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Frost/Nixon. Il duello
Frost/Nixon. Il duellodi Ron Howard
con Frank Langella, Michael Sheen (Usa, 2008)
 
Corriere della Sera, 20 febbraio 2009

Intervista con l'ansia di un vero thriller

Essendo inutile dilungarci sul pericoloso ed attualissimo tema della dittatura delle immagini, V° potere televisivo, diciamo solo che questo sottile e bel film di Ron Howard, abituato in genere ai kolossal e qui rinchiuso col cielo americano in una stanza, se ne fa garante. È la cronaca minuziosa della famosa intervista che l'entertainer tv, con scarpe italiane, David Frost fece a Nixon dimissionato per il Watergate. Quattro puntate registrate e raccontate con l'ansia di un thriller in cui vorremmo vincesse almeno lì la Giustizia: il finale lo conosciamo ma non sapevamo che al peggio non c'è fine neppure in Usa. Certo l' impianto è quello della commedia di Peter Morgan, ma il ritmo è cinema puro. Michael Sheen, giornalista coraggioso perfezionista, è un bravo attore ma il «divo» Frank Langella, già star sul palco, è un portento di ambiguità. Una lezione.

VOTO: 8
Maurizio Porro

 
L'Unità, 6 febbraio 2009

Cosa è rimasto nell'immaginario collettivo delle gesta del 37° presidente Usa Richard Nixon? Un feroce anti-comunismo che si tradusse nell'inaspettato dialogo con Cina e Urss? La carneficina vietnamita e cambogiana? L'ingerenza in America Latina, il "cortile" degli Usa, dove appoggiò più o meno segretamente governanti sanguinari come Pinochet? Le conquiste ambientali e l'Apollo 13?

Forse. Ma per l'americano medio e nelle province dell'Impero lui fu il presidente del "Watergate" e delle prime dimissioni della storia del Paese in 200 anni. La vicenda delle microspie nel comitato elettorale dei democratici durante la campagna di rielezione del '72 e i goffi tentativi di insabbiamento è ormai un prototipo. Meglio, un suffisso, "gate", da appiccicare agli scaldali politici dai contorni foschi (tanto quanto noi usiamo "poli").

Una beffa dopo l'altra per il quacchero di origini modeste dal parlare cadenzato e sicuro che acchiappò alla pancia l'America profonda, quella "maggioranza silenziosa" conservatrice e moderata sbalordita dalla tormenta della Controcultura. Con i Kennedy non c'era storia: nel '60 John era troppo giovane e bello per essere battuto da un anziano con il labbro sudato. Incredibile ma vero, tutti concordano che quel particolare gli fece perdere il confronto televisivo (Nixon sosteneva di averlo vinto almeno alla radio!).

E nel '68 un altro Kennedy, Bob, l'avrebbe probabilmente castigato ma fu abbattuto a pistolettate. Così vinse di misura per poi trionfare nel '72. Ma l'epilogo fu indecoroso, con lo scandalo "Watergate" e quello sfiancante girarci intorno senza mai confessare una responsabilità. Le dimissioni del '74 le visse come "una cosa aliena al mio corpo", gettare la spugna non era nelle sue corde.

NIXON/FROST IL DUELLO, spettacolare dramma politico e confronto psicologico che Peter Morgan aveva scritto per il teatro e adesso adattato al grande schermo, sorprende l'ex presidente come un Napoleone all'isola d'Elba (lui nel buen retiro di Villa Pacifica), in fremente attesa di tornare a Washington, "dove c'è azione". Sebbene non ne intraveda il modo. E' il '77, il 50% degli americani disapprova il perdono concessogli dal presidente Ford e tutti aspettano quelle scuse appese al labbro sudato ma mai pronunciate. Lui al contrario sogna un palcoscenico per parlare delle cose buone che aveva fatto in 6 anni alla guida del Paese e così accetta di essere intervistato per 600mila dollari (era ossessionato dai soldi) da David Frost, showman inglese un po' eccessivo ma ritenuto innocuo, amante del lusso esibito insieme alle belle donne. Uno smagliante belloccio che esordiva con: "Hello, good evening and welcome". E che riuscì a scovare dalla sua tana una vecchia volpe come Nixon: l'inattesa ammissione a mezza bocca delle sue colpe nel "Watergate" fu vista da tutta l'America.

Con la precisa rievocazione e le trovate di Morgan (che ha scritto "The Queen") e il montaggio ritmato di Mike Hill e Daniel Hanley, il film diretto con calibrato mestiere da Ron Howard è avvincente perchè soddisfa la regola numero uno dello spettacolo: far emergere sempre l'uomo, dare la sensazione di spiargli dentro al cuore. Al servizio di un Nixon che sembra "Il generale nel suo labirinto" di Marquez, provato ma indomito, Frank Langella, candidato all'Oscar insieme a film, regia, sceneggiatura e montaggio.

Di fronte un brillante e ottimista Michael Sheen, che ottiene merce rarissima da un politico (la verità) con molto fair-play e grandi sorrisi. Americanamente si sfidano anche due team: il consigliere di ferro dell'ex presidente (Kevin Bacon) e i due reporter che Frost ingaggiò per preparare il programma (Oliver Platt e Sam Rockwell) mentre era occupato con la bellissima Rebecca Hall o in giro a cercare soldi. Perché lui la faccenda dell'intervista la vedeva soprattutto come un investimento da cui guadagnarci.

Lo showman ancora in attività ha comunque intervistato tutti i premier inglesi dal '64 ad oggi e parecchi presidenti Usa, compreso l'uscente a cui il film guarda in modo inquietante e interrogativo: è un commiato all'era di George Bush Jr., al prodotto preconfezionato da una elite che non ha mai fatto autocritica rispetto ad una gestione fallimentare su numerosi fronti.

Per non scomodare predecessori tutti hollywoodiani (già Oliver Stone nella sua collezione di titoli su uomini al potere ha pure "Nixon"), "Il Divo" Andreotti con le parole solo immaginate da Paolo Sorrentino quest'anno ha fatto confessioni sensazionali. Un film folgorante e immaginifico, di assoluto valore, regalo di compleanno al nostro politico-sfinge più scaltro e immodesto. In attesa che magari Fiorello lo sorprenda impreparato.

Pasquale Colizzi

 
Panorama, n. 7 2009

Lezione di storia dal duello tv

Ci sono film fatti di poco o niente, come questo, minimale fin dal titolo. Due poltrone, due eccellenti attori, Sheen e Langella, un coro di protagonisti in tiro (Oliver Platt, Sam Rockwell, Kevin Bacon), dialoghi rifiniti al millesimo, confronti rapidi, nessuna divagazione nel passato pubblico e privato. Di solito più pompier e formale, qui Howard asseconda il ritmo originale da pièce teatrale (la firmava Peter Morgan, come la sceneggiatura) e taglia corto, senza nulla togliere alla suspense. Richard Nixon (Langella), tre anni dopo il Watergate, accetta il faccia a faccia tv con il frivolo conduttore di talk-show David Frost (Sheen), convinto che avrebbe vinto sull'inesperienza politica dell'altro e di potersi riabilitare. Ma dopo un inizio a favore di Nixon l'incontro si chiuse con la vittoria ai punti di Frost e il cono d'ombra definitivo sull'ex presidente, mai più ripulito dai reati di corruzione. Nei tempi e nei modi di una lunga intervista tv Morgan e Howard apparecchiano una lezione di storia contemporanea di chiarezza cristallina. Il regista insiste sulla preparazione «atletica» dei due contendenti, con i secondi (i rispettivi consiglieri) presenti all'angolo del ring, ricordandoci quanto la tv possa modificare il corso della storia segnando per sempre, oltre ogni ragionevole dubbio, l'immagine di Nixon convinto invece di sfruttarla. Cinque nomination (di cui una a Langella) tutte meritate.

Piera Detassis

 
Corriere della Sera, 6 febbraio 2009

Schiaffo a Mr. President

Apprendo dalla tavola rotonda dei divi oscarizzabili pubblicata da Newsweek che Frank Langella, per tutti i 32 giorni della lavorazione di Frost Nixon - Il duello, si era talmente compenetrato nella parte del famigerato «Tricky-Dicky» da gradire che lo chiamassero Mr. President. Altrove ho letto che l' attore candidato all' Academy Award aveva esitato nell' accettare di ripetere nel film il personaggio recitato per ben 352 volte sul palcoscenico perché l' immagine ravvicinata impone una somiglianza che non c' era proprio. Poi scoprì che gli veniva naturale di muoversi come Nixon, di alzare le spalle, buttare i piedi in un certo modo, sorridere, insomma sentirsi nella pelle di «quell' altro». Al punto di capire le sue umane debolezze e perversità: senza cambiare il giudizio su una delle figure più negative della storia americana (fu il primo di 37 presidenti costretto a dimettersi), ma provando dopo la caduta un sentimento di pietà. Il che, avallato dall' ottimo copione di Peter Morgan, costituisce l' aspetto prezioso dell' operazione. Ricordavo bene come Nixon, scampato per la grazia generosamente concessa dal suo successore Gerald Ford al processo che l' opinione pubblica richiedeva, fu inchiodato alle sue responsabilità nel 1977 attraverso uno storico dibattito in TV con un sagace e implacabile intervistatore chiamato Robert Frost. A questo nome però associavo, sbagliando, una connotazione di importante giornalista politico, mentre si trattava (anzi si tratta, perché sta ancora lavorando) di un brillante factotum del video. Come dire, cercando un esempio nostrano, un Chiambretti in versione britannica. Ecco, immaginiamo cosa sarebbe successo se il senatore Andreotti (faccio un esempio a caso) mondato di ogni colpa dai tribunali avesse accettato di ridiscutere i suoi trascorsi faccia a faccia con Pierino. Probabilmente non sarebbe successo niente, il divo Giulio è un personaggio troppo accorto per rivangare in pubblico situazioni scottanti; ed è proprio quello che Nixon spera di fare, menare il can per l' aia spicciolando amenità, quando tentato da una grossa offerta di denaro accetta la sfida di Frost. Il quale, sotto l' apparenza frivola che ritroviamo nella personificazione di Michael Sheen, è un mastino risoluto a non mollare. Tutt' altro che un crociato e anzi privo di idee politiche, non si batte per la verità bensì per se stesso e per gli ascolti. Soprattutto per coprire il rischio assunto di produrre a proprie spese il programma quando tutte le grandi emittenti e molti sponsor si sono tirati indietro. Diretto magistralmente da Ron Howard (altro candidato all' Oscar insieme con il film, lo sceneggiatura e il montaggio), Frost Nixon non denuncia l' origine teatrale ma è un bellissimo film, drammatico, bizzarro, appassionante, tale da non far cedere l' attenzione neanche per un minuto. Se uno poi ci vuole imbastire una riflessione che vada al di là dell' evento si può dire che in questa ricostruzione drammatica assistiamo al grande scontro della modernità: fra una politica ancora concepita secondo retorici accorgimenti ottocenteschi e la tangibile, indiscreta, penetrante realtà della TV divenuta una macchina che legge nel pensiero. Nel caso di Nixon quello che non hanno saputo o potuto fare i giudici, lo ha fatto il video. Pensiamo a che cosa avrebbe potuto portare nel passato, remoto e no, la possibilità di utilizzare un simile strumento. Tanti casi rimasti in sospeso, tanti misteri della cronaca si sarebbero chiariti avendone sotto tiro i protagonisti e i testimoni. Come contropartita, c' è piuttosto il rischio che una TV manovrata cambi in tavola le carte della realtà. E non è questo che succede continuamente sotto i nostri occhi?

Tullio Kezich

 
Il Mattino, 7 febbraio 2009

Un presidente nel labirinto

Eccezionale sul piano della verosimiglianza, congegnato come un thriller, rifinito nei minimi dettagli, «Frost/Nixon - Il duello» è uno di quei titoli che sorpassano i limiti del proprio argomento. Tratto dall'omonima commedia di matrice britannica, il film di Ron Howard si limita, infatti, a ricostruire i convulsi retroscena dell'intervista televisiva del '77 nella quale l'ex presidente Usa Richard Nixon ammise la sua colpevolezza a proposito dello scandalo Watergate (che lo aveva costretto a dimettersi tre anni prima). Howard, cineasta popolare ed eclettico per eccellenza, ha già partita vinta riarruolando i mattatori dell'edizione andata in scena a Broadway: Frank Langella (Nixon) e Michael Sheen (Frost) sono talmente bravi che ti fanno viaggiare a ritmo cinematografico mentre, in sostanza, stanno replicando il faccia a faccia squisitamente teatrale. Si tratta, a ben vedere, di una metafora prettamente americana: come succedeva tra i duri cowboy della Frontiera, lo sfidante - mosso dal prosaico interesse e non, deo gratias, dal sacro fuoco ideologico - attacca e batte il vecchio capo che lotta sino alla fine con forza, stoicismo e astuzia. Richard Nixon ne esce fuori, in pratica, come uno statista discutibile ma di alto profilo, tradito non da un'ottusità marionettistica, bensì dalle stesse, ciniche regole a cui debbono la sopravvivenza anche i politici «buoni». Le quattro sedute davanti alla cinepresa assomigliano non a caso a quattro round di lotta libera: l'intrattenitore intervistatore non molla la presa, perché ha prodotto a proprie spese il programma quando tutti i network si sono chiamati fuori; l'ex presidente si dibatte da par suo, mette in campo tutte le note qualità manipolatorie e l'umanissima quanto vana speranza di regalarsi una clamorosa rivincita... Cinema classico, lineare, anche verboso, in grado, però, di volgere la cronaca in avventura con una disinvoltura oggi non più in voga neppure a Hollywood. Il Nixon di Langella è di una poliedricità impressionante, ma anche il Frost finto-ingenuo malandrino (tra Bonolis e Chiambretti) di Sheen risulta un personaggio memorabile. Agli spettatori oggettivamente disinteressati alla schermaglia claustrofobica, al congegno a orologeria del montaggio, all'indicazione sotto traccia di uno scontro tra l'antiquata retorica politicante e la spregiudicata pervasività dei nuovi media, resta dunque la possibilità d'alzarsi in piedi per applaudire un cast da brividi.

Valerio Caprara

 
Il Messaggero, 6 febbraio 2009

Quel politico sornione
nel circo dello spettacolo

È un western in cui i duellanti non usano pistole ma parole e primi piani. È la storia dell'outsider venuto dal nulla che si aggiudica a sorpresa la preda più grossa. È un musical che celebra il gioco di squadra indispensabile a ogni grande show, ma anche l'inesorabile mitologia del successo ("solo uno vince, all'altro non resta nulla"). È uno di quei film cavallereschi in cui i due antagonisti se le danno di santa ragione ma alla fine si rispettano perché nella lotta hanno imparato a conoscersi e noi con loro.
Il Frost/Nixon tratto dall'omonima e premiatissima commedia di Peter Morgan, a sua volta ispirata al celebre duello tv che nel 1977, tre anni dopo il Watergate e le dimissioni, vide l'ex-presidente Nixon ammettere finalmente le sue colpe in una lunga intervista con il popolare anchorman inglese David Frost, è tutto questo insieme. Ma soprattutto è una trascinante dimostrazione dal vivo dell'arte dello spettacolo made in Usa. Cinema, tv, politica, che differenza c'è? In fondo la macchina dell'intrattenimento funziona sempre allo stesso modo. E funziona ancora a meraviglia se il camaleontico Ron Howard riesce a dare accenti di verità e di sorpresa a un film che segue tutte le regole del genere, proprio perché le segue (come i suoi film migliori, vedi Apollo 13 e lo sfortunato ma ottimo The Missing, non a caso un western). Del vero Nixon sentiamo solo la voce in apertura. È la voce di un uomo astuto, volgare, violento. Un uomo di potere che non si fermava davanti a nulla e avrebbe pagato tutto. Il sublime Nixon di Frank Langella è l'opposto. Misurato, amabile, sornione, anche se cinico, razzista, bugiardo. Dunque capace di mettersi poco a poco a nudo davanti al suo intervistatore. Per il suo e il nostro piacere (un politico che si rovina in tv è uno spettacolo osceno, anche se è un nemico. Un attore che lo recita è un piacere estetico e intellettuale).Secondo il film, che sta alla verità come ogni leggenda ai fatti storici cui si ispira, Nixon si aprì a Frost (un quintessenziale Michael Sheen) per due ragioni. Perché riconobbe in quell'intrattenitore snobbato dai giornalisti blasonati la sua stessa grinta da self made man (si parla molto di soldi, Frost rischia in proprio per produrre lo show, cosa che rende Nixon più sicuro di sé, ma anche più rispettoso). E perché in quel playboy tutto party, belle auto, scarpe italiane, vide il suo opposto e la sua nemesi (Nixon al massimo poteva vantare i suoi pranzi con Breznev e Gromyko, sai che allegria). Semplifichiamo? Un po'. Come il film. E poi non importa se tutto questo sia vero o no, importa che funzioni. E sullo schermo queste psicologie addomesticate, come i comprimari così caratterizzati sui due fronti (il fido militare, il "radical" puro e duro, lo gnomo di Hollywood, etc.), fanno scintille. Il resto scopritelo al cinema. Ne vale la pena.

Fabio Ferzetti

 
La Stampa, 6 febbraio 2009

Frost-Nixon senza respiro

La storica intervista tv del '77, questo è vero cinema

Occhio a Sam Rockwell, che nel cast di Frost/Nixon. Il duello incarna l'ala estrema dei collaboratori di David Frost, il giornalista James Reston jr. E' lui l'autore del libro Niente è illegale (Piemme edizioni) dove si può leggere l'incredibile vicenda della storica intervista tv in cui nell'estate '77 l'ex presidente Richard Nixon, dimissionario due anni prima per lo scandalo Watergate, finì con le spalle al muro sotto l'incalzare dell'intervistatore. E fu proprio il radicale Reston a mettere in mano l'asso pigliatutto allo showman, che mandando in onda un'inedita intercettazione telefonica pervenne al risultato inutilmente perseguito dai giudici. Ovvero a smascherare l'abilissimo gioco di difesa di «Dickie», che per tutta scusante dei criminali imbrogli perpetrati asserì che nessuna mossa è illegale se a farla è Mr. President. Una dichiarazione che resta sconvolgente, mentre l'alterazione leggibile sul viso di Nixon è la riprova, come dice Reston nel libro, che «un primo piano televisivo vale molto di più di un'aperta confessione».

Il materiale delle 4 puntate tv ha fornito a Peter Morgan la trama di un'avvincente opera teatrale e della derivante sceneggiatura del film di Ron Howard. Il quale mantiene i due impareggiabili campioni del dibattito, il grande Frank Langella candidato all'Oscar per il ruolo di Nixon (con altre 4 nominations) contro il mercuriale britanno Michael Sheen nei panni di Frost, ambizioso divo del video. Oltre 350 recite in scena con questi magnifici attori, ora trasferiti di peso sullo schermo in quello che a sorpresa non è affatto un film di impostazione teatrale; e non è neppure la rappresentazione schematica di un conflitto, buono contro cattivo, perché tutti i partecipanti sono rispecchiati in una chiave di umanità. Incluso Nixon, che ne esce comunque alla fine come un personaggio di indubbia statura.

Sono due ore di confronto dialettico serrato, che lascia spesso senza respiro: drammaturgia impeccabile e cinema allo stato puro. E' ammirevole come gli americani sanno trarre profitto e insegnamento dalla loro storia, anche recente, in una chiave spettacolare che altrove ha rari e isolati riscontri.

Alessandra Levantesi

© Sipario 2011