ELZEVIRO Successi dell' opera ispirata a Dante
Una Francesca per Due Musiche
In breve giro scrivo di due Opere intitolate Francesca da Rimini, ambo
derivanti dal V dell' Inferno. La prima è lo stringato Atto Unico
di Rachmaninov (1906) che anche nella cornice esterna, non solo nelle
citazioni testuali, si attiene il più possibile alla terzina originaria:
grazie a un libretto, mi piace ripeterlo, del fratello di Pietro, Modesto
Ciaicovski, solitamente considerato un minus habens e invece uomo retto
e intelligente. La Francesca di Rachmaninov, praticamente ignota, è un
capolavoro e ne abbiamo scritto dalla Fenice di Venezia. La Francesca
da Rimini di Riccardo Zandonai, in quattro atti (1914), è stata
invece uno dei grandi successi del Novecento musicale: fino a un certo
momento, fu uno dei titoli più rappresentati al mondo. Adesso
decade sino a essere quasi ignota quanto la sorella russa. La causa di
tale oscuramento è da ricercarsi in un fenomeno più generale,
da me più volte esposto prima con preoccupazione, ora con disperazione:
la decaduta capacità di ascolto del pubblico. Fuori da ritmi chiari
e riconoscibili, da melodie semplici e diatoniche, è come se sentisse
qualcuno che si esprime in una lingua incognita. Viene inoltre meno quella
tensione attiva dell' ascolto che c' era quando in un ambiente si decideva
di far musica: adesso l' ascolto (che, appunto, ascolto non è,
ma mera imbibizione di suoni del mondo esterno in un soggetto passivo)
avviene coattivamente, in banca come nella stazione della metropolitana.
Onde non meraviglia che un «linguaggio musicale» dal pubblico
inteso perfettamente contemporaneo e comprensibile centocinquanta e cent'
anni fa appaia oggi «difficile» specie sotto il profilo armonico.
Ho descritto il destino di enorme quantità di musica e fra questa
la Francesca. N' è essa più danneggiata d' altra per esser
forse il suo autore, roveretano, un poëta unius libri. Non per aver
egli scritto una sola Opera, ma per aver toccato una sola volta la grandezza
assoluta. La sua Tragedia non deriva direttamente da Dante bensì da
quella che Gabriele D' Annunzio scrisse nel 1901 per Eleonora Duse; e
ne restano meravigliosi versi per l' occasione dedicati alla Divina,
tradotti in tedesco nel 1926 da Walter Benjamin(!) «(...) Questa è colei
che all' arco mio sonoro / pose la nova corda ch' ella attorse / ed incerò perché sicura
scocchi. (...)». Tra D' Annunzio, fluviale, e Zandonai, per sintetico
che fosse, occorreva tuttavia un quid medium che scrivesse il Libretto:
il quale fu Tito Ricordi. Costui da tutto si guardò tranne che
dal toccare l' artificioso arcaismo del linguaggio del Poeta. Il povero
Zandonai, invero con risultati perfetti, inserisce nel singolarmente
moderno suo linguaggio musicale i generici equivalenti arcaistici musicali,
anche con strumenti pseudo-antichi in scena: si tratta dell' aspetto,
dirò così, decorativo di un' Opera in quattro atti e a
due facce. L' altra faccia, che fa un uso non sistematico del sistema
motivico di Wagner, vibra tutta di sensualità estrema per l' innestar
l' autore l' esperienza dell' Impressionismo francese sul corpo wagneriano
ma anche per la sua scrittura vocale sempre oscillante fra un declamato
e un lirismo aperto, con netta prevalenza di questo (noterò che
il tenore tocca forse il record di note «sul passaggio» del
repertorio) e veri e propri magistrali pezzi chiusi. A questo si presta
un' orchestrazione a tratti pesante, ma d' un' originalità e una
capacità dell' Autore di dar corpo attraverso di essa alle sue
speciose armonie, che ha pochi confronti. Alla stregua di ciò che
si è detto, una nuova Francesca diviene oggi un avvenimento: per
tale l' ha pensata il Teatro dell' Opera di Zurigo. La messinscena si
deve a Giancarlo Del Monaco, che non riusciamo a trovare banale neanche
quando non siamo d' accordo con lui; ma la vera stella, e lo vedi anche
dall' accoglienza del pubblico ogni volta che sale sul podio, è il
direttore d' orchestra, Nello Santi. A settantacinque anni conduce la
difficillima partitura a memoria, parco di attacchi e di spettacolo,
ma dominandola al punto da instaurare un magnetismo con orchestra e palcoscenico
onde sortono l' equilibrio anche fonico, pel quale sei sempre col cuore
in gola, e un' analisi timbrica da manuale. Dei cantanti non v' è molto
da dire, atteso che non per lor colpa la species vocale alla quale appartengono
può mostrare la buona volontà per un risultato di compromesso:
così Emily Magee, la protagonista, e Marcello Giordani (Paolo).
In forma smagliante trovo il Gianciotto di Juan Pons ed efficace, con
ricorso a stile espressionistico, il Malatestino di Boiko Zvetanov. La
messinscena (bozzetti di Carlo Centolavigna, figurini di Maria Filippi)
mescola con grande raffinatezza, e mai a caso, il Dugento con ambientazioni
dell' epoca delle Cronache bizantine di D' Annunzio. Certe cose sono
indimenticabili, come il jardin d' hiver del primo quadro o lo sbucare
Gianciotto nientemeno che dalla prua dell' Incrociatore Puglia! Vorrei
solo che il terribile guerriero, sciancato ma, giusta Leit-Motiv, marciante,
non giacesse su di una sedia a rotelle...
Paolo Isotta