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Funeral Party
di Frank Oz
con Matthew Macfayden, Daisy Donovan, Alan Tudyk, Peter Dinklage, Peter Vaughan
Gran Bretagna, 2007.
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Il Sole 24Ore.com, 27 settembre 2007
Frank Oz, cineasta inglese da vari anni attivo negli Usa, dopo alcuni
passi falsi ritrova la sua vena migliore ritornando alle sue origini
con una pellicola irriverente che in parte si rifà alla black
comedy di ambientazione britannica. Facendo buon uso di una scoppiettante
sceneggiatura del giovane Dean Craig, che ben si sposa con la sua sensibilità comica,
il regista di "In & Out" ha realizzato un'opera a budget
ridotto e senza star, che ha subito conquistato gli spettatori vincendo
il premio del pubblico al Festival di Locarno.
Fulcro di tutte le vicende è un funerale in una villa della campagna
inglese, a cui partecipano parenti e amici, ognuno alle prese con ansie,
nevrosi, rancori e problemi vari. Tra questi c'è Daniel, figlio
del defunto, che ha promesso alla moglie una nuova casa e che non è affatto
contento di rivedere suo fratello Robert, scrittore di successo tronfio
e vanitoso, arrivato da New York. Poi c'è Martha, cugina di Daniel,
che ha portato con sé il fidanzato Simon sperando che venga accettato
da suo padre, uomo rigido e severo. L'impresa è però quantomai
difficile dal momento che Simon, credendo di prendere un valium, ingerisce
per errore un allucinogeno, che lo fa comportare in maniera folle. E
a rendere ancor più movimentata la situazione sopraggiunge un
ospite misterioso, un nano, che minaccia di rivelare uno scottante segreto
riguardante il defunto.
"Funeral Party" è una classica commedia british con
più di uno sconfinamento nella farsa, che dà modo a Frank
Oz di passare al setaccio e di deridere con una satira gustosa, politicamente
scorretta e piuttosto graffiante i perbenismi e le ipocrisie della classe
borghese. L'inizio con la bara che contiene la salma sbagliata dà una
prima idea di dove si andrà a parare. E in effetti lo humour si
mantiene acido e cattivo per tutto il film e il ritmo, serrato senza
essere esagitato, non conosce cedimenti. È però evidente
il progressivo trasformarsi della commedia in una farsa, dove si ride
molto ricorrendo a tratti anche ad espedienti un po' facili. Non si scivola
mai tuttavia nel cattivo gusto, persino quando fa capolino certa comicità di
tipo scatologico, e i cliché sono tenuti accuratamente alla larga.
La pellicola riesce pure a offrire un elogio funebre finale, che, pur
stridendo visibilmente con il tono fino ad allora impiegato, risulta
sincero e toccante. Il film non sarebbe stato però così divertente
senza un cast di attori in prevalenza inglesi di strepitosa bravura,
che approfondiscono le personalità dei loro personaggi impedendo
che si riducano a mere macchiette.
Michele Ossani
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L'Unità, 20 settembre 2007
Due risate e lo seppelliamo
Ridere della morte è l'esorcismo più potente. Di gags con un morto nella bara se ne contano a centinaia. Quanto a Funeral Party (premio del pubblico a Locarno) ci sta di mezzo anche la famiglia, intesa come un'accozzaglia composita che si riunisce al completo raramente. E che con la prossimità, quindi, produce degli effetti perlomeno strani. Frank Oz (regista di In&Out) e lo sceneggiatore Dean Craig hanno utilizzato un cast tutto inglese per confezionare una storia che è paradossale solo per contrasto. Perché cozza con l'aplomb very british che ci si aspetta in certe occasioni. Ma in fondo, se voleva essere imbarazzante, ha per lo meno sottovalutato il pubblico che in fatto di nudi, sesso e parolacce ne ha pieni gli occhi. Chi poi ha frequentato funerali nel sud Italia, per esempio, sa perfettamente che non ci si può stupire veramente di nulla. L'unica vera sorpresa di questa storia la porta un nano misterioso (Peter Dinklage) che si aggira tra gli ospiti con uno sguardo un po' inquietante.
Per il resto la trama è infarcita di cose divertenti già ampiamente sperimentate: i becchini che portano la bara sbagliata o quello che la fa cadere per terra con riversamento del morto, lo zio anziano paraplegico sboccato e rompipalle, una boccetta di allucinogeni che tutti scambiano per valium e con effetti prevedibili, i segreti del defunto che spuntano fuori giusto un minuto prima che un coperchio saldato se li porti via per sempre. E ancora: il figlio buono del defunto (Matthew Macfayden), che si prende cura della madre e sopporta una moglie petulante e il figlio cattivo (Rupert Graves), scrittore famoso che vive a New York e per questo è ammirato e invidiato da tutti. Quanto al cugino grassottello e un po' scemo, finisce che è quello veramente utile in tutta la faccenda. Ambientato in un'unica location (una villa di campagna con tanto di edera rampicante e praticello inglese), Funeral Party si regge su un tipo di comicità immediata da sit-com. E le risate (perchè "bisogna" divertirsi e quindi diventeranno contagiose) svaniscono subito, non appena si accendono le luci in sala.
Pasquale Colizzi
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Il Manifesto, 21 settembre 2007
«Funeral party» con delirio
Frank Oz spinge una commedia «nera» su frenetici ritmi da farsa. Fra bare scambiate e figli che sgomitano per tenere un'orazione funebre in puro stile demenziale
C'è modo e modo di ridere durante le esequie del caro estinto. Quello scelto da Frank Oz per Funeral Party è decisamente esagerato, al punto che dalla commedia arriva a sconfinare ripetutamente nella farsa. Era proprio quello che voleva, dopo aver letto la sceneggiatura del giovane Dean Craig, un balletto degli equivoci dinanzi a una bara.
Divertente sin dai titoli di testa realizzati in animazione. E subito dopo si comincia a ridere perché la cassa che arriva nel soggiorno del protagonista è quella sbagliata. Meglio, forse la cassa potrebbe anche essere giusta è il cadavere a essere sbagliato. E via con altarini famigliari che spuntano qua e là, con corredo di un falso valium vero allucinogeno, un nano misterioso e uno zio rompiscatole, impiccione e protagonista di un paio di scene da manuale del cattivo gusto. Superato solo da un giovinastro stonato che si aggira nudo sul tetto coniugando capriccio e raccapriccio.
Frank Oz approda in Gran Bretagna, anzi negli storici studi Ealing, dove si respira ancora l'aria di commedie nere come La signora omicidi. Del resto anche lui ha esperienza nel sollecitare il sorriso, visto che aveva già firmato La piccola bottega degli orrori, Tutte le manie di Bob e quell'In & Out con Kevin Kline a interrogarsi sulle sue opzioni sessuali.
Interrogativo che viene irriverentemente posto anche alle esequie di papà, scatenando un'ulteriore girandola di situazioni capaci di presentarsi come decisamente scorrette e quindi buffe o addirittura irresistibili.
Si dice spesso che buona parte della riuscita dei film hollywoodiani stia anche nel fatto che i caratteristi siano tutti di gran livello. Beh, gli inglesi non sono da meno, visto che l'intero cast è britannico, con l'eccezione dello statunitense Peter Dinklage, piccolo ma in grado di raggiungere grandi altezze quando si tratta di recitare.
Il filone umorismo nero si arricchisce di un nuovo titolo, così mentre i due figli del defunto sgomitano per decidere chi deve tenere l'orazione funebre, tutto viene fatto a pezzi. Si parte dal conformismo, dalle convenzioni, dai luoghi comuni, poi ebbri di valium ci si può lasciare andare all'irriverenza anche di fronte a situazioni borderline. Presentato in piazza al festival di Locarno Funeral Party ha spopolato, aggiudicandosi il premio del pubblico, pur tra agguerriti concorrenti.
a.c.
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Corriere della Sera, 21 settembre 2007
Frank Oz firma la regia di una riuscita commedia in stile British
Il mistero del morto sparito in un funerale tutto da ridere
Le Palme, i Leoni, gli Orsi e gli altri riconoscimenti dei festival non sono in generale troppo affidabili, ma almeno un premio c' è al quale si può dare fiducia: ed è il referendum della Piazza Grande di Locarno. Nell' agosto scorso migliaia di spettatori hanno assegnato i 20mila franchi svizzeri del Prix du Public a Funeral Party di Frank Oz, votato per allegria sull' onda di un consenso paragonabile a quello che dieci anni fa lanciò il non dimenticato Full Monty. Il che ci riporta al discorso dell' attuale primato qualitativo del cinema inglese, una realtà che solo le giurie togate e i cinefili quaresimali si rifiutano di prendere in considerazione. Dal film in costume all' inchiesta sociologica, dal dramma alla commedia e alla farsa, i cineasti inglesi sanno fare tutto e lo fanno nel migliore dei modi. Né si può considerare un caso che un regista accorto come Woody Allen abbia superato la sua crisi creativa andando a sciacquare i panni nel Tamigi. È un po' la stessa operazione di Frank Oz, che peraltro è inglese (classe 1944) anche se ha sempre lavorato negli USA cominciando col dare voci e movimenti ai Muppets (ma è stato anche il magico elfo Yoda nel ciclo di Guerre stellari). Dopo un' intera serie di film leggeri come regista, in generale fortunati, è incappato in un grosso fiasco con La donna perfetta (2004), nato in mezzo a liti impiccate con Nicole Kidman, e ha deciso che di Hollywood ne aveva abbastanza. Tornato a scuola di recitazione nella prospettiva di arroccarsi sul suo primitivo mestiere di attore, è stato attirato dall' offerta di dirigere a Londra un filmetto in santa povertà. Gli è parsa di buon auspicio la prospettiva di girare proprio negli Ealing Studios, assurti a fama universale sessant' anni fa con le classiche commedie di Alec Guinness; ma ciò che ha finito di convincerlo è stato il copione di Death at a Funeral scritto dal giovane promettente Dean Craig. Sotto i titoli seguiamo come sul navigatore della macchina il tragitto di una salma verso la residenza di campagna dove si svolgerà la mesta cerimonia. Daniel (Matthew Macfadyen), figlio del defunto, chiede di contemplare ancora una volta le fattezze del padre, ma all' apertura della cassa trasecola: «Non è lui!» Se lo Zeno di Italo Svevo sbagliava funerale, qui hanno sbagliato il morto. Ed è soltanto il primo incidente di un party da farsa nel corso del quale stringendosi la piccola folla degli invitati intorno al feretro, prontamente sostituito, ne succedono di belle. Affiorano il contrasto fra l' irresoluto Daniel, ancora parcheggiato in casa dei genitori mentre la moglie scalpita per andare a vivere da soli, e il fratello Robert (Rupert Graves) scrittore di successo. Martha (Daisy Donovan) è la cugina che vorrebbe sposare Simon (Alan Tudyk), malvisto dal futuro suocero e tanto imbranato che per infondergli fiducia la fidanzata premurosa gli somministra un valium. Si tratta in realtà di una potente droga messa in giro per sbaglio da Troy (Kris Marshall), sciagurato fratello di Martha. Il tutto fra le vane quanto fondate proteste dell' anziano capofamiglia Alfie (il veterano Peter Vaughan) sulla carrozzella; e senza contare ulteriori imprevisti fra i quali la misteriosa presenza di un misterioso Peter di cui ci si chiede quale rapporto potesse legarlo allo scomparso. Proprio il fare un nano di quest' ultimo personaggio è l' unica aggiunta di Oz al copione, suggerita dall' opportunità di utilizzare un formidabile piccoletto americano che si chiama Peter Dinklage. Ma l' intero cast ha modo di brillare in un insieme dove ciascuno degli interpreti ha un suo spazio e una coloritura particolare. Al motto «niente divi, per carità!» il regista ha puntato solo sulla bravura dei prescelti e sulla loro capacità quasi jazzistica di recitare combinati.
Tullio Kezich
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Il Giornale, 21 settembre 2007
La commedia nera di Frank Oz tenta di rinverdire una nobile tradizione
"Funeral party", il caro estinto
innesta il gioco al massacro
In Funeral party, il defunto è un capofamiglia integerrimo e rimpianto da tutti, o così sembra fino a quando dagli armadi all'apparenza ordinatissimi non cominciano a fuoriuscire gli scheletri. In vista della funzione funebre affluiscono familiari, parenti, amici e conoscenti. I due figli si detestano, quello che è rimasto inchiodato a una vita borghese e succube invidia con tutte le forze l'altro che, emigrato a Los Angeles, si dà arie da grande artista. Il fidanzato della loro cugina ha ingerito allucinogeni presi per innocui analgesici e dà fuori di matto. Ma il tocco finale è l'apparizione di un nano che, con tanto di foto compromettenti, minaccia di sputtanare la memoria del morto.
Il regista Frank Oz tenta in tutti i modi di rinverdire la tradizione della black comedy, della commedia nera e dell'humour macabro britannico. Quello che negli anni Sessanta, ambedue le volte sull'onda di precedenti letterari, fece centro con "Il caro estinto" e con "La cassa sbagliata". Grandi parate di attori come John Mills, Michael Caine, Ralph Richardson nel secondo caso, John Gielgud e Lionel Stander nell'altro. Anche questo cast è assai brillante ma non riscatta l'aria polverosa del pur gradevole insieme.
Paolo D’Agostini
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La Repubblica, 21 settembre 2007
La commedia nera di Frank Oz tenta di rinverdire una nobile tradizione
"Funeral party", il caro estinto
innesta il gioco al massacro
In Funeral party, il defunto è un capofamiglia integerrimo e rimpianto da tutti, o così sembra fino a quando dagli armadi all'apparenza ordinatissimi non cominciano a fuoriuscire gli scheletri. In vista della funzione funebre affluiscono familiari, parenti, amici e conoscenti. I due figli si detestano, quello che è rimasto inchiodato a una vita borghese e succube invidia con tutte le forze l'altro che, emigrato a Los Angeles, si dà arie da grande artista. Il fidanzato della loro cugina ha ingerito allucinogeni presi per innocui analgesici e dà fuori di matto. Ma il tocco finale è l'apparizione di un nano che, con tanto di foto compromettenti, minaccia di sputtanare la memoria del morto.
Il regista Frank Oz tenta in tutti i modi di rinverdire la tradizione della black comedy, della commedia nera e dell'humour macabro britannico. Quello che negli anni Sessanta, ambedue le volte sull'onda di precedenti letterari, fece centro con "Il caro estinto" e con "La cassa sbagliata". Grandi parate di attori come John Mills, Michael Caine, Ralph Richardson nel secondo caso, John Gielgud e Lionel Stander nell'altro. Anche questo cast è assai brillante ma non riscatta l'aria polverosa del pur gradevole insieme.
Paolo D’Agostini
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Il Messaggero, 21 settembre 2007
Esilarante “Funeral Party” diretto da Frank Oz
Una commedia corale priva di star ma piena di verve
Classica e irriverente
la risata non ha mattatori
Fra i molti modi per valutare la riuscita di un film comico, uno dei più sicuri consiste nel misurare la sua capacità di sorprenderci. A partire dall’uso degli attori. Mettete un grande comico in mano a un cattivo regista e qualcosa verrà fuori di sicuro (la metà dei film di Totò sta lì a provarlo). Ma orchestrare un crescendo di risate senza mattatori è un altro paio di maniche. E se la cosa riesce vuol dire che dietro la macchina da presa c’è qualcuno che sa il fatto suo.
E’ il caso dell’inglese Frank Oz, già “mente” dei Muppet, poi regista di commedie scattanti come In & Out, Bowfinger, La piccola bottega degli orrori, che in questo Funeral Party riesce a tenerci sulla corda per i classici 90 minuti anche se tutti sappiamo ancor prima di entrare in sala che stiamo per assistere al classico funerale in cui tutto va storto, uno degli espedienti più antichi (e abusati) del comico di tutti i tempi.
Dov’è allora la sorpresa? Primo: nella gestione oculata degli attori. Molti di loro sono facce note ma non notissime, e non necessariamente per film o per ruoli comici. E poi i più divertenti, quelli destinati alle trasformazioni più demenziali e alle gag più infallibili, sono quelli che meno ci aspetteremmo. Così come il lungo prologo, un po’ fiacchino, con i vari personaggi che convergono sulle loro auto verso il luogo del funerale, sembra messo lì apposta per abbassare le nostre attese (le nostre difese) e portarci inermi al crescendo che scatta quando il personaggio più scialbo e anodino comincia a dar fuori di matto per ragioni da non rivelare per nessuna ragione.
Basterebbero le stranezze di questo roseo e compunto avvocato che a un certo punto finirà nudo sul tetto ad animare questa commedia che usa tutti i mezzi del comico (i tempi indiavolati della farsa, gli equivoci dello slapstick, il rovesciamento di ogni tabù sessuale e religioso) per inventare qualcosa che è insieme classico e irriguardoso. Come assolutamente irriguardose sono molte delle situazioni in cui si ritrova questo gruppo di famiglia in gramaglie per la scomparsa del capoclan.
Anche perché le cose cambiano, i costumi degenerano, i vizi sono ormai una pratica di massa: non siamo ai tempi di Feydeau, nell’epoca di Internet e del digitale non ci sono segreti e tantomeno barriere di classe, nemmeno nell’austera e conservatrice Gran Bretagna.
Sicché a scatenare l’effetto comico non è più la trasgressione in sé (l’amante, gli altarini, i peccati nascosti) e basta un invitato inatteso o un flacone di pillole in mani sbagliate a scatenare un devastante rimescolamento sociale. Al quale concorre in egual misura tutto il brillantissimo cast e citiamo almeno il roseo Alan Tudyk, il minuscolo Peter Dinklage (“Non l’ha notato nessuno? Ma se è alto un metro!”) e il veterano Peter Vaughan, che dalla sedia a rotelle impartisce lezioni di arroganza. Conquistandosi il suo spazio con mezzi assolutamente inattesi per un vecchio gentiluomo.
Fabio Ferzetti
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Il Tempo, 21 settembre 2007
Umorismo nero con malizia
Per me Frank Oz, nonostante i tanti film a Hollywood e il suo successo abbastanza recente con "In & Out", resta il regista scanzonato e amabile de "la piccola bottega degli orrori" in cui era riuscito a vestire di nero, con spunti grotteschi, un filone del cinema fantastico. Oggi ha attraversato l'oceano, si è trasferito in Inghilterra, patria dell'umorismo nero, e si è messo con tutto l'impegno a portare sugli schermi una sceneggiatura di un inglese quasi esordiente, Dean Craig, attraversata dal principio alla fine da una irresistibile comicità quasi macabra. Risolta con un brio, una vitalità eccentrica e un gusto per il paradosso cui difficilmente si resiste. Il titolo lo premette. Si tratta di un funerale. Attorno alla bara del capofamiglia convergono la vedova, i due figli, uno molto casalingo (Matthew Macfayden), l'altro andato a fare il romanziere a New York (Ruper Graves) e uno stuolo di altri parenti, compreso una zio bisbetico in carrozzella (Peter Vaughan), gestiti, per la consueta funzione religiosa, da un pastore che guarda sempre l'orologio perché ha molti altri impegni di lì a poco. Succede di tutto. Per cominciare, addirittura lo scambio della bara che sottopone ai parenti in lutto un altro morto (lo annunciano dei titoli di testa disegnati con furbissima malizia). A seguire, un altro scambio, anziché del valium, delle compresse allucinogene, con conseguente folle disordine a metà della funzione. Cui si aggiunge, tra i tanti inciampi, l'intrusione di un nano estraneo al gruppo che, con un ricatto, minaccia di svelare gli scheletri custoditi negli armadi di quella famiglia peraltro del tutto ignara... Frank Oz conduce la giostra che, in qualche passaggio, diventa addirittura ridda. In certi episodi, volutamente, ci va giù in modo addirittura pesante, trasformando la commedia in farsa, in genere, però, si tiene a un umorismo malizioso anche quando le situazioni precipitano e si finisce in un vortice di incidenti e di sorprese da cui nessuno crede più di poter uscire. Divertendo sempre (perfino quando accetta un finale serio) e facendo in modo, anche nei momenti più agitati, di non scivolare troppo nel dubbio gusto. Naturalmente gli interpreti gli corrispondono, scelti tutti tra i visi più noti di un certo cinema inglese di oggi. Il nano invece, è l'americano Peter Dinklage. Il suo grottesco lo porta al diapason.
Gian Luigi Rondi
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