Non morde ”Fuga dal call center”
"Il dramma? Facilissimo. La commedia? Mi devo impegnare molto di più". Parole di Woody Allen che come i grandi Billy Wilder, Ernst Lubitsch, John Landis e Blake Edwards ha sempre saputo che far ridere è ben più complicato che fare un film da Festival. Lo ha provato sulla sua pelle il cineasta indipendente Federico Rizzo che dopo i fieramente autarchici Whisky, di Via Nikolajevka, Lievi crepe sul muro di cinta e Storia malata, sceglie per Fuga dal call center il registro del surreale per raccontare le disavventure di un vulcanologo milanese laureato con 110 e lode catapultato nel grottesco e crudele mondo delle indagini di mercato. E' la sua opera più commerciale e purtroppo la meno riuscita. Colloqui di lavoro beckettiani (ma erano più divertenti quelli di Santa Maradona), allucinazioni a buon mercato, extracomunitari paternalisti, banale crisi di coppia, nonni edonisti e guardie di sicurezza canterine montati tra interviste di veri lavoratori sfruttati. Il film è un grigio guazzabuglio senza alcun mordente dove hai la sensazione che il regista si vergogni di fare commedia. E' il fratello scialbo, meno spiritoso e più precario di Tutta la vita davanti.
Francesco Alò