti,
che lavoravamo quasi soltanto sulle performance. Un'associazione
che ci viene spontanea, senza un motivo particolare nonostante
la filmografia dell'autore suggerisca un viaggio a nervi
scoperti proprio in queste pulsioni. Un esempio immediato
il ghiaccio bollente della Pianista Isabelle Huppert, con
la sua immagine che si rivolta in un momento e rivela mondi
inaspettati. Quattro anni prima di quell'exploit che lo consacrò con
una gragnola di premi, sempre a Cannes nel '97 Haneke aveva
presentato Funny Games, viaggio nell'orrore della violenza
gratuita. Ci fu una sorta di choc e un certo rigetto della
critica. Erano gli anni della discussione infinita sulla
violenza spettacolo e questo ne era un esempio sontuoso.
Perché la casa sul lago dove accadono i fatti era
di un bianco candore, la famiglia in vacanza con la propria
barca e i vicini che li avrebbero sfidati a golf molto benestanti,
quasi con un fondo (nascosto) di colpevolezza borghese. E
i seviziatori che si intrufolano col pretesto di chiedere
4 uova (ricevono paludosa cortesia borghese o malcelata sopportazione?)
due ragazzi educatissimi, scarpette da tennis e vestiti bianchi,
forse pure loro ricchi annoiati o semplici angeli sterminatori
mandati dal fato. Allora Susanne Lothar, di una bruttezza
affascinante, col suo accento tedesco implorante e secco,
incarnò l'agnello sacrificale di una società appagata
e inconsapevole. A distanza di 10 anni Haneke ripropone lo
stesso identico film - Funny games U.S. - ma in lingua inglese.
Lui dice destinato al pubblico che non ha visto il primo.
Perchè gli ambienti sono fotocopiati (trasportati
negli Usa) per un remake che ripercorre inquadratura per
inquadratura l'originale. Protagonisti gli spaventati Naomi
Watts e Tim Roth, marito e moglie più figlio adolescente,
tenuti ostaggio da Michael Pitt, ironico e glaciale e Evon
Gearhart, una sorta di spalla comica un po' goffa. Occhio
e croce la sceneggiatura è rispettata a puntino. Forse
si nota un'esplosione di violenza più conclamata mentre
nel primo si urlava di meno, si teneva stretto il coperchio
della pentola a pressione.
Rispettato il gioco meta-cinematografico dell'aguzzino che
parla in camera, come per spezzare il nesso di finzione spettacolare.
Stesso giochetto con un rewind sorprendente. Non c'è spiegazione
né motivo scatenante nelle azioni che si vedono, il
compiacimento è puro (vedi la disposizione degli oggetti
e il bianco diffuso), la musica travasa da Mozart e Beniamino
Gigli a John Zorn e lascia tutti nell'ambiguità più totale.
Stesso tenore nel rapporto tra le due vittime: il marito che
dà disdetta, rinunciatario e dolorante e la moglie che
deve fare da sola, sfidare gli aggressori, tentare di salvare
la famiglia. A questo punto però c'è da scegliere:
o si guarda questo Funny Games U.S. o l'originale. La sorpresa
si brucia alla prima visione.
Pasquale Colizzi
|
| |
Il Tempo, 15 luglio 2008
Non era mai accaduto che un regista, sia pure dopo dieci anni
e in un altro Paese, con altri interpreti, rifacesse interamente
un suo film non solo riproponendo gli stessi schemi narrativi
ma anche le stesse immagini con cui li aveva rappresentati,
una inquadratura dietro l'altra. Lo ha fatto oggi Michael Haneke
che nel cinema austriaco in cui finora aveva operato si era
distinto con film riarsi e glaciali sulla violenza, soprattutto
quella gratuita. L'orrore anche adesso, che si fa avanti a
poco a poco, quasi insensibilmente, fino a raggiungere l'atroce
e poi esplodere. Non lo provocano né un mostro né un
assassino seriale, ma due ragazzetti dall'aria innocua, vestiti
di bianco, in una bella villa per vacanze, su un lago. I proprietari,
padre, madre e un bambinetto, sono appena arrivati dalla città e
stanno disfacendo le valigie. Loro arrivano, tranquilli, e
a nome di una vicina che la famiglia conosce chiedono delle
uova in prestito. Poi le tensioni cominciano. I due, ma soprattutto
quello che sembra avere di più l'iniziativa, prima con
piccoli gesti poi con un crescendo di puntigliose crudeltà,
quasi giocando -i "funny games" del titolo- mettono
a poco a poco in moto ai danni dei loro ospiti involontari
una vera e propria persecuzione. Al padre spezzano una gamba
con una mazza da golf, la madre la costringono a spogliarsi
(senza che ci sia in loro, però, nessuna brama di sesso),
al bambino mettono in testa un cappuccio che rischia di soffocarlo.
Senza più fermarsi, anzi aumentando via via le sevizie,
fino a una tragedia nel sangue che avrà la sua conclusione
in mezzo al lago...
Nessun perché. Né il furto, né il sesso,
né una qualsiasi vendetta. Le psicologie e i terrori
di quella famiglia al centro sono chiariti solo nell'ambito
di una cronaca, ma non lo sono mai le ragioni di quei due che
-si finisce a un certo punto per realizzarlo- agiscono unicamente
per sadismo, sospinti da una fosca, truce, esasperata crudeltà:
nonostante si propongano sempre, anche quando compiono i gesti
più orrendi, in cifre di quasi levigata pacatezza come
due studenti in vacanza che abbiano voglia di giocare (con
il sangue, però, e con le vite degli altri). È questo
male gratuito che, più di tutto il resto, si accosta
a fatica, respinti quasi ad ogni immagine, ma non si può disconoscere
alla regia di Haneke una terribile capacità di operare
nel cuore stesso della violenza, con una oggettività quasi
di ghiaccio, esponendo tutto senza un commento, tenendosi ai
fatti senza mai dirci nulla sui carnefici, contemplando e facendo
contemplare le loro mostruosità come se fossero un reperto.
Limpido nel linguaggio più i gesti sono bui, arido e
secco nelle immagini più le invadono le situazioni più efferate.
Se ne può provare repulsione, ma non si può non
vedervi dello stile.
Gli interpreti di questa versione n.2, sono Naomi Watts, la
madre, Tim Roth il padre, Michael Pitt e Brady Corbet i due
démoni con facce d'angeli.
Gian Luigi Rondi
|
| |
Il Mattino, 12 luglio 2008
Haneke, horror in provetta
Ultraviolenza al cinema. Il dibattito è aperto da sempre
con la partecipazione un po' di tutti: competenti e incompetenti,
laici e devoti, moralisti ed edonisti, anime tremule e cinici
intellettualoidi. «Funny Games» è, in questo
senso, il titolo perfetto per riaccendere la mischia; anche
se, come ampiamente divulgato, non si tratta altro che del
rifacimento maniacalmente minuzioso (stesso titolo, stesso
regista Michael Haneke) di un film di dieci anni orsono. La
nuova versione è, in effetti, clonata sul prototipo
austriaco, con la differenza che si svolge in America ed è interpretata
da attori anglo-statunitensi: George (Tim Roth) con la moglie
Ann (Naomi Watts) e il figlioletto Georgie (Davon Gearhart)
arrivano nella loro deliziosa villetta sul lago per trascorrervi
le vacanze estive; mentre disfano i bagagli e già pregustano
i picnic con i vicini, le partite di golf e le gite in barca
a vela, ricevono la visita di due cortesi e ben vestiti giovanotti
(Michael Pitt e Brady Corbet) che in un crescendo allucinante
trasformeranno l'eden in una casa degli orrori. Haneke imposta
uno show ad alto quoziente provocatorio: prima lo spettatore
viene afferrato alla gola dall'evolversi ferocissimo dei fatti,
poi la regia si premura di abolire tutte le motivazioni stilistiche,
narrative o emotive che caratterizzano i thriller similari
(pensiamo a «Ore disperate», perché «Arancia
meccanica» c'entra davvero poco). Ciò nonostante «Funny
Games» paga in qualche modo il peccato originale: dal
punto di vista del thrilling, l'indubbia bravura degli interpreti
esegue al meglio lo spartito; mentre l'intento ideologico/apocalittico
di fare riflettere sull'accettazione passiva della violenza
e sulla pericolosità dei nuovi media (magari con l'immancabile
anatema cifrato contro i reality alla «Grande fratello»)
non regge di fronte a una semplice quanto chiara sensazione
... Quella di un plateale compiacimento - denunciato, tra l'altro,
dagli espedienti della sequenza riavvolta col tasto di un immaginario
telecomando e dell'ammiccante "sguardo in macchina" di
uno degli psicopatici aguzzini - che rivela il sadismo, la
freddezza e la premeditazione di Haneke. In quanto a Hollywood,
che il regista un po' accusa e un po' invidia, non emerge alcun
nesso: la violenza anche estrema dei Lynch, Cronenberg, Lumet,
Scorsese ha sempre un sottofondo epico e soprattutto non è mai,
come in questo caso, generata in provetta.
Valerio Caprara
|
| |
Corriere della Sera, 11 luglio
2008
Violenza allo stato puro con Haneke Un disagio che contagia
lo spettatore
Nel 1997, il regista austriaco Michael Haneke
scioccò il
festival di Cannes presentando Funny Games, storia di due ragazzi
dall' apparenza «per bene» che trasformano la vacanza
sul lago di una famigliola borghese in un vero inferno, minacciando
di uccidere nelle successive dodici ore figlio, padre e madre.
Senza giustificazioni o spiegazioni, ma costringendo lo spettatore
a confrontarsi con la violenza allo stato puro (anche se sullo
schermo non si vede niente, perché tutto avviene fuori
quadro) per obbligarlo a riflettere su quello che «accettiamo» di
vedere o sulle difese che mettiamo in atto quando guardiamo
film o scene violente. E farsi così carico del fatto
che il vero protagonista di ogni film non è solo l'
attore al centro della trama ma anche lo spettatore stesso.
Un' operazione molto controversa (che fece versare fiumi di
inchiostro) ma proprio perché priva di ogni concessione
spettacolare o compiacimento intellettualistico anche un' operazione
che andava al cuore della macchina-cinema e cercava di dare
una risposta non equivoca sul tema della moralità o
dell' immoralità delle immagini. Undici anni dopo, Michael
Haneke (dopo aver girato film che hanno fatto quasi altrettanto
discutere come La pianista o Niente da nascondere) torna sullo
schermo con una nuova versione di Funny Games, che si differenzia
dalla prima soprattutto per la maggior fama degli attori, questa
volta anglo-statunitensi (Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt,
Brady Corbet) al posto degli austro-tedeschi dell' originale
(Susanne Lothar, Ulrich Mühe, Arno Frisch e Frank Giering).
Perché? Per arrivare là dove il primo film non
era arrivato: «Con Funny Games reagivo a un certo tipo
di cinema americano, alla sua violenza, al suo essere naif,
al modo in cui gioca con gli esseri umani. In molti film americani
la violenza è diventata un prodotto di consumo. Tuttavia,
poiché era un film in lingua straniera e poiché gli
attori erano sconosciuti in America, il film originale non
ha raggiunto il suo pubblico». Per questo la proposta
di rigirarlo con attori di lingua inglese lo ha convinto. Un
remake, dunque, rifatto dallo stesso regista (il che non è una
novità: De Mille ha fatto due volte I dieci comandamenti,
McCarey con Un amore splendido ha rifatto il suo Un grande
amore) ma con una «fedeltà» all' originale
che lascia esterrefatti. I due Funny Games sono praticamente
identici, tanto che si potrebbero sovrapporre: stessi personaggi,
stessi ambienti e spazi (anche se il primo si svolge in Austria
e il secondo negli Stati Uniti), stessi dialoghi, stesse scene
e inquadrature. Persino gli indovinelli musicali con cui inizia
il film sono gli stessi del primo... Le differenze sono davvero
minime, come ha fatto notare un attentissimo Philippe Rouyer
su Positif: una radio accesa qualche istante prima, il piano
sequenza tra i due genitori dopo l' uccisione del figlio leggermente
più corto, il dialogo finale in barca sui rapporti tra
finzione e realtà modificato di poco... Così come
identica è la tensione e l' angoscia che si respira
fin dalle primissime scene: Haneke ha un modo di filmare che
sa fermarsi sugli oggetti e sulle persone come forse solo Hitchcock
sapeva fare, per sottolineare la misteriosa ambiguità della
normalità o la sottile inquietudine che possiedono gli
oggetti (che non c' entrano proprio niente né con Kubrick
né con Arancia meccanica. Checché ne dica la
pubblicità). E identico è l' effetto disturbante
sullo spettatore, costretto a «partecipare» a un
gioco che non ha nessuna via d' uscita né spiegazione.
C' è solo una differenza sostanziale tra la versione
del ' 97 e quella del 2008, che finisce per rendere il remake
meno controversiale dell' originale (oltre al fatto che utilizzando
volti noti, si respira una maggior aria di «finzione»,
di «messa in scena»). Ed è il mutamento
dell' orizzonte mediologico che è avvenuto negli ultimi
dieci anni. Programmi come Il grande fratello, con tutte le
degenerazioni cui ha dato luogo, hanno finito per abituare
lo spettatore a immagini e ad azioni decontestualizzate, dove
la giustificazione di quello che si vede nasce solo dal bisogno
di mettere (e mettersi) in scena. Dove lo spettatore non cerca
più giustificazioni o spiegazioni ma accetta consapevolmente
di essere solo «uno che guarda». Finendo per togliere
alle immagini una parte della forza che potevano avere e riducendo
l' effetto disturbante che Funny Games aveva nel 1997 e che
nel 2008 rischia di perdere. Almeno in parte.
Paolo Mereghetti
|
| |
Il Messaggero, 11 luglio 2008
Violenza - spettacolo?
La "cura" di Haneke
PIÙ CHE un remake è un
calco. Più che
un rifacimento, una fotocopia. Con questo Funny Games americano,
identico a quello austriaco uscito in Italia esattamente dieci
anni fa, Michael Haneke, il regista di Il tempo dei lupi, Codice
privato, Niente da nascondere, compie un gesto mai visto prima.
Un gesto che è insieme di innegabile superbia (se un
film era perfetto perché cambiarlo?) e di grande umiltà "artigianale".
Alla seconda volta infatti l'autore non crea, né tantomeno
ri-crea; ma copia, dunque esegue, qualcosa che ha già creato
una volta e che non può più rinascere ma solo
essere replicato. Come un programma, anziché come un'opera.
L'operazione farà storcere il naso a molti, ed è bene
mettere in guardia i pochi intrepidi che ebbero il coraggio
di sottoporsi all'originale: inutile sopportare la tortura
una seconda volta. Funny Games è un film - laboratorio
in cui lo spettatore scopre poco alla volta di essere lì a
fare da cavia. Fatta l'esperienza, non c'è ragione di
ripeterla. A meno che non godiate nel vedere una famigliola
felice, appena arrivata nella sua bella villa sul lago, farsi
sequestrare, torturare e lentamente mettere a morte, senza
la minima possibilità di riscatto. E, peggio, senza
alcuna ragione (qual è il movente di quei due giovani
assassini in guanti banchi? Nessuno. Cosa li spinge ad agire
in quel modo? Nulla. Perché sono come sono? Perché sì).
O forse, altra ragione possibile per rivedere il film, volete
scoprire, sempre un poco alla volta e sulla vostra pelle, quanto
tutti noi siamo disposti, da spettatori, a subire dosi massiccie
di violenza, purché ci sia promessa in cambio la possibilità di
vedere le vittime reagire e trionfare. Magari mettendo in campo
dosi ancora maggiori di violenza...
È il patto non scritto, ma ferreo, su cui si basa il
90 per cento della produzione spettacolare americana (e delle
sue innumerevoli imitazioni). È per mettere a nudo questo
patto che Haneke ha fatto e poi rifatto Funny Games. Sostituendo
la lingua tedesca e gli sconosciuti attori austriaci dell'originale
con il cast e la lingua più "internazionali" di
questo remake. L'operazione in questo senso è addirittura
sfacciata. Il primo Funny Games si rivolgeva ai consumatori
di cinema violento, ma non li raggiunse, ovviamente, per totale
mancanza di appeal commerciale. Il remake vorrebbe prendersi
una rivincita e insieme verificare la perfetta tenuta dell'originale.
Il risultato è perfino più gelido della prima
volta. I due giovani aguzzini austriaci erano tanto più terrificanti
quanto più sconosciuti (come attori e come "tipi").
I due ragazzini americani, proprio in quanto americani, risultano
naturalmente iscritti in una lunga genealogia di "cattivi" dello
schermo che finisce paradossalmente per smorzarne l'effetto
(specie in chi ha già visto l'originale).
Morale: rifacendo il film negli Usa, Haneke combatte il cinema
violento con le sue stesse armi. Ma non è detto che
ne esca vittorioso.
Fabio Ferzetti
|
| |
Il Giornale, 11 luglio
2008
Pathos e tensione nella casa del terrore
Perché rifare un film esattamente uguale all'originale,
salvo gli interpreti? Perché uno degli attori (Ulrich
Mühe) del primo Funny Games (Giochi divertenti) è morto
e perché gli altri, seppur vivi, recitano solo in tedesco.
Di qui l'idea di un altro cast, anglofono, per rifare Funny
Games, sebbene siano vivi i quattro quinti di coloro che hanno
visto il precedente. Infatti il regista Michael Haneke mira
al pubblico americano con questo rifacimento, girato in Gran
Bretagna grazie a soldi francesi, tedeschi e italiani.
Una coppia borghese (Tim Roth e Naomi Watts) con figlio ragazzino
(Devon Gearhart) raggiunge la sua villa su un lago. Arrivando,
scorgono i vicini in giardino, silenziosi, accanto a due ventenni
(Michael Pitt e Brady Corbet) in tenuta bianca. I quali, poco
dopo, si presentano alla porta dei nuovi arrivati. Così per
loro comincia l'incubo e per Haneke, che odia i benestanti,
il sogno. Il regista tifa per i letali intrusi, angeli della
morte, strumenti della sua rabbia. «Preferisco un delinquente
a un borghese», scriveva Ernst Jünger. Haneke potrebbe
sottoscriverlo.
A film uguale, giudizio uguale, detratta la mancanza della
sorpresa, l'elemento più interessante di questo film
del terrore quand'era stato in concorso al Festival di Cannes
del 1997 (il giurato marxista-borghese Nanni Moretti l'aveva
detestato). Numericamente preponderante, il pubblico senza
villa e senza ragazzino sarà avvinto; quello - esiguo
- con con ragazzino doterà, invano, la villa di offendicola
e fucile a pompa. Dunque il film è comunque bello.
Maurizio
Cabona
|
| |
La Stampa, 11 luglio
2008
Lo show del terrore
Cerco di mostrare la violenza per come
essa è davvero:
una cosa difficile da mandar giù. Voglio mostrare la
realtà della violenza, il dolore, le ferite inflitte
da un essere umano all'altro... Reagivo a un certo tipo di
cinema americano, alla sua violenza, al suo essere naïf,
al modo con cui gioca con gli esseri umani». Una decina
d'anni fa, nel 1997, il cinquantenne regista austriaco Michael
Haneke presentò al festival di Cannes, suscitando impressione
profonda, il suo primo film dal titolo sarcastico, Funny Games,
giochi divertenti. In un radioso giorno d'estate, all'inizio
felice delle vacanze, due ragazzi eleganti vestiti di bianco
in abiti da tennis arrivano a una bella villa sul lago: e vi
portano l'orrore. Azzoppato rompendogli una gamba con una mazza
il padrone di casa, costretto a trascinarsi penosamente a terra,
danno inizio a un repertorio di feroci malvagità; umiliano,
feriscono, mortificano, insultano, disprezzano. L'atmosfera
semplice ed elegante, l'evidente appartenenza alla stessa classe
sociale di vittime e carnefici, la bellezza del mondo circostante,
i modi educati degli assalitori accentuano la terribile situazione.
Nessuno si chiede: perché, e un perché di quella
esplosione di violenza in effetti non esiste.
Dieci anni dopo o quasi, Michael Haneke presenta lo stesso
film, uguale scena per scena, inquadratura per inquadratura,
salvo che per due dettagli decisivi: è ambientato negli
Stati Uniti, è interpretato da attori anglosassoni quali
Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt. La proposta era di un
produttore americano, l'idea di un doppio film identico era
del regista: una sfida personale, la certezza che gli americani
possano capire soltanto film fatti per loro, la convinzione
che la violenza rimanga sempre uguale nonostante il passare
del tempo e lo spostarsi nello spazio. Il film è un'assoluta
riuscita, affascinante, torbido, capace di indurre a riflettere
e a rimproverarsi, benissimo interpretato. Cattivo? Sicuramente,
ha risposto il regista: «Sì, nella misura in cui
dà soddisfazione a chi prova piacere allo spettacolo
del terrore».
Lietta Tornabuoni
|
|